Diciamocelo, un Natale home made era da sfigati. Auguri!

Le feste natalizie troppo spesso diventano motivo di bagarre, di confusione, di toni di voce troppo alti e conversazioni frugali, sfuggenti. Ci si ritrova per il dovere i doversi augurare buon Natale, cosa magari non sentita, per il rispetto che si deve a tal collega o conoscente. Un messaggio con il telefonino non potrebbe bastare? “No sembra brutto, si offenderebbe” , e cosi’ inizia la tiritera delle riunioni obbligate. Un tour de force per tutta la famiglia, soprattutto per i bambini, che costretti a caos e andirivieni di gente di cui nemmeno sanno nulla si ritrovano stressati e fra le braccia di chicchessia urlando. Un cardiopalma generale.

Un bacio di qua uno di la, anche a loro che della sfera personale ne fanno un’aurea invalicabile e preziosa. Eppure, é Natale, si é tutti piu’ buoni (ah si?) e quindi via di bacini. Il momento dei regali viene vissuto con un’ansia da prestazione non indifferente. Aspetti al varco di cappellare il regalo riciclato dell’anno prima per gettare frecciatine.  La carta piu’ bella che avevi con la quale a malincuore hai impacchettato un pelouche anche se avresti voluto tappezzarci casa viene accartocciata in un millisecondo dall’elfo sgraffignatore di turno che finge di non aver trovato il proprio dono anticipando l’apertura di quello del cugino, e iniziano le zuffe.

Bene da tutto questo vorrei stare lontana, vorrei poter prendere le distanze dal motore rumoroso che muove le festivita’ dicembrine e da tutto quello che obbliga a sentirsi spostati dall’onda degli appuntamenti imperdibili a suon di panettone e finger food.

La semplicita’ e frugalita’ del Natale cosi’ per come é nato la si é persa per strada l’anno in cui hanno aperto l’Ipercoop e la Upim. La vendita in quantita’ industriali di tutto quello che puo’ servire per cinque minuti (regalo) o per mezz’ora (pranzo o cena). La lista dei regali intelligenti sembra ripetersi ogni anno per cui avrai la mamma che ti regala sempre un completino intimo e la sorella una sciarpa. Non si disdegna, per l’amor del cielo, ma se invece risparmiassimo tutto cio’?

Diciamocelo, una volta homemade era da sfigati, da campagnoli squattrinati che invece che comprarsi chili e chili di cibarie unte e bisunte si facevano una cena di magro spaghetti e tonno in casa e magari il pane di Natale come dolce. Era da sfigati ficcarti con tuo cugino sotto il divano a mangiare arachidi a costo di un’indigestione brutale e, ogni tre per due andare a bussare alla porta delle sorelle che chiuse in bagno si rifacevano il ciuffo discreto alla Brenda Walsh prima della S.Messa di mezzanotte.

Chi faceva da sé era tacciato di rabbinaggine, fico era stiparsi in un ristorante con cento mila altri disperati che come te non sanno dove cavolo sbattere la testa il giorno piu’ “famigliare” dell’anno.

Eppure io sono homemade nel dna. Nell’animo. E sfigata non mi ci sento neanche riflessa.

Preferisco il Natale ristretto, quello con i parenti che a costo di cenare con le briciole del giorno prima si trovano attorno ad un tavolo con il portafoglio accanto al piatto (che porta bene) e la letterina fatta dai piccoli per i capofamiglia, anche questa di buon auspicio. Preferisco una cena sobria, un’attesa del Natale mesto, senza troppo chiasso e con lo stile che adoro. Preferisco poter fare tutto io, da cima a fondo, perché in quello che si divide si possa gustare l’attesa e il fermento di chi ha preparato. Preferisco ricevere poche materialita’, non voglio sentirmi ogni volta in debito con chi mi ha messo qui, conscia di essere una persona cosi’ fortunata.

Buon Natale!

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