L’amore é amore.

Dopo quello che ho scritto qui sull’amore, la mia lei continua “Ma é quando una mamma e un papà si sposano, vero?”
Tralasciando le finezze sull’unione e sul titolo acquisito ho detto ” E’ quando due persone si vogliono bene”, che forse così su due piedi é la risposta migliore che potessi darle.

L’amore é amore, solo in italiano esiste la distinzione fra “Ti voglio bene” e “Ti amo”. Prima ci si scambiano messaggini con TVB – TVTRB – TVTTTTT(…)B come allenamento per il match e quando arriva il TI AMO suonano le campane a festa, come se prima ti avesse scritto una cosa diversa e come se bene fosse meno di amo.

In inglese é I Love You
in francese Je t’aime
in tedesco Ich Liebe Dich

e non ci sono soci minori. L’amore é amore.

L’amore é quando ci si sente felici
ma é anche quando si riescono a sopportare cose che farebbero girare i coglioni anche a San Francesco.
L’amore é quando guardi le vecchie foto e mi viene da piangere, é quando guardi avanti senza paura.
L’amore é sapere che il piccolo vale più del grande e l’essenziale é il quotidiano.
L’amore é voglia di raggiungersi, litigare e poi fare pace.
L’amore é tutto e niente ed io spero solo che sarete felici.

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I pezzetti si sparpagliano anche ai grandi.

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Il cuore è un muscolo,  si contrae e si rilassa,  fa un esercizio ritmico,  cadenzato ma soprattutto indipendente dalla nostra volontà.  Questo significa che se noi un giorno volessimo dirgli di fermarsi lui farebbe orecchie da mercante (leggi se ne fregherebbe ) e continuerebbe a battere anche contro il nostro desiderio.

Il cuore però si dice sia sensibile e che resti in ascolto,  insomma uno spione.
Origlia le nostre emozioni che di rimando dal cervello lo agitano o al contrario lo rassicurano.
La volontà  ci da un aiutino perché se ci auto convinciamo di qualcosa abbiamo buone probabilità di ingannarlo ma il gioco furbo dura poco.

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Il cuore sa cosa c’è dietro,  capisce che stiamo giocando sporco con lui e non ci sta…
Ci sono momenti in cui aspettiamo di sentirlo battere forte,  altri in cui vorremmo fosse sordo oppure muto.
Ci sono attimi che immagazzinaiamo come nostri e rinchiudiamo nel profondo gettando la chiave, altri che invece vorremmo uscissero il prima possibile.
Vorrei poter dire già ai miei bambini che crescendo potranno sentire il cuore sgretolarsi ma che sicuramente troveranno qualcuno che con un abbraccio forte rincollerà tutti i pezzetti. Vorrei poter dire loro che vale la pena di provare ad aprirlo e che quello che entra va fatto accomodare al posto d’onore, sulla poltrona più comoda.

Arianna mi ha chiesto perché se sente piangere il fratellino si sente male.
“Mi viene male qui, al cuore ”
Le ho spiegato che è solo perché il dispiacere e l’impotenza la agitano.
Non ci crede,  dice che il cuore le fa male e basta,  senza doverglielo dire.
“È perché io lo amo,  mamma. Lo so”

Vorrei poterle spiegare cos’é l’amore, dirle che non c’é cosa più bella al mondo che riceverne e darne, ma per adesso le dirò che anche io lo so che il suo é amore, e tacerò anche che i pezzetti si sparpagliano anche da grandi.

Whatsapp il bugiardo

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A chi interessasse ero qui.

Sono andata in un locale, sabato pomeriggio, in centro a Bruxelles. Molto carino, molto ben arredato, musica piacevole, uno spazio per i bambini e cuscini pouffosi ovunque. La giornata era delle migliori per farsi una passeggiata all’aria aperta eppure il locale era gremito. C’ero anche io, vero, ma avevo un appuntamento REALE, con persone che ho baciato, con cui ho parlato, bevuto qualcosa e parlato per ore.
Attorno a noi tante persone stavano ripiegate su loro stesse picchiettando Tablet che il locale offre in dotazione. Tutti in silenzio con dita mobili. Peggio del peggio alcune coppie entrate mano nella mano hanno continuato il pomeriggio in duo con il proprio iPad.
Ci ho pensato.
Mi rendo conto che scrivere, nonostante possa fregare più tempo rispetto ad una telefonata, venga più facile.
Whatsapp, per dirne uno, é un metodo easy e smart per comunicare con chiunque, e lo puoi fare dove e quando vuoi.
Si, perché se vai in bagno con il telefono ed una chiamata in corso devi troncare, invece ora puoi continuare a scrivere. Prima dell’arrivo di queste comodità salva (o frega) tempo si restava sulla ciambella a leggere le etichette dei prodotti da bagno fino a farsi diventare il sotto coscia bordeaux, ora si digita.

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Café Presse Leopold, il luogo del ritrovo

Si resta connessi sul virtuale  quel che basta per avere uno schema mentale di cos’é successo nel mondo reale.
Prima di tirare lo scarico si scaricano le mail e tutto é in fila.

E cosi’ se il reale non é raggiungibile, anche il remoto parlato viene soppiantato da uno scritto più immediato ma cento volte più bugiardo: “sto bene –> stai da merda, sono al supermercato che mi ammazzo di spesa –> sei allo stadio, sono in banca –>sei al cesso, sentiamoci dopo che sono con una persona –>stai per addentare pop corn e film”.
Credo stia scemando in modo generalizzato la voglia di parlarsi, il desiderio di sentire la voce dell’altro, di confrontarsi a parole e con queste anche la capacità di portare avanti un dibattito o colloquio che sia. Si scrive, e senza accorgersene ci si lega le mani, anzi no quelle no , ma la volontà di muovere un passo oltre si. Quella si.

Forse basterebbe rendere schiavo il bisogno e non viceversa, servirsi di un mezzo per raggiungere l’irraggiungibile.

Pero’, nonostante lo dica da utilizzatrice cibernetica, ogni tanto anche spedire una lettera é bello.

ESSENZIALE

Ci ho pensanto qualche volta, no voglio essere onesta, ci pensavo da un po’. Avevo voglia di scrivere di nuovo qualcosa su di me e quindi cosa faccio? Ci provo.

Si, provo a scrivere come provo ogni giorno ad affrontare le ore che mi separano dall’arrivo del mio braccio destro nel modo migliore possibile.

Poco più di un mese fa sono diventata mamma per la terza volta, di un altro maschietto con gli occhi grandi e le labbra disegnate. Sono diventata mamma mentre ero “a mollo”, nella tranquillità più assoluta. Un’eventualità che mi auguravo ma che non davo di certo per scontato. Le cose infatti possono cambiare molto velocemente e sostanzialmente rispetto a come ci si era immaginato. Io poi non ne parliamo, mi faccio viaggi mentali, programmo, pianifico, immagino, poi magari modifico strada facendo e tutto prende una forma diversa.
Immaginavo le mie giornate senza respiro, caotiche e invece devo dire che immaginavo male.
Qualcuno mi chiede come io riesca a fare tutto, é semplice, non riesco, ci provo!  La sorpresa quotidiana sta proprio nel constatare che non si tratta di una mia capacità, ma la realtà è veramente amica, e meno la temo, meno mi difendo (meno ho paura di fare fatica), e più le soluzioni alle varie problematiche si presentano, per così dire, da sole.
Poi, certo, abbiamo sviluppato quelle che io chiamo “abitudini virtuose” (tipo apparecchiare la tavola per la colazione la sera prima), che ci permettono di non sprofondare nel caos. Ma questo è molto più semplice di quel che sembra, anche perché ai bambini è molto utile la regolarità, li rassicura e li mantiene sereni.
Bisogna cercare di guardare all’essenziale, senza mirare alla perfezione ma alla riuscita.

Non che questo voglia dire perdere la voglia di fare del proprio meglio, ma almeno complimentarsi per cio’ che si riesce a concludere. Ho capito di essere in grado di fare cose che mai avrei pensato, di riuscire a mettere in fila più bisogni e piano piano tirare una X di “fatto”. Poi credo che per facilitarsi la vita si debba anche mandare a fanculo    lasciare andare il superfluo. Essenziale, appunto.

E la mattina ci vuole il rito dello specchio: guardarsi, riconoscersi e caricarsi. La giornata inizia e tu l’avrai in pugno. Essenziale.

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Mio marito C’HA la groupie.

Nascondersi dietro ad un dito è davvero da stolti.
Così, messo li come premessa a cappello.

Cliccheggiando allegramente di qua e di la, qualche anno fa, ho capito che la rete poteva essere un buon modo per non sentirmi sola. EDDAI, VOI MOGLI AL SEGUITO TUTTO FARE PIMPANTI ED ARZILLE, NON MI DITE CHE NON VI SIETE MAI SENTITE SOLE! “Sole????? Mannooooo, mai e poi mai. Io ho i miei venticinque figli, tutti con età comprese fra gli 1 e i 3 anni un circolo di amiche che frequento ogni sera dopo che ho preparato la cena e il lunch box per tutti. Io organizzo serate a casa mia, eventi italiani e molto altro” “OOOOOHHHHHH beh, complimenti a te, io di figli ne ho due e mezzo e mi sembra già una conquista arrivare a sera su due piedi, il sol pensiero di avere gente in casa mi causa diarrea nervosa una settimana prima e le amiche le vedo dopo vari incastri di orari e giorni”

Torniamo a noi, cliccheggiando allegramente avevo capito che partire scrivendo qualcosa poteva essere curativo per me e nello stesso tempo poteva aprirmi diverse porte, mica porte strambe, ma conoscere un attimo il sistema mi avrebbe reso facile il “parlaparla” femminile, più itido il mondo delle amicizie a distanza. E così da cosa nasce cosa e bla bla bla.
Quindi capisci che chi attende o invia messaggi in bottiglia lenti e sottointesi, non ha capito una mazza.
Più che altro ti rendi conto che il richiamo SOS ha attecchito.
Quindi parti per solitudine, per colmare un tempo che prima era dedicato ad altro o per rapirti una parte di tempo che se anche non hai te lo crei. E cosi sacrifichi la seduta di smalto sulle unghie, di spinzettamento peluria e cose del genere.
(“Mannoooooooooooo noi siamo donneeeeee!” “AH, io no?!?”

Inizi a conoscere un po’ di gente,ti senti più a tuo agio e le cose cambiano, passi dal lato dell’adottato a quello del fervente volontario per adottare. Senti a destra e a manca se qualcuno ha bisogno, se puoi restituire in qualche modo quello che hai ricevuto gratuitamente.Per i primi tempi ci stai dietro poi ti riempi le tasche velocemente delle super donne di quelle che della normalità hanno una paura tremenda e che dei luoghi comuni ne fanno un vanto.
Ma solo io mi incazzo se mi chiedono “Tu non fai nulla?”. A me, la descrizione di vita expat idilliaca spaventa e più che altro mi suscita perplessità:1) o stai dicendo un mare di balle 2) oppure se fumi offri.

Io alterno periodi, ma la felicità di base rimane. Questo non vuol dire dover per forza trasmettere costantemente euforia, si può essere un carattere positivo senza dover per forza primeggiare sulla lista del think positive.

E invece no! Cacchio! Sei expat, devi portare avanti la gloria che i ricopre, poi che tu abbia il ciclo, i maroni girati, ottocento cose da fare, appena preso una muta o semplicemente lo scazzo alla risposta non importa. Devi immolarti a motivatrice, a sostenitrice groupie del lavoro del marito, a qualsiasi cosa non ti faccia avvicinare alla domanda terza “Sei triste?” “Mannooooo, io? Mai e poi mai! Il mio super lui è il Signor ducaconte della megaditta cittadina, pensa, sta fuori 23 ore al giorno, viaggia dieci mesi l’anno e festeggiamo gli anniversari su Skype”  “AH, fico….”untitled

Secondo me è più paura di sentirsi dire dagli altri che sei una cogliona ad aver scelto di partire e solite scemenze che chi non vive la tua esperienza non capirà mai. Quindi che paura c’è? Gli alti e bassi li hanno tutti, credo sia normale.

Sarà vero che la normalità oggigiorno fa paura e le mezze misure non vanno più di moda?

TIN TIN TIN

Recentemente quando la mattina esco di casa imbalsamata tra sciarpa e guanti, il prato del giardinetto di fronte e’ a chiazze bianche e verdi, ricoperto di un sottile manto di ghiaccio formatosi durante la notte cosi’ come sui tetti delle case, basse non più di quattro piani e caratterizzate dai loro tagli netti in verticale, una sul fianco dell’altra, come in fila stretta e ammucchiata, come agli attenti davanti ad una strada sempre poco trafficata. E se le temperature son scese sotto lo zero da diversi giorni, le strade invece si riscaldano di addobbi natalizi, quasi in ogni piccola piazzola spuntano pini a festa o colori e luci sugli alberi già presenti da decenni, testimoni di evoluzioni della capitale di un’Europa in cerca di identità, mentre dalla facciata est della commissione europea, il palazzo Berlaymont, si stende il telone enorme degli auguri di buone feste in tutte le lingue del continente.
Le vetrine repentine cambiano attore nel giro di pochi giorni, da San Nicolas si passa al più commerciale e globalizzato Babbo Natale. Cosi’ i bambini belgi faran scorta di regali, i più fortunati e speranzosi che avran inviato una lettera a Saint Nicolas riceveranno dalle poste belghe una scatola di cioccolatini: anche qui come in tanti altri paesi le letterine ai protagonisti del Natale non vengono cestinate ma raccolte con cura e alla prime migliaia si inviano anche delle praline, in fondo siamo nella vera patria del cioccolato!  🙂
Durante i fine settimana e’ praticamente impossibile passeggiare per la Grande Place ed alcune vie del centro, tra la folla di turisti immancabili e la marea di acquisti da fare, regali da inventare, soldi da spendere per la sola soddisfazione di un sorriso magari stimolabile con molto meno. Un affanno inutile che quest’anno evito con piacere non ritornando in Italia per le feste.

Meglio concentrarsi sullo spirito natalizio, sulle persone, su un bicchiere di vino caldo in uno dei mercatini allestiti e lasciare che il fiato incontri il gelo a disegnare la solita nuvoletta di vapore e pensieri, mentre orecchie e naso si fan rossi per il freddo senza sosta. E cosi passeggiando la mia mano cerca l’altra mano, per compagnia, per calore, per benessere, ah eccola, ora sto già meglio.

Essere partiti in due significa condividere attese, angosce, frustrazioni, felicità, conquiste, obiettivi. Significa per uno ricoprire un ruolo nuovo e per l’altro altrettanto. Contenti di com’è e lasciando che qualche volta le cose vadano come devono andare senza avere per forza tutto sotto controllo.
Ci si può incaponire, fissare con l’idea che tutto potrebbe essere sempre prevedibile e calcolabile ma non è così, inutile mettere il carro davanti ai buoi.
L’unica certezza è il presente, con chi vuole esserci e ha il piacere di farlo, il resto vada pure, non importa.

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A Natale…

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Pensavo che a Natale si è tutti più buoni….. no dai…..lo si dovrebbe essere sempre, non diciamo scemenze…

allora ho cominciato a pensare che a Natale si è tutti più affamati visto le quantità di cibo che riempiono la grande distribuzione ed infine frigoriferi casalinghi e panze rotonde…no dai, non è salutare, morale, etico, sensato, si deve mantenere un’abitudine alimentare sana e senza eccessi anche a Natale, non diciamo scemenze!

Quindi ho cominciato a pensare al regalo sotto l’albero poi mi sono detta che comincio ad avere una certa età,

ho rimediato allora sul pensiero per i bambini che, se devo essere sincera, hanno fin troppo ed accumulare per poi non considerare minimamente scadute le 48h non è un insegnamento che mi aggrada.

Ho pensato quindi alle ferie, si, a un bel periodo di distensione se non fosse che il cielo ci grazia ogni giorno con acqua simil vaporizzata, di quelle che scendono lente, bagnano a non finire e inumidiscono le ossa. Quindi la  soluzione prima è frequentare posti chiusi, magari casa propria, dove trovi sempre qualcosa da fare e la volta buona in cui ti dici “Oggi gioco con i bambini”, sai che ti toccherà riordinare perché al momento del “Mi aiutate?”, loro saranno già passati a far danni altrove.

Forse devo solo pensare al Natale in sé, a quello che è “nel vivo”.
Mi piaceva aspettare la Vigilia, preparate le letterine per gli uomini della famiglia poi nasconderle sotto il piatto di ognuno di loro. Mangiare di magro con mia nonna che friggeva il baccalà (chiamalo magro!). Cenavamo tutti con il portafogli sul tavolo in segno di buon auspicio, poi la tombola con i fagioli da battere sul tavolo; io quei fagioli li battevo fino quasi a spaccarli ma ero più fortunata in amore.

Tutto questo mi fa pensare però che sono cresciuta, che sono moglie mamma e che quest’anno il Natale lo passeremo  Bruxelles in attesa che la famiglia si allarghi di nuovo e in attesa dei nonni.
Magari potrò passare qualche ora libera con mio marito, vedere mercatini nuovi qui attorno, mangiare qualche cosa di più (tanto il punto vita alle soglie dell’ottavo mese ormai è andato…), spacchettare, ritornare bambina preparando sul tavolo la colazione per Babbo Natale. Poi la magia materiale passa e rimangono le certezze:

a Natale capisci di essere cresciuto quando desideri le persone e non le cose.

Lo psicologo e l’emigrante

Entra mesto nello studio l’ennesimo emigrante senza sorriso,
stringe la mano appena per quei calli di valigie trascinate,
lo psicologo l’osserva attento e studia quel suo viso indeciso
e l’aria timorosa dagli occhi pieni di memorie mal masticate.

“Dottore, la prego m’aiuti! Son prigioniero all’estero!” quasi grida
“Ho sì un lavoro, ma ho più conoscenti che amici, il corpo diviso,
son in un limbo, vivo qui ma penso a casa, tutto diventa salita!”.
Lo psicologo tace, osserva bene prima di tuonare all’improvviso:

“E sei uno stronzo!” colpisce l’emigrante dalla bocca impietrita
“Non c’è nessuna prigione, son compromessi che ti dan libertà,
adesso puoi scegliere, puoi tornare indietro o restare eremita,
puoi migliorare o modellare in modi nuovi e diversi la tua realtà!”

“Ma.. ma.. ” balbetta il viaggiatore masticando quella risposta
“Ma.. se torno indietro lascio un lavoro e una posizione ambita
e non so cosa trovo a parte il cibo, il sole, il mare, la costa,
per questo mi sento prigioniero, manca quella qualità di vita!”

Lo psicologo tace e l’osserva quasi gli stesse per dar ragione:
“E sei uno stronzo!” colpisce di nuovo con l’ennesima batosta
“la qualità di vita è anche nel lavoro che ti dà soddisfazione
o ad avercene, almeno, e sotto quella tua patria scomposta

ecco che lento ti spogli di fronte alla diversità d’altre culture,
t’arricchisci, conosci gli altri e poi la tua personalità nascosta,
c’è qualità nel tuo viaggio, ma non mancano certo scottature!”
Cala il silenzio nello studio per quella visione mal corrisposta,

poi quasi sussurra l’emigrante oramai completamente onesto:
“Ma… ma dottore… capisco perfettamente queste congetture,
ma se non son felice, adesso, son stronzo anche per questo?”
Si scambiano uno sguardo, immobili quasi come due sculture,

poi lo psicologo lento riprende come avesse di tutto le prove:
“No che non sei stronzo! Ma non sei felice in questo contesto
perché ahimè non hai ancora trovato l’equilibrio nell’altrove,
ma se smetti di sentirti in prigione, se operi questo disinnesto

scoprirai un mondo meno grigio e potrai anche pensar al ritorno,
ma con consapevolezza, niente lamenti se non c’è sole e piove,
devi digerire bene quest’emozioni e poi calmo guardarti attorno,
ti scoprirai più libero e padrone, vedrai che qualcosa si smuove!”

L’emigrante finalmente sorride, forse capendo la preziosa lezione,
lo psicologo gli indica la porta con parole certo non di contorno:
“Ecco, son 100 euro. E non mi guardi con quell’aria da coglione!,
sarò stronzo ma questo studio, sa, è una prigione senza ritorno!”.

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Oggi pubblico questo post che tempo fa avevo postato come stato personale su Facebook.

Credo che a volte, nella condizione expat sia insito il lamento il piagnisteo non giustificato.
Penso anche che per poter davvero riuscire ad apprezzare una situazione la si debba guardare con occhi altri. C’è chi dei nostri giorni invidia ogni singolo momento, per un motivo o per un altro. Penso anche che indipendentemente dalla scelta di vivere lontani si debba essere coscienti che la felicità non la si tocca solo attraverso la stabilità dell’intorno, ma tramite quella interiore. Essere sereni dipende in primo luogo da noi stessi.
Forse se imparassimo nei momenti grigi a vivere la prigione come un’immensa mansarda vetrata potremmo avere senz’altro il cuore leggero e la consapevolezza che niente ci vieta di spiegare di nuovo le ali verso altri lidi, magari quelli da cui siamo partiti, o invece altri ancora.
Le gabbie sono per gli uccelli senza ali.

Al proprio posto ovunque nel mondo.

Ascolto alle mie spalle due ragazzi italiani urlare tra loro  ed uno dei due rompe i timpani dell’altro con un “guarda quella bionda con il ragazzo di colore” e allora mi volto anch’io, d’istinto ma distinta, a fissare quella bionda con un ragazzo di colore e siccome era davvero un sacco di tempo che non sentivo quell’espressione, ragazzo di colore, mi son fermato un attimo a fissare quei colori e alla mente m’è risalito subito un ricordo , una poesia in cui un bambino nero si rivolgeva ad un bambino bianco e faceva più o meno così:

tu amico bianco, perché chiamare me di colore? io quando son nato ero nero, quando son cresciuto: nero, quando vado al sole: nero, quando malato: nero, quando spaventato: nero, quando morirò sarò ancora nero; ma tu, amico bianco, quando nato eri rosa, quando cresciuto: bianco, quando malato: giallo, quando abbronzato: rosso, quando spaventato: verde, quando morto sarai viola; allora, amico bianco, perché chiamare me di colore?

E quella  domanda finale, mi girava tra la testa mentre fissavo i colori degli altri, pensando che di colori ne è pieno il mondo, basterebbe soltanto fissarli quei colori: il ragazzo che serve i pasti a scuola, per esempio, spesso è davvero nero (pur essendo bianco) tra caos e nervosismo di bambini affamati, per poi illuminarsi d’una luce gialla viva quando esplode in quel suo sorriso che richiama tutte le rughe a dilatarsi; il vicino di casa belga, invece, era arancione e pieno di lentiggini fiamminghe ma spesso si colorava d’azzurro quando parlava francese e non voleva; il portiere ugandese, pur essendo di pelle nera , lo percepisco in constante verde, sarà perché gli brilla la pelle o semplicemente per il colore brillante degli occhi; e le signore che incontro in piscina sono spesso rosse paonazze dopo la sauna. E in fondo siam in continuo arcobaleno, noi tutti, basterebbe soltanto guardarli un po’ meglio, quei colori degli altri, e non fissarci soltanto sulla bionda con il ragazzo di colore.

È bello avere amici arcobaleno, passeggiare per la città e non fare caso ai colori con malizia, ma riuscire a mescolarsi in una cultura che ad ognuno regala una collocazione. È confortante sapere che per i bambini non esistono bambini colorati, ma un gioco da poter condividere e fare insieme, è bello sapere che nella diversità ognuno è speciale e che dalle caratteristiche si può riuscire a trovare sempre un punto comune ed identico.

Camminare fra la folla senza meravigliarsi di niente è uno delle prime vere conquiste per sentirsi al proprio posto ovunque nel mondo.