Lo psicologo e l’emigrante

Entra mesto nello studio l’ennesimo emigrante senza sorriso,
stringe la mano appena per quei calli di valigie trascinate,
lo psicologo l’osserva attento e studia quel suo viso indeciso
e l’aria timorosa dagli occhi pieni di memorie mal masticate.

“Dottore, la prego m’aiuti! Son prigioniero all’estero!” quasi grida
“Ho sì un lavoro, ma ho più conoscenti che amici, il corpo diviso,
son in un limbo, vivo qui ma penso a casa, tutto diventa salita!”.
Lo psicologo tace, osserva bene prima di tuonare all’improvviso:

“E sei uno stronzo!” colpisce l’emigrante dalla bocca impietrita
“Non c’è nessuna prigione, son compromessi che ti dan libertà,
adesso puoi scegliere, puoi tornare indietro o restare eremita,
puoi migliorare o modellare in modi nuovi e diversi la tua realtà!”

“Ma.. ma.. ” balbetta il viaggiatore masticando quella risposta
“Ma.. se torno indietro lascio un lavoro e una posizione ambita
e non so cosa trovo a parte il cibo, il sole, il mare, la costa,
per questo mi sento prigioniero, manca quella qualità di vita!”

Lo psicologo tace e l’osserva quasi gli stesse per dar ragione:
“E sei uno stronzo!” colpisce di nuovo con l’ennesima batosta
“la qualità di vita è anche nel lavoro che ti dà soddisfazione
o ad avercene, almeno, e sotto quella tua patria scomposta

ecco che lento ti spogli di fronte alla diversità d’altre culture,
t’arricchisci, conosci gli altri e poi la tua personalità nascosta,
c’è qualità nel tuo viaggio, ma non mancano certo scottature!”
Cala il silenzio nello studio per quella visione mal corrisposta,

poi quasi sussurra l’emigrante oramai completamente onesto:
“Ma… ma dottore… capisco perfettamente queste congetture,
ma se non son felice, adesso, son stronzo anche per questo?”
Si scambiano uno sguardo, immobili quasi come due sculture,

poi lo psicologo lento riprende come avesse di tutto le prove:
“No che non sei stronzo! Ma non sei felice in questo contesto
perché ahimè non hai ancora trovato l’equilibrio nell’altrove,
ma se smetti di sentirti in prigione, se operi questo disinnesto

scoprirai un mondo meno grigio e potrai anche pensar al ritorno,
ma con consapevolezza, niente lamenti se non c’è sole e piove,
devi digerire bene quest’emozioni e poi calmo guardarti attorno,
ti scoprirai più libero e padrone, vedrai che qualcosa si smuove!”

L’emigrante finalmente sorride, forse capendo la preziosa lezione,
lo psicologo gli indica la porta con parole certo non di contorno:
“Ecco, son 100 euro. E non mi guardi con quell’aria da coglione!,
sarò stronzo ma questo studio, sa, è una prigione senza ritorno!”.

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Oggi pubblico questo post che tempo fa avevo postato come stato personale su Facebook.

Credo che a volte, nella condizione expat sia insito il lamento il piagnisteo non giustificato.
Penso anche che per poter davvero riuscire ad apprezzare una situazione la si debba guardare con occhi altri. C’è chi dei nostri giorni invidia ogni singolo momento, per un motivo o per un altro. Penso anche che indipendentemente dalla scelta di vivere lontani si debba essere coscienti che la felicità non la si tocca solo attraverso la stabilità dell’intorno, ma tramite quella interiore. Essere sereni dipende in primo luogo da noi stessi.
Forse se imparassimo nei momenti grigi a vivere la prigione come un’immensa mansarda vetrata potremmo avere senz’altro il cuore leggero e la consapevolezza che niente ci vieta di spiegare di nuovo le ali verso altri lidi, magari quelli da cui siamo partiti, o invece altri ancora.
Le gabbie sono per gli uccelli senza ali.

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