Lo psicologo e l’emigrante

Entra mesto nello studio l’ennesimo emigrante senza sorriso,
stringe la mano appena per quei calli di valigie trascinate,
lo psicologo l’osserva attento e studia quel suo viso indeciso
e l’aria timorosa dagli occhi pieni di memorie mal masticate.

“Dottore, la prego m’aiuti! Son prigioniero all’estero!” quasi grida
“Ho sì un lavoro, ma ho più conoscenti che amici, il corpo diviso,
son in un limbo, vivo qui ma penso a casa, tutto diventa salita!”.
Lo psicologo tace, osserva bene prima di tuonare all’improvviso:

“E sei uno stronzo!” colpisce l’emigrante dalla bocca impietrita
“Non c’è nessuna prigione, son compromessi che ti dan libertà,
adesso puoi scegliere, puoi tornare indietro o restare eremita,
puoi migliorare o modellare in modi nuovi e diversi la tua realtà!”

“Ma.. ma.. ” balbetta il viaggiatore masticando quella risposta
“Ma.. se torno indietro lascio un lavoro e una posizione ambita
e non so cosa trovo a parte il cibo, il sole, il mare, la costa,
per questo mi sento prigioniero, manca quella qualità di vita!”

Lo psicologo tace e l’osserva quasi gli stesse per dar ragione:
“E sei uno stronzo!” colpisce di nuovo con l’ennesima batosta
“la qualità di vita è anche nel lavoro che ti dà soddisfazione
o ad avercene, almeno, e sotto quella tua patria scomposta

ecco che lento ti spogli di fronte alla diversità d’altre culture,
t’arricchisci, conosci gli altri e poi la tua personalità nascosta,
c’è qualità nel tuo viaggio, ma non mancano certo scottature!”
Cala il silenzio nello studio per quella visione mal corrisposta,

poi quasi sussurra l’emigrante oramai completamente onesto:
“Ma… ma dottore… capisco perfettamente queste congetture,
ma se non son felice, adesso, son stronzo anche per questo?”
Si scambiano uno sguardo, immobili quasi come due sculture,

poi lo psicologo lento riprende come avesse di tutto le prove:
“No che non sei stronzo! Ma non sei felice in questo contesto
perché ahimè non hai ancora trovato l’equilibrio nell’altrove,
ma se smetti di sentirti in prigione, se operi questo disinnesto

scoprirai un mondo meno grigio e potrai anche pensar al ritorno,
ma con consapevolezza, niente lamenti se non c’è sole e piove,
devi digerire bene quest’emozioni e poi calmo guardarti attorno,
ti scoprirai più libero e padrone, vedrai che qualcosa si smuove!”

L’emigrante finalmente sorride, forse capendo la preziosa lezione,
lo psicologo gli indica la porta con parole certo non di contorno:
“Ecco, son 100 euro. E non mi guardi con quell’aria da coglione!,
sarò stronzo ma questo studio, sa, è una prigione senza ritorno!”.

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Oggi pubblico questo post che tempo fa avevo postato come stato personale su Facebook.

Credo che a volte, nella condizione expat sia insito il lamento il piagnisteo non giustificato.
Penso anche che per poter davvero riuscire ad apprezzare una situazione la si debba guardare con occhi altri. C’è chi dei nostri giorni invidia ogni singolo momento, per un motivo o per un altro. Penso anche che indipendentemente dalla scelta di vivere lontani si debba essere coscienti che la felicità non la si tocca solo attraverso la stabilità dell’intorno, ma tramite quella interiore. Essere sereni dipende in primo luogo da noi stessi.
Forse se imparassimo nei momenti grigi a vivere la prigione come un’immensa mansarda vetrata potremmo avere senz’altro il cuore leggero e la consapevolezza che niente ci vieta di spiegare di nuovo le ali verso altri lidi, magari quelli da cui siamo partiti, o invece altri ancora.
Le gabbie sono per gli uccelli senza ali.

Al proprio posto ovunque nel mondo.

Ascolto alle mie spalle due ragazzi italiani urlare tra loro  ed uno dei due rompe i timpani dell’altro con un “guarda quella bionda con il ragazzo di colore” e allora mi volto anch’io, d’istinto ma distinta, a fissare quella bionda con un ragazzo di colore e siccome era davvero un sacco di tempo che non sentivo quell’espressione, ragazzo di colore, mi son fermato un attimo a fissare quei colori e alla mente m’è risalito subito un ricordo , una poesia in cui un bambino nero si rivolgeva ad un bambino bianco e faceva più o meno così:

tu amico bianco, perché chiamare me di colore? io quando son nato ero nero, quando son cresciuto: nero, quando vado al sole: nero, quando malato: nero, quando spaventato: nero, quando morirò sarò ancora nero; ma tu, amico bianco, quando nato eri rosa, quando cresciuto: bianco, quando malato: giallo, quando abbronzato: rosso, quando spaventato: verde, quando morto sarai viola; allora, amico bianco, perché chiamare me di colore?

E quella  domanda finale, mi girava tra la testa mentre fissavo i colori degli altri, pensando che di colori ne è pieno il mondo, basterebbe soltanto fissarli quei colori: il ragazzo che serve i pasti a scuola, per esempio, spesso è davvero nero (pur essendo bianco) tra caos e nervosismo di bambini affamati, per poi illuminarsi d’una luce gialla viva quando esplode in quel suo sorriso che richiama tutte le rughe a dilatarsi; il vicino di casa belga, invece, era arancione e pieno di lentiggini fiamminghe ma spesso si colorava d’azzurro quando parlava francese e non voleva; il portiere ugandese, pur essendo di pelle nera , lo percepisco in constante verde, sarà perché gli brilla la pelle o semplicemente per il colore brillante degli occhi; e le signore che incontro in piscina sono spesso rosse paonazze dopo la sauna. E in fondo siam in continuo arcobaleno, noi tutti, basterebbe soltanto guardarli un po’ meglio, quei colori degli altri, e non fissarci soltanto sulla bionda con il ragazzo di colore.

È bello avere amici arcobaleno, passeggiare per la città e non fare caso ai colori con malizia, ma riuscire a mescolarsi in una cultura che ad ognuno regala una collocazione. È confortante sapere che per i bambini non esistono bambini colorati, ma un gioco da poter condividere e fare insieme, è bello sapere che nella diversità ognuno è speciale e che dalle caratteristiche si può riuscire a trovare sempre un punto comune ed identico.

Camminare fra la folla senza meravigliarsi di niente è uno delle prime vere conquiste per sentirsi al proprio posto ovunque nel mondo.

Congratulazioni.

Ho novant’anni e cinque figli.
Sono in buona salute, non mi manca niente. Riesco ad andare tutte le mattine in piscina e dopo, vedo qualche nipotino. Si,quelle dolci manine che non mi sono quasi mai goduta quando altre 8 mani chiedevano le mie.
Vivo qui da tanto e ho un cuore tenace, finche vivo voglio essere indipendente.
Più libertà e meno compromessi, anche con te, cuore caro.
Ti ho salvato, cervello, dalla sterilità di luoghi comuni perpetuati, da frasi ed abitudini vissute, ti ho risparmiato, cervello da compromessi mascherati da buone opportunità per una donna con figli, ti ho voluto nutrire, cervello, di altre culture, d’altri alfabeti, di altre sfide e sacrifici, affinché tu possa confrontare pregi e carenze, affinché tu possa distinguere aggettivi e stereotipi, affinché tu possa cibarti d’avventure e mondi altrui, affinché tu possa avere anche la possibilità d’un ritorno, semmai tu lo decida, ma solo dopo averci provato.

Ti ho riempito, cuore, della nostalgia del distacco, della sofferenza del non esserci e della mancanza della famiglia che t’ha riempito d’amore, degli amici che t’hanno abbracciato e rinforzato ma dei quali oggi , ne vorresti rivedere la metà,, dei panorami che t’hanno visto crescere e che ancora oggi fanno risuonare il tuo battito e calore, alla vista, al respiro, al ricordo. T’ho fatto male, cuore, son partita con la paura dell’ignoto, quando ho chiuso gli occhi ubriaca di speranze; ma t’ho fatto bene, cuore, quando ti sei innamorato d’altri paesaggi altrove, d’altri modi di fare, pensare, essere, quando hai stimato chi sapeva aspettare, quando hai apprezzato chi sapeva ringraziare, quando hai rispettato chi rappresentava una serietà dimenticata. E t’avrò pure illuso, cuore, cantandoti d’Eldorado inesistenti, di paradisi dove tutto era oro e civiltà, e invece no, son compromessi, guarda un po’, ma son compromessi, cuore, che t’hanno ridato il sorriso.

Ti ho portato altrove, corpo, perché tu possa calpestare altre strade, inciampare per un passo maldestro, cadere, salire e correre, ma soprattutto sudare e avere la consapevolezza che per quel sudore siano maggiori le probabilità d’asciugarlo e sentirsi soddisfatti; t’ho trascinato via, corpo, quando le estensioni dei tuoi piedi non erano ancora radici lunghe e ben salde, ma t’ho fatto un torto, corpo, perché adesso pendono, quelle radici, in un limbo dalle dubbie identità; t’ho fatto respirare fuori, corpo, perché tu possa riempirti i polmoni di un’aria diversa, perché tu possa provare pietanze dagli aromi sconosciuti, comunicare con labbra straniere, ascoltare accenti inattesi, e perderti, tra scoperte silenziose e immancabili sconfitte, per poi ritrovarti, più forte e deciso.

Vi ho voluti figli miei evi ho portati via dall’Italia e ora che vi vedo crescere felici, posso congratularmi con me stessa per il sudore dei nostri sacrifici.

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Autunno

In questi giorni Bruxelles è ventosa. Soleggiata, ma ventosa.

È difficile riuscire a rimanere allo scoperto senza niente che ripari, senza mettersi d’istinto dietro ad un muro che protegge e taglia un po’ le forti raffiche.

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Tutto sommato però quado il tempo è grigio io mi gongolo. Anzi, mi gongolo moltissimo.
I termosifoni cominciano a scaldare, le gocce sbattono contro i vetri altissimi e le foglie degli alberi difronte si attorcigliano senza fare rumore. Da qui dentro sono solo una spettatrice.
Quindi mi siedo in divano e abbraccio i miei bambini.

Mi tornano in mente le serate italiane, quelle in cui mio padre arrivava dalla banca in bicicletta con i baffi freddi e pieni di brina ed un sacchetto con le patate dolci dentro. Arrivava fino in camera dove stavo ancora studiando probabilmente analisi matematica o fisica (oddio) e mi sventolava stando sulla porta il sacchetto. Già sapevo.
Poi mi baciava e io da figlia schizzinosa mi pulivo dalle gocce di brina.

Dopo qualche minuto ero in cucina, mi sedevo sulla panca della stufa di maiolica e mi riscaldavo le ossa fino a sentire la schiena bruciare.

Mi tornano in mente le serate che trascorrevo da bambini aspettando le tigelle del sabato sera, quelle erano un vero must. Un appuntamento fisso. La serata che aspettavo, da buongustaia,una settimana per l’altra. Dopo un pomeriggio passato a correre nel campo parrocchiale finivo per scaldarmi dai miei nonni e poi a casa, per le tigelle.
Mia madre impastava per tempo, io le restavo vicino per guardare e la ascoltavo dire “Guarda bene così impari e quando sarai grande le farai anche tu ai tuoi bimbi”.
Dopo la cena ci si sedeva tutti quanti in divano, io ero nel mezzo esattamente fra un cuscino e l’altro e mia sorella da un lato.

Con queste giornate grigie mi tornano in mente le luci del paese e la bellezza di Modena illuminata. Camminare per via Emilia fino a Piazza Grande era una magia.
Poi una sosta alla pasticceria più famosa, ancora tante vetrine da guardare e mille odori da  sentire. In ogni piazzetta un mercatino dell’artigianato dava colore al centro e io non perdevo occasione di raccogliere biglietti da visita.

I ricordi belli restano per sempre e l’autunno me li riporta in superficie, anche a 1000 km di distanza.

Il Circo della Farfalla

Ci sono poi alcuni giorni in cui ti svegli gia’ stanca, le coperte pesano e il tepore assorbe quegli ultimi minuti di quiete che vorresti durassero ancora molto; tutti dormono.

Identifichi i tre respiri attorno, che, ancora profondi, lascerebbero tutta l’iniziativa di spegnere la sveglia. Piove. Il cielo grigio. Maggio è diventato novembre. Un appuntamento scassapalle durante la mattina mi da gia’ il malumore e l’unica cosa da fare è andare. Freddo, molto freddo. Si stava meglio a letto ma non posso ritornare, se non inizio a concludere qualcosa non arrivero’ a niente; sara’ meglio che mi muova. Insomma una di quelle settimane che vorrei iniziare in spinta ma che, senza nessun motivo, cominciano in riserva.

Poi, la quiete si trasforma e ti accorgi di quanto il silenzio attorno potesse avere poco senso senza gridolini, abbracci e pestate di ciabatte per la poca marmellata sulle fette biscottate. Finisci di bere il tè in bagno, seduta accanto al water leggendo una storiella e ti ritrovi in auto immersa come per volonta’ di una forza d’inerzia superiore a guidare fra mille duemila semafori, rossi. Gia’. Parti in anticipo e arrivi in ritardo, chissa’ per quale strano scherzo del tempo e la colpevolezza di aver fatto mancare il classico “canto iniziale” aleggia pesante. Esci nuovamente pesando mentalmente a quale strada, incrocio e laterale voltare ma nessuna possibilita’ è convincente, per cui decidi di tentare.

Sei li, a ridere di quattro gomme e trasformi un gommista in un dottore della macchina per cercare di rendere l’attesa meno lunga. Poi, ricevi un regalo. Un bel regalo, che sicuramente è un segno nella carrozzeria di pensieri, valori ed essenza che giorno dopo giorno cerchiamo di assodarci attorno.

 

Mendez. Io lo assomiglio a qualcuno. A colui, che vede gli ultimi del mondo come meravigliosi essere dotati di una bellezza unica.

Mendez che non fa dei limiti uno zimbello anzi, li preserva dando pero’ l’occasione per redimersi, per cambiare.

Lui, il capo di un circo “diverso” dal mondo che invece espone debolezze e piccolezza umane come fenomeni da baraccone.

Ne esce la personalita’, la grinta di rialzarsi, di tirare fuori a testa da soli dall’acqua, di farcela una volta per tutte. Essere speciali non vuol dire esserlo agli occhi di chi ti guarda con occhio sfuggente, di chi di te conosce solo il contenitore. Essere speciali significa svelare il tuo magnifico contenuto senza aver paura di mostrare i tuoi limiti, imperfezioni, paure. Essere speciali per chi di te conosce il cuore.

L’ho detto, l’ho scritto, e lo riscrivo. Essere parte di una comunita’ molto ampia è frastornante. Si ha difficolta’ a trovare il proprio posto, a collocarsi fra una moltitudine che corre verso l’uniformita’ di stile, pensiero ed azioni. Un paese è diverso in tutto questo, non concede la liberta’ di trasgressione, o meglio, non te la perdona etichettandoti come lo stravagante, parte di quel circo da fenomeni da baraccone.

Mendez nel suo essere direttore alternativo mi insegna a voler bene a quello che sento, a quello che vorrei.

E non importa che reputazione hai, che posizione ricopri o che rispetto hanno di te quelli che incontri al cancello della scuola, se tua figlia prima di uscire di dice “Mamma, oggi questa spilla con il fiocco fucsia la metti anche tu, come me. Saremo bellissime” , tu quella spilla te la metti. E la devi indossare fiera perché per una volta tanto hai dato ascolto alla parte vera, quella che ti conosce e sa che ti metteresti anche il tutu’ per farli felici. (Ma non lo suggerisci ancora, un passo alla volta) Puoi staccarti da tutti quegli stereotipi fastidiosi e andare in scena in uno spettacolo che di fenomeni da baraccone non ne mostra nemmeno uno.

Lo spettacolo che fai della tua vita. E oggi va cosi’, un link ricevuto che scaturisce riflessioni che sicuramente andro’ a rileggermi nel momento del bisogno. Ma beh, poco importa, giusto per sapere che con un fiocco rosa non sto di certo male. “Tu sei meraviglioso!
e se soltanto potessi vedere la bellezza che puo’ nascere dalle ceneri…”  Mendez.

 

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Ritornare con piacere.

E si, sono cinque mesi, forse piu’,che non scrivo qui sopra; su quello che era il mio spazio e il mio ritaglio di tempo  libero dalle giornate piene di bisogni da soddisfare.
Ma non mi ero dimenticata di farlo, forse spesso le ore mi volavano fra le dita, ma avrei sicuramente potuto se avessi voluto. Invece non volevo.
Ho passato mesi intensi, non mi sono nemmeno accorta di essere arrivata a maggio e ora mi ritrovo con una primavera che cavalca le giornata regalandoci il sole alto fino alle 22 e profumi di fiori misti, tutto da annusare ad occhi chiusi.

Ho ricevuto diverse volte in questo periodo di stasi delle mail, messaggi o commenti a vecchi post in cui mi si chiedeva se era tutto ok, se procedevo nel verso giusto; non ho quasi mai risposto dicendo la verita’ ma semplicemente dicendo che ero in fase “letargica”.
Invece, ero impegnata a vivere. E molto.

Guardatevi questo video

http://blog.petflow.com/a-video-everyone-needs-to-see/

Il virtuale, la rete e l’ammasso di azioni che comporta rischiano di invadere in modo eccessivo le nostre azioni, i nostri pensieri. E questo, io, parere personale, lo trovo sbagliato.
Mi sono voluta concedere un periodo di stop dai racconti che non per forza dovevo condividere ma che volevo tenere per me, per noi, e basta. Sono rimasta on line ma come Enrica, e basta.
Ho iniziato e sorpassato la meta’ del mio secondo libro che non ha niente a che vedere con MILLE CHILOMETRI FRA ATRIO E VENTRICOLO ma che invece ha tutto di inventato e molto di sognato.
Ho avuto tempo per fare e ricevere piu’ coccole, per dedicarmi ad altri interessi e per staccare la spina in modo totale nei momenti di sconforto e proprio la’ accorgerti che chi ti conosce, anche solo attraverso le parole e un monitor, ti sta vicino;ti invia un messaggio per sapere come va e ti sostiene dicendoti che nulla durera’ di piu’ di un giro attorno al mondo.

Eppure sentivo di avere il bisogno di fare pulizia, di staccare un po’ la spina e di vivere appieno la vita vera.
E ora, mi si è risvegliato il “piacere” di farlo solo per il puro avere un appuntamento con me stessa, poi chi vorra’ mi seguira’, come sempre. Non volevo essere costretta ad un appuntamento fisso, i legami obbligatori mi snervano; preferisco il ritrovarsi per il gusto di esserci, anche magari saltellando fra un post e l’altro.

Ho avuto il piacere di incontrare grazie alla rete bellissime persone che con me condividono diversi aspetti del vivere quotidiano, e molte di queste sono expat. Capiscono le difficolta’ del dover imbastire una vita lontata e il piacere del riscoprirsi attive e positive giorno dopo giorno.

Beh tutta questa roba solo per dirvi che sono viva, che vegeto fantasticamente e che per un altro po’ di tempo vi terro’ compagnia.

 

Baci

 

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A qualcuno torna che c’é stata l’alluvione in Emilia?

Noto a molti: sono espatriata.

Mi lagno dell’indecenza delle trasmissioni italiane visibili a noi, RaiUno, Due e Tre che vanno quando pare a loro, e un canale Mediaset che passa trasmissioni obsolete, tipo Passaparola con Bonolis ventenne o Il meglio dei quizzoni di Mike Bongiorno. Boh.

Sono modenese, esattamente di Nonantola. Ad inizio settimana mi chiamano i miei i mi dicono di cosa stava succedendo, avevo avuto il sentore che qualcosa non fosse proprio andato dritto, eh Naviglio/Secchia?, burloni!!!, ma non pensavo fosse una cosa cosi’ seria. Su facebook passavano frasi un pochino ambigue, cosi’ vista la notizia da casa mi sono messa a cercare. E cos’ho trovato. Chilometri e chilometri di terra invasi dall’acqua di un fiume che ha sbragato letteralmente l’argine creando una falla di 30 metri. Bene. Ma al tg niente. Niente di niente eh? Mica una notizia data di corsa, no niente di niente.

Ma si lo faranno per farci stare tranquilli. Vogliono bene ai modenesi che abitano a Bruxelles. Che persone per bene.

Poi scopri che ci sono case allagate, scuole chiuse, negozi danneggiati, imprese che contano milioni di euro in danni. Ottimo.

Ma al tg niente.

Io, da qui, TeleModena o trc non le vedo, Dio te bendesa!

Si, direte, peggio per te, ma il punto non é questo. Le reti nazionali? Come mai non annunciano e raccontano niente?

Dimenticanza? Tg troppo lunghi e gia’ ricchi di notizie? (Poi magari ti parlano dei reali inglesi con il caghetto per aver assaggiato un pudding avariato)

O qui, cioé li, ci si vuole marciare sopra un tantino! Forse, e dico forse, non sono mica la maga Circe ma mi sa che sto indovinando, conviene tenere nascosta la notizia per motivi economici. Sbaglio? Bo vedremo.

Intanto Brumotti ha fatto circolare su Instragram questa foto:

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della serie: desdev!!!!!! (che per chi non conosce il modenese significa SVEGLIATEVI)

Della serie

L’acqua …celo

Il fango …celo

Pioggia…celo

Danni…celo

Sfollati…celo (dimondi=tanti)

Informazione….DILEGUOSSI

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Mille chilometri fra atrio e ventricolo. E’ uscito il mio libro!

Con il primo post dell’anno, dopo ben 20 giorni di 2014, vi annuncio MAGNO CUM GAUDIO (che da poco ho capito non essere un invito a pranzo), la presentazione del mio primo libro!!!!

E’ nato “MILLE CHILOMETRI FRA ATRIO E VENTRICOLO” che troverete cliccando sul link del titolo o collegandovi sul sito http://ilmiolibro.kataweb.it/ e cercando le mie credenziali ossia, o nome e cognome (Enrica Costantini) oppure il titolo del libro.

Potrete ordinarlo on line e riceverlo in qualche giorno lavorativo, oppure, fra qualche giorno, ordinarlo in qualsiasi punto vendita italiano La Feltrinelli. Sara’ disponibile in rete anche la versione ebook per gli appassionati della lettura digitale, scaricabile sempre dal sito sopracitato. La disponibilita’ dell’ebook sara’ anche su Apple Store e sui circuiti Amazon.

Va da sé che io sia molto fiera di questo mio primo lavoro, nato per caso, da una chiacchierata con un’amica, Maria Cibella, e da un’evidente incrociarsi di similitudine nelle nostre vite. Lei, tris mamma, moglie, scout, emigrata dalla Sicilia al Veneto, giornalista e redattrice del portale per famiglie www.Iogenitore.it, fu la prima ad intervistarmi quando un anno e mezzo fa decisi di aprire il blog “Mammerri”, l’intervista la potete leggere qui.

Oggi, quasi due anni dopo, invece, sul mio libro c’é un altro pezzo di comunicazione e scambio, la  sua prefazione che vi anticipo di seguito

Partire, sapendo di dover mettere radici lontano dal posto in cui sei nato e hai vissuto per gran parte della tua vita, è un processo che innesca un meccanismo di lacrime, paure e dubbi che, praticamente, non finisce mai. Non finisce neanche quando, con fatica, si riesce ad avere, finalmente, una vita sociale più o meno regolare, un lavoro, dei figli che, ringraziando il Cielo, ti consentono di inserirti ancora meglio nel nuovo, “strano” tessuto sociale che ti ha adottato. Perché una telefonata di un’amica che ti invita al suo matrimonio (che si svolgerà nella bella chiesetta all’ombra della quale siete cresciute) o una banalissima cena a cui parteciperanno tutti i tuoi parenti e amici, tranne te che “sei fuori “, ti farà piangere di nostalgia e di rabbia. Ogni volta.

Enrica, nelle pagine che seguono, ci racconta la sua storia di moglie e mamma emigrata. Si, emigrata. Ho voluto, di proposito, usare questo termine.

Spesso si parla di “fuga di cervelli”, di “trasferimenti” ma credo che “emigrare” sia addirittura più romantico; ha un significato talmente largo che, oltre alla valigia, riesca e rievocare, perfettamente, quel turbinio di sentimenti, paure, interrogativi e lunghi abbracci che sono il vero bagaglio di chi emigra.

Partire, arrivare, cercare, orientarsi e, ancora, cercare. E’ così che va ed Enrica lo racconta in maniera divertente. A tal punto che, dalle sue parole e da suoi aneddoti, si intuisce chiaramente quanto anche lei si stia divertendo a cavallo di questa nuova vita all’estero.

Perché è vero: il Belgio non è la sua terra, il cibo e il clima sono diversi, è lontana dai nonni dei suoi bambini, piangerà spesso e passerà molto tempo on-line per pianificare i viaggi aerei da e per l’Italia sperando, sempre, in prezzi più o meno accessibili. Ma, Enrica, è ricca: sta già fregiando la sua famiglia di incontri multi etnici, poliedrici e scanzonati. Ha scelto di dare, nonostante tutto, un taglio di qualità alla sua nuova vita. Respira sapori non suoi che “aggiusta” con semplici pensieri felici. E, solo anche per questo, è una mamma e una moglie incredibilmente meravigliosa.

 Buona lettura. 

                                                                                                                                                                                                                                                                                              Maria Cibella

(Emigrata in Veneto dalla Sicilia, tris mamma, giornalista e redattrice IoGenitore.it)

Sono particolarmente grata alla mia famiglia che in questo periodo mi ha sempre sostenuta regalandomi sorrisi e prezioso supporto.  L’amore é il motore di tutto.

Ringrazio tutti coloro che ci sono stati, che mi hanno domandato a che punto fossi con la scrittura, che idee avessi in merito e che perché no, si sono fatti una bella risata all’inizio del mio percorso. Ora non sono che all’inizio di una salita che spero sia piena di soddisfazioni, ma se cosi’ non fosse, poco male, ha fatto benissimo a me poter scrivere e poter buttare nero su bianco le emozioni e vicisitudine di una famiglia come la nostra, di expat.

E’ stato prezioso prendere coscienza e conoscenza di un cammino in cordata, legati l’uno all’altro. Una sveglia che tutte le mattine suona e ti ricorda che chi corre sei tu, con chi vuoi accanto. Un treno che raccoglie esperienze e che matura giorno dopo giorno.

Bisogna saper evolvere per non sentirsi persi, accettare per trovare il proprio
posto, ma soprattutto, aprirsi per essere accolti.

A chi vorra’ condividere con me questa gioia dico gia’ da ora un grande GRAZIE, potrete restare in contatto con le evoluzioni dell’avventura anche attraverso la pagina facebook, questa, sulla quale di tanto in tanto compariranno pezzi e parole!

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Vi saluto invece con una citazione che ho voluto riportare alla fine del libro, per me molto significativa

Tra vent’anni sarete più delusi per le cose che non avete fatto che per quelle che avete fatto. Quindi mollate le cime. Allontanatevi dal porto sicuro. Prendete con le vostre vele i venti. Esplorate. Sognate. Scoprite.

Mark Twain

 

Al porto sicuro ci si torna sempre volentieri se in principio ci si é sentiti liberi di navigare!!!!

Con affetto

Enrica

 

Diciamocelo, un Natale home made era da sfigati. Auguri!

Le feste natalizie troppo spesso diventano motivo di bagarre, di confusione, di toni di voce troppo alti e conversazioni frugali, sfuggenti. Ci si ritrova per il dovere i doversi augurare buon Natale, cosa magari non sentita, per il rispetto che si deve a tal collega o conoscente. Un messaggio con il telefonino non potrebbe bastare? “No sembra brutto, si offenderebbe” , e cosi’ inizia la tiritera delle riunioni obbligate. Un tour de force per tutta la famiglia, soprattutto per i bambini, che costretti a caos e andirivieni di gente di cui nemmeno sanno nulla si ritrovano stressati e fra le braccia di chicchessia urlando. Un cardiopalma generale.

Un bacio di qua uno di la, anche a loro che della sfera personale ne fanno un’aurea invalicabile e preziosa. Eppure, é Natale, si é tutti piu’ buoni (ah si?) e quindi via di bacini. Il momento dei regali viene vissuto con un’ansia da prestazione non indifferente. Aspetti al varco di cappellare il regalo riciclato dell’anno prima per gettare frecciatine.  La carta piu’ bella che avevi con la quale a malincuore hai impacchettato un pelouche anche se avresti voluto tappezzarci casa viene accartocciata in un millisecondo dall’elfo sgraffignatore di turno che finge di non aver trovato il proprio dono anticipando l’apertura di quello del cugino, e iniziano le zuffe.

Bene da tutto questo vorrei stare lontana, vorrei poter prendere le distanze dal motore rumoroso che muove le festivita’ dicembrine e da tutto quello che obbliga a sentirsi spostati dall’onda degli appuntamenti imperdibili a suon di panettone e finger food.

La semplicita’ e frugalita’ del Natale cosi’ per come é nato la si é persa per strada l’anno in cui hanno aperto l’Ipercoop e la Upim. La vendita in quantita’ industriali di tutto quello che puo’ servire per cinque minuti (regalo) o per mezz’ora (pranzo o cena). La lista dei regali intelligenti sembra ripetersi ogni anno per cui avrai la mamma che ti regala sempre un completino intimo e la sorella una sciarpa. Non si disdegna, per l’amor del cielo, ma se invece risparmiassimo tutto cio’?

Diciamocelo, una volta homemade era da sfigati, da campagnoli squattrinati che invece che comprarsi chili e chili di cibarie unte e bisunte si facevano una cena di magro spaghetti e tonno in casa e magari il pane di Natale come dolce. Era da sfigati ficcarti con tuo cugino sotto il divano a mangiare arachidi a costo di un’indigestione brutale e, ogni tre per due andare a bussare alla porta delle sorelle che chiuse in bagno si rifacevano il ciuffo discreto alla Brenda Walsh prima della S.Messa di mezzanotte.

Chi faceva da sé era tacciato di rabbinaggine, fico era stiparsi in un ristorante con cento mila altri disperati che come te non sanno dove cavolo sbattere la testa il giorno piu’ “famigliare” dell’anno.

Eppure io sono homemade nel dna. Nell’animo. E sfigata non mi ci sento neanche riflessa.

Preferisco il Natale ristretto, quello con i parenti che a costo di cenare con le briciole del giorno prima si trovano attorno ad un tavolo con il portafoglio accanto al piatto (che porta bene) e la letterina fatta dai piccoli per i capofamiglia, anche questa di buon auspicio. Preferisco una cena sobria, un’attesa del Natale mesto, senza troppo chiasso e con lo stile che adoro. Preferisco poter fare tutto io, da cima a fondo, perché in quello che si divide si possa gustare l’attesa e il fermento di chi ha preparato. Preferisco ricevere poche materialita’, non voglio sentirmi ogni volta in debito con chi mi ha messo qui, conscia di essere una persona cosi’ fortunata.

Buon Natale!