L’amore é amore.

Dopo quello che ho scritto qui sull’amore, la mia lei continua “Ma é quando una mamma e un papà si sposano, vero?”
Tralasciando le finezze sull’unione e sul titolo acquisito ho detto ” E’ quando due persone si vogliono bene”, che forse così su due piedi é la risposta migliore che potessi darle.

L’amore é amore, solo in italiano esiste la distinzione fra “Ti voglio bene” e “Ti amo”. Prima ci si scambiano messaggini con TVB – TVTRB – TVTTTTT(…)B come allenamento per il match e quando arriva il TI AMO suonano le campane a festa, come se prima ti avesse scritto una cosa diversa e come se bene fosse meno di amo.

In inglese é I Love You
in francese Je t’aime
in tedesco Ich Liebe Dich

e non ci sono soci minori. L’amore é amore.

L’amore é quando ci si sente felici
ma é anche quando si riescono a sopportare cose che farebbero girare i coglioni anche a San Francesco.
L’amore é quando guardi le vecchie foto e mi viene da piangere, é quando guardi avanti senza paura.
L’amore é sapere che il piccolo vale più del grande e l’essenziale é il quotidiano.
L’amore é voglia di raggiungersi, litigare e poi fare pace.
L’amore é tutto e niente ed io spero solo che sarete felici.

I pezzetti si sparpagliano anche ai grandi.

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Il cuore è un muscolo,  si contrae e si rilassa,  fa un esercizio ritmico,  cadenzato ma soprattutto indipendente dalla nostra volontà.  Questo significa che se noi un giorno volessimo dirgli di fermarsi lui farebbe orecchie da mercante (leggi se ne fregherebbe ) e continuerebbe a battere anche contro il nostro desiderio.

Il cuore però si dice sia sensibile e che resti in ascolto,  insomma uno spione.
Origlia le nostre emozioni che di rimando dal cervello lo agitano o al contrario lo rassicurano.
La volontà  ci da un aiutino perché se ci auto convinciamo di qualcosa abbiamo buone probabilità di ingannarlo ma il gioco furbo dura poco.

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Il cuore sa cosa c’è dietro,  capisce che stiamo giocando sporco con lui e non ci sta…
Ci sono momenti in cui aspettiamo di sentirlo battere forte,  altri in cui vorremmo fosse sordo oppure muto.
Ci sono attimi che immagazzinaiamo come nostri e rinchiudiamo nel profondo gettando la chiave, altri che invece vorremmo uscissero il prima possibile.
Vorrei poter dire già ai miei bambini che crescendo potranno sentire il cuore sgretolarsi ma che sicuramente troveranno qualcuno che con un abbraccio forte rincollerà tutti i pezzetti. Vorrei poter dire loro che vale la pena di provare ad aprirlo e che quello che entra va fatto accomodare al posto d’onore, sulla poltrona più comoda.

Arianna mi ha chiesto perché se sente piangere il fratellino si sente male.
“Mi viene male qui, al cuore ”
Le ho spiegato che è solo perché il dispiacere e l’impotenza la agitano.
Non ci crede,  dice che il cuore le fa male e basta,  senza doverglielo dire.
“È perché io lo amo,  mamma. Lo so”

Vorrei poterle spiegare cos’é l’amore, dirle che non c’é cosa più bella al mondo che riceverne e darne, ma per adesso le dirò che anche io lo so che il suo é amore, e tacerò anche che i pezzetti si sparpagliano anche da grandi.

Whatsapp il bugiardo

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A chi interessasse ero qui.

Sono andata in un locale, sabato pomeriggio, in centro a Bruxelles. Molto carino, molto ben arredato, musica piacevole, uno spazio per i bambini e cuscini pouffosi ovunque. La giornata era delle migliori per farsi una passeggiata all’aria aperta eppure il locale era gremito. C’ero anche io, vero, ma avevo un appuntamento REALE, con persone che ho baciato, con cui ho parlato, bevuto qualcosa e parlato per ore.
Attorno a noi tante persone stavano ripiegate su loro stesse picchiettando Tablet che il locale offre in dotazione. Tutti in silenzio con dita mobili. Peggio del peggio alcune coppie entrate mano nella mano hanno continuato il pomeriggio in duo con il proprio iPad.
Ci ho pensato.
Mi rendo conto che scrivere, nonostante possa fregare più tempo rispetto ad una telefonata, venga più facile.
Whatsapp, per dirne uno, é un metodo easy e smart per comunicare con chiunque, e lo puoi fare dove e quando vuoi.
Si, perché se vai in bagno con il telefono ed una chiamata in corso devi troncare, invece ora puoi continuare a scrivere. Prima dell’arrivo di queste comodità salva (o frega) tempo si restava sulla ciambella a leggere le etichette dei prodotti da bagno fino a farsi diventare il sotto coscia bordeaux, ora si digita.

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Café Presse Leopold, il luogo del ritrovo

Si resta connessi sul virtuale  quel che basta per avere uno schema mentale di cos’é successo nel mondo reale.
Prima di tirare lo scarico si scaricano le mail e tutto é in fila.

E cosi’ se il reale non é raggiungibile, anche il remoto parlato viene soppiantato da uno scritto più immediato ma cento volte più bugiardo: “sto bene –> stai da merda, sono al supermercato che mi ammazzo di spesa –> sei allo stadio, sono in banca –>sei al cesso, sentiamoci dopo che sono con una persona –>stai per addentare pop corn e film”.
Credo stia scemando in modo generalizzato la voglia di parlarsi, il desiderio di sentire la voce dell’altro, di confrontarsi a parole e con queste anche la capacità di portare avanti un dibattito o colloquio che sia. Si scrive, e senza accorgersene ci si lega le mani, anzi no quelle no , ma la volontà di muovere un passo oltre si. Quella si.

Forse basterebbe rendere schiavo il bisogno e non viceversa, servirsi di un mezzo per raggiungere l’irraggiungibile.

Pero’, nonostante lo dica da utilizzatrice cibernetica, ogni tanto anche spedire una lettera é bello.

ESSENZIALE

Ci ho pensanto qualche volta, no voglio essere onesta, ci pensavo da un po’. Avevo voglia di scrivere di nuovo qualcosa su di me e quindi cosa faccio? Ci provo.

Si, provo a scrivere come provo ogni giorno ad affrontare le ore che mi separano dall’arrivo del mio braccio destro nel modo migliore possibile.

Poco più di un mese fa sono diventata mamma per la terza volta, di un altro maschietto con gli occhi grandi e le labbra disegnate. Sono diventata mamma mentre ero “a mollo”, nella tranquillità più assoluta. Un’eventualità che mi auguravo ma che non davo di certo per scontato. Le cose infatti possono cambiare molto velocemente e sostanzialmente rispetto a come ci si era immaginato. Io poi non ne parliamo, mi faccio viaggi mentali, programmo, pianifico, immagino, poi magari modifico strada facendo e tutto prende una forma diversa.
Immaginavo le mie giornate senza respiro, caotiche e invece devo dire che immaginavo male.
Qualcuno mi chiede come io riesca a fare tutto, é semplice, non riesco, ci provo!  La sorpresa quotidiana sta proprio nel constatare che non si tratta di una mia capacità, ma la realtà è veramente amica, e meno la temo, meno mi difendo (meno ho paura di fare fatica), e più le soluzioni alle varie problematiche si presentano, per così dire, da sole.
Poi, certo, abbiamo sviluppato quelle che io chiamo “abitudini virtuose” (tipo apparecchiare la tavola per la colazione la sera prima), che ci permettono di non sprofondare nel caos. Ma questo è molto più semplice di quel che sembra, anche perché ai bambini è molto utile la regolarità, li rassicura e li mantiene sereni.
Bisogna cercare di guardare all’essenziale, senza mirare alla perfezione ma alla riuscita.

Non che questo voglia dire perdere la voglia di fare del proprio meglio, ma almeno complimentarsi per cio’ che si riesce a concludere. Ho capito di essere in grado di fare cose che mai avrei pensato, di riuscire a mettere in fila più bisogni e piano piano tirare una X di “fatto”. Poi credo che per facilitarsi la vita si debba anche mandare a fanculo    lasciare andare il superfluo. Essenziale, appunto.

E la mattina ci vuole il rito dello specchio: guardarsi, riconoscersi e caricarsi. La giornata inizia e tu l’avrai in pugno. Essenziale.

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Mio marito C’HA la groupie.

Nascondersi dietro ad un dito è davvero da stolti.
Così, messo li come premessa a cappello.

Cliccheggiando allegramente di qua e di la, qualche anno fa, ho capito che la rete poteva essere un buon modo per non sentirmi sola. EDDAI, VOI MOGLI AL SEGUITO TUTTO FARE PIMPANTI ED ARZILLE, NON MI DITE CHE NON VI SIETE MAI SENTITE SOLE! “Sole????? Mannooooo, mai e poi mai. Io ho i miei venticinque figli, tutti con età comprese fra gli 1 e i 3 anni un circolo di amiche che frequento ogni sera dopo che ho preparato la cena e il lunch box per tutti. Io organizzo serate a casa mia, eventi italiani e molto altro” “OOOOOHHHHHH beh, complimenti a te, io di figli ne ho due e mezzo e mi sembra già una conquista arrivare a sera su due piedi, il sol pensiero di avere gente in casa mi causa diarrea nervosa una settimana prima e le amiche le vedo dopo vari incastri di orari e giorni”

Torniamo a noi, cliccheggiando allegramente avevo capito che partire scrivendo qualcosa poteva essere curativo per me e nello stesso tempo poteva aprirmi diverse porte, mica porte strambe, ma conoscere un attimo il sistema mi avrebbe reso facile il “parlaparla” femminile, più itido il mondo delle amicizie a distanza. E così da cosa nasce cosa e bla bla bla.
Quindi capisci che chi attende o invia messaggi in bottiglia lenti e sottointesi, non ha capito una mazza.
Più che altro ti rendi conto che il richiamo SOS ha attecchito.
Quindi parti per solitudine, per colmare un tempo che prima era dedicato ad altro o per rapirti una parte di tempo che se anche non hai te lo crei. E cosi sacrifichi la seduta di smalto sulle unghie, di spinzettamento peluria e cose del genere.
(“Mannoooooooooooo noi siamo donneeeeee!” “AH, io no?!?”

Inizi a conoscere un po’ di gente,ti senti più a tuo agio e le cose cambiano, passi dal lato dell’adottato a quello del fervente volontario per adottare. Senti a destra e a manca se qualcuno ha bisogno, se puoi restituire in qualche modo quello che hai ricevuto gratuitamente.Per i primi tempi ci stai dietro poi ti riempi le tasche velocemente delle super donne di quelle che della normalità hanno una paura tremenda e che dei luoghi comuni ne fanno un vanto.
Ma solo io mi incazzo se mi chiedono “Tu non fai nulla?”. A me, la descrizione di vita expat idilliaca spaventa e più che altro mi suscita perplessità:1) o stai dicendo un mare di balle 2) oppure se fumi offri.

Io alterno periodi, ma la felicità di base rimane. Questo non vuol dire dover per forza trasmettere costantemente euforia, si può essere un carattere positivo senza dover per forza primeggiare sulla lista del think positive.

E invece no! Cacchio! Sei expat, devi portare avanti la gloria che i ricopre, poi che tu abbia il ciclo, i maroni girati, ottocento cose da fare, appena preso una muta o semplicemente lo scazzo alla risposta non importa. Devi immolarti a motivatrice, a sostenitrice groupie del lavoro del marito, a qualsiasi cosa non ti faccia avvicinare alla domanda terza “Sei triste?” “Mannooooo, io? Mai e poi mai! Il mio super lui è il Signor ducaconte della megaditta cittadina, pensa, sta fuori 23 ore al giorno, viaggia dieci mesi l’anno e festeggiamo gli anniversari su Skype”  “AH, fico….”untitled

Secondo me è più paura di sentirsi dire dagli altri che sei una cogliona ad aver scelto di partire e solite scemenze che chi non vive la tua esperienza non capirà mai. Quindi che paura c’è? Gli alti e bassi li hanno tutti, credo sia normale.

Sarà vero che la normalità oggigiorno fa paura e le mezze misure non vanno più di moda?

TIN TIN TIN

Recentemente quando la mattina esco di casa imbalsamata tra sciarpa e guanti, il prato del giardinetto di fronte e’ a chiazze bianche e verdi, ricoperto di un sottile manto di ghiaccio formatosi durante la notte cosi’ come sui tetti delle case, basse non più di quattro piani e caratterizzate dai loro tagli netti in verticale, una sul fianco dell’altra, come in fila stretta e ammucchiata, come agli attenti davanti ad una strada sempre poco trafficata. E se le temperature son scese sotto lo zero da diversi giorni, le strade invece si riscaldano di addobbi natalizi, quasi in ogni piccola piazzola spuntano pini a festa o colori e luci sugli alberi già presenti da decenni, testimoni di evoluzioni della capitale di un’Europa in cerca di identità, mentre dalla facciata est della commissione europea, il palazzo Berlaymont, si stende il telone enorme degli auguri di buone feste in tutte le lingue del continente.
Le vetrine repentine cambiano attore nel giro di pochi giorni, da San Nicolas si passa al più commerciale e globalizzato Babbo Natale. Cosi’ i bambini belgi faran scorta di regali, i più fortunati e speranzosi che avran inviato una lettera a Saint Nicolas riceveranno dalle poste belghe una scatola di cioccolatini: anche qui come in tanti altri paesi le letterine ai protagonisti del Natale non vengono cestinate ma raccolte con cura e alla prime migliaia si inviano anche delle praline, in fondo siamo nella vera patria del cioccolato!  🙂
Durante i fine settimana e’ praticamente impossibile passeggiare per la Grande Place ed alcune vie del centro, tra la folla di turisti immancabili e la marea di acquisti da fare, regali da inventare, soldi da spendere per la sola soddisfazione di un sorriso magari stimolabile con molto meno. Un affanno inutile che quest’anno evito con piacere non ritornando in Italia per le feste.

Meglio concentrarsi sullo spirito natalizio, sulle persone, su un bicchiere di vino caldo in uno dei mercatini allestiti e lasciare che il fiato incontri il gelo a disegnare la solita nuvoletta di vapore e pensieri, mentre orecchie e naso si fan rossi per il freddo senza sosta. E cosi passeggiando la mia mano cerca l’altra mano, per compagnia, per calore, per benessere, ah eccola, ora sto già meglio.

Essere partiti in due significa condividere attese, angosce, frustrazioni, felicità, conquiste, obiettivi. Significa per uno ricoprire un ruolo nuovo e per l’altro altrettanto. Contenti di com’è e lasciando che qualche volta le cose vadano come devono andare senza avere per forza tutto sotto controllo.
Ci si può incaponire, fissare con l’idea che tutto potrebbe essere sempre prevedibile e calcolabile ma non è così, inutile mettere il carro davanti ai buoi.
L’unica certezza è il presente, con chi vuole esserci e ha il piacere di farlo, il resto vada pure, non importa.

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A Natale…

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Pensavo che a Natale si è tutti più buoni….. no dai…..lo si dovrebbe essere sempre, non diciamo scemenze…

allora ho cominciato a pensare che a Natale si è tutti più affamati visto le quantità di cibo che riempiono la grande distribuzione ed infine frigoriferi casalinghi e panze rotonde…no dai, non è salutare, morale, etico, sensato, si deve mantenere un’abitudine alimentare sana e senza eccessi anche a Natale, non diciamo scemenze!

Quindi ho cominciato a pensare al regalo sotto l’albero poi mi sono detta che comincio ad avere una certa età,

ho rimediato allora sul pensiero per i bambini che, se devo essere sincera, hanno fin troppo ed accumulare per poi non considerare minimamente scadute le 48h non è un insegnamento che mi aggrada.

Ho pensato quindi alle ferie, si, a un bel periodo di distensione se non fosse che il cielo ci grazia ogni giorno con acqua simil vaporizzata, di quelle che scendono lente, bagnano a non finire e inumidiscono le ossa. Quindi la  soluzione prima è frequentare posti chiusi, magari casa propria, dove trovi sempre qualcosa da fare e la volta buona in cui ti dici “Oggi gioco con i bambini”, sai che ti toccherà riordinare perché al momento del “Mi aiutate?”, loro saranno già passati a far danni altrove.

Forse devo solo pensare al Natale in sé, a quello che è “nel vivo”.
Mi piaceva aspettare la Vigilia, preparate le letterine per gli uomini della famiglia poi nasconderle sotto il piatto di ognuno di loro. Mangiare di magro con mia nonna che friggeva il baccalà (chiamalo magro!). Cenavamo tutti con il portafogli sul tavolo in segno di buon auspicio, poi la tombola con i fagioli da battere sul tavolo; io quei fagioli li battevo fino quasi a spaccarli ma ero più fortunata in amore.

Tutto questo mi fa pensare però che sono cresciuta, che sono moglie mamma e che quest’anno il Natale lo passeremo  Bruxelles in attesa che la famiglia si allarghi di nuovo e in attesa dei nonni.
Magari potrò passare qualche ora libera con mio marito, vedere mercatini nuovi qui attorno, mangiare qualche cosa di più (tanto il punto vita alle soglie dell’ottavo mese ormai è andato…), spacchettare, ritornare bambina preparando sul tavolo la colazione per Babbo Natale. Poi la magia materiale passa e rimangono le certezze:

a Natale capisci di essere cresciuto quando desideri le persone e non le cose.

E se per il mondo la tua pancia…

Oh, come sei bella.
Oh, come stai bene.
Oh, come sei raggiante.
Tutti complimenti che arrivano di tanto in tanto quando passi dall’avere un nome e cognome definiti all’essere solo una pancia.
Gli sguardi sono tutti per lei, nessuno ti guarda negli occhi per più di un secondo perché li abbassano per vedere il cocomero che spunta dalla giacca  ormai legata con qualche spilla da balia.
Piovono complimenti come coriandoli di piombo e si ficcano nel cappuccio appesantendo la situazione.
Ma solo io mi sento una balena?
Vero che è un periodo di grazia nel quale si diventa di certo mira di sguardi curiosi e alle volte teneri ma perché anche un commento delicato può infastidire?
Colpa dell’accumulo ormonale e delle alterazioni umorali?
Colpa del buco dell’ozono, della fame nel mondo e delle piogge acide?
Fatto sta che non va mai bene niente.

E quindi ti chiudi in bagno e non vedi l’ora di aprire il mobiletto rifornito da poco.  Si comincia a salire sul wc per vedersi meglio allo specchio e poi via di unta fino a sembrare un merluzzo pronto da infornare.
Perdi i capelli e dovrebbero essere perfetti,
viene una smagliatura e oddio, tragedia,
si sfaldano le unghie e “Oh no com’è possibile!”.

Per non parlare delle suscettibilità
“Sei bellissima” Sticazzi
“Che bella panciona” Guardati la tua
“Ti trovo bene” Meglio per te.

Vorrei solo dire, a tutte le mamme semplicemente tre cose:
1) Ce la puoi fare anche da sola. Anche se non hai attorno un entourage di groupies scatenate che ad ogni minimo cambiamento del tuo corpo inneggiano, sappi che stai portando avanti una delle avventure più belle della vita e che poco importa se ne uscirai moralmente distrutta per aver spalmato sulla tua pelle ettolitri di olio di mandorle dolci con pochi risultati, comunque sia, sarà un successo.

2) Abbi fiducia. In te stessa ma anche negli altri. Sii cosciente delle tue capacità, dell’essere la bella persona che sei anche con i vestiti tirati o i pantaloni compressi. Se ti dicono che sei bella, incassa e sii contenta! Se ti dicono che la pancia è grossa per il mese in cui sei invece hai tutto il diritto di alzare un silenzioso  ma inequivocabile disappunto, il dito medio.

3) Cerca la compagnia di altre persone, stai con chi ti fa ridere, con chi puoi parlare di tutto escluso vomiti, pannolini sporchi e nottate bianche. Per quello ci sarà tempo.

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La gravidanza è un periodo magico che in nove mesi ti cambia così tanto fino a nascondere parti di te che conoscevi benissimo: i piedi, o che improvvisamente ti fa sobbalzare e correre al bagno per una fuga improvvisa di metano o perdita di liquidi.

Insomma si cambia così tanto da doversi concedere il lusso dell’autoironia e se per il mondo la tua pancia sembra la cosa più importante di cui parlare, guardare e toccare preparati al peggio, dopo sarai solo la fattrice del fantastico pupo che tutti vorranno vedere.
Concedetevi il piacere di sorridere di voi stesse quando è il caso e abbandonate ogni tipo di paranoia mentale. Gli standard non esistono e sicuramente non dovete crucciarvi per tendervi.
Perdete tempo per coccolarvi e bando alle ciance, una barretta di cioccolato non ha mai ammazzato nessuna gestante!

Siate serene e godetevi la pancia piccola o grossa che sia nell’attesa di rivedervi  i piedi!

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Avevo in mente la madre perfetta….

Quando non avevo figli pensavo che sarei stata una mamma modello, una tutto d’un pezzo, rigida negli schemi, molto attenta a tutto quello che poteva sfiorare l’educazione dei miei figli e sicuramente ligia ad un modello di madre molto sistematica.
Anzi a dire il vero mi sarebbe piaciuto essere come quelle dei telefilm, sempre con il mascara a posto, i capelli fonati bene e magari una colata perfetta di smalto sulle unghie. Allo stesso tempo, però mi immaginavo molto presa dalla vita dei bambini, in carriera, piena di hobby e con tanto tempo per chiacchierare con amiche.
Non sapevo però che quello era solo il mondo dei sogni.
Ho imparato che il modello di mamma che immaginavo di essere in realtà non mi rispecchia per niente e che mi è impossibile far incrociare anche solo due delle proiezioni che avevo di me. Lo smalto per esempio è assolutamente antagonista della vita famigliare, non parliamo poi della piega fatta alla perfezione o del tanto tempo a disposizione. Giusto per cacciarla sul futile.

 

Lì per lì ci sono rimasta un po’ male, ho constatato i miei limiti e ne ho semplicemente preso atto. Serenamente.
Otto ricette su dieci mi escono troppo salate, dieci lavatrici su dieci escono con un vestito rimasto macchiato, sette giorni su sette mi addormenterei alle otto e mezza. Ma sono contenta di come sono.

La vita expat mi ha portato lontana da una routine perfetta, che pensavo non potesse avere alternative, proprio come il modello di mamma che avevo in testa da fidanzata. Poi expat e mamma ci diventi, e tutto cambia.

Ti guardi attorno e capisci che non esiste un solo modo di essere mamma ma anzi, ce ne sono milioni, forse di più, e la cosa che ora mi rende più felice è che nessuno di questi mi scombussola le idee. Io sono io e dentro a queste innumerevoli attitudini genitoriali ho trovato la mia, quella perfetta per me.
Nessun paragone, niente timori da prestazione, nessuna ansia da giudizio. Vivo la mia vita godendomi quello che i bambini mi hanno regalato: amore e un’altra me.
Un’altra me che è un ingegnere senza scrivania, una ragazza giovane ma con grandi responsabilità, una moglie diversa e un’amica per me stessa.
Vivere lontani l’esperienza della maternità e della crescita dei figli non lascia scampo ad equivoci e gli sbagli vengono sbattuti sotto i riflettori della propria coscienza senza pietà come se una grossa lente di ingrandimento volesse dirti “Stavolta hai toppato cara mia”. E non esistono nonne per correre ai ripari, sorelle per una chiacchierata o amiche di anni passati. Ci sei tu.
Non è poi la fine del mondo ma solo un modo per imparare ad avere ben chiaro dove si vuole andare e come ci si vuole arrivare.
Io voglio camminare sulla via dell’equità di azioni e pensiero aiutando i bambini a crescere felici di quello che hanno, caparbi nel raggiungere obiettivi e fermi nelle certezze. Come, beh, vorrei arrivarci possibilmente senza troppo sudore alle tempie, mitigando l’energia delle giornate con un ritmo che ci calza a pennello e senza mai crucciarmi di non assomigliare al modello di mamma che forse avrei ricalcato se non fossi partita.

È un po’ come continuare a camminare sul filo degli insegnamenti ricevuti ma con la testa ubriaca di autonomia.

È una prova del nove quotidiana , ma non si soccombe per questo.
Quello che non ammazza fortifica, ma stronzifica anche, dico io.

 

 

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Lo psicologo e l’emigrante

Entra mesto nello studio l’ennesimo emigrante senza sorriso,
stringe la mano appena per quei calli di valigie trascinate,
lo psicologo l’osserva attento e studia quel suo viso indeciso
e l’aria timorosa dagli occhi pieni di memorie mal masticate.

“Dottore, la prego m’aiuti! Son prigioniero all’estero!” quasi grida
“Ho sì un lavoro, ma ho più conoscenti che amici, il corpo diviso,
son in un limbo, vivo qui ma penso a casa, tutto diventa salita!”.
Lo psicologo tace, osserva bene prima di tuonare all’improvviso:

“E sei uno stronzo!” colpisce l’emigrante dalla bocca impietrita
“Non c’è nessuna prigione, son compromessi che ti dan libertà,
adesso puoi scegliere, puoi tornare indietro o restare eremita,
puoi migliorare o modellare in modi nuovi e diversi la tua realtà!”

“Ma.. ma.. ” balbetta il viaggiatore masticando quella risposta
“Ma.. se torno indietro lascio un lavoro e una posizione ambita
e non so cosa trovo a parte il cibo, il sole, il mare, la costa,
per questo mi sento prigioniero, manca quella qualità di vita!”

Lo psicologo tace e l’osserva quasi gli stesse per dar ragione:
“E sei uno stronzo!” colpisce di nuovo con l’ennesima batosta
“la qualità di vita è anche nel lavoro che ti dà soddisfazione
o ad avercene, almeno, e sotto quella tua patria scomposta

ecco che lento ti spogli di fronte alla diversità d’altre culture,
t’arricchisci, conosci gli altri e poi la tua personalità nascosta,
c’è qualità nel tuo viaggio, ma non mancano certo scottature!”
Cala il silenzio nello studio per quella visione mal corrisposta,

poi quasi sussurra l’emigrante oramai completamente onesto:
“Ma… ma dottore… capisco perfettamente queste congetture,
ma se non son felice, adesso, son stronzo anche per questo?”
Si scambiano uno sguardo, immobili quasi come due sculture,

poi lo psicologo lento riprende come avesse di tutto le prove:
“No che non sei stronzo! Ma non sei felice in questo contesto
perché ahimè non hai ancora trovato l’equilibrio nell’altrove,
ma se smetti di sentirti in prigione, se operi questo disinnesto

scoprirai un mondo meno grigio e potrai anche pensar al ritorno,
ma con consapevolezza, niente lamenti se non c’è sole e piove,
devi digerire bene quest’emozioni e poi calmo guardarti attorno,
ti scoprirai più libero e padrone, vedrai che qualcosa si smuove!”

L’emigrante finalmente sorride, forse capendo la preziosa lezione,
lo psicologo gli indica la porta con parole certo non di contorno:
“Ecco, son 100 euro. E non mi guardi con quell’aria da coglione!,
sarò stronzo ma questo studio, sa, è una prigione senza ritorno!”.

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Oggi pubblico questo post che tempo fa avevo postato come stato personale su Facebook.

Credo che a volte, nella condizione expat sia insito il lamento il piagnisteo non giustificato.
Penso anche che per poter davvero riuscire ad apprezzare una situazione la si debba guardare con occhi altri. C’è chi dei nostri giorni invidia ogni singolo momento, per un motivo o per un altro. Penso anche che indipendentemente dalla scelta di vivere lontani si debba essere coscienti che la felicità non la si tocca solo attraverso la stabilità dell’intorno, ma tramite quella interiore. Essere sereni dipende in primo luogo da noi stessi.
Forse se imparassimo nei momenti grigi a vivere la prigione come un’immensa mansarda vetrata potremmo avere senz’altro il cuore leggero e la consapevolezza che niente ci vieta di spiegare di nuovo le ali verso altri lidi, magari quelli da cui siamo partiti, o invece altri ancora.
Le gabbie sono per gli uccelli senza ali.

Al proprio posto ovunque nel mondo.

Ascolto alle mie spalle due ragazzi italiani urlare tra loro  ed uno dei due rompe i timpani dell’altro con un “guarda quella bionda con il ragazzo di colore” e allora mi volto anch’io, d’istinto ma distinta, a fissare quella bionda con un ragazzo di colore e siccome era davvero un sacco di tempo che non sentivo quell’espressione, ragazzo di colore, mi son fermato un attimo a fissare quei colori e alla mente m’è risalito subito un ricordo , una poesia in cui un bambino nero si rivolgeva ad un bambino bianco e faceva più o meno così:

tu amico bianco, perché chiamare me di colore? io quando son nato ero nero, quando son cresciuto: nero, quando vado al sole: nero, quando malato: nero, quando spaventato: nero, quando morirò sarò ancora nero; ma tu, amico bianco, quando nato eri rosa, quando cresciuto: bianco, quando malato: giallo, quando abbronzato: rosso, quando spaventato: verde, quando morto sarai viola; allora, amico bianco, perché chiamare me di colore?

E quella  domanda finale, mi girava tra la testa mentre fissavo i colori degli altri, pensando che di colori ne è pieno il mondo, basterebbe soltanto fissarli quei colori: il ragazzo che serve i pasti a scuola, per esempio, spesso è davvero nero (pur essendo bianco) tra caos e nervosismo di bambini affamati, per poi illuminarsi d’una luce gialla viva quando esplode in quel suo sorriso che richiama tutte le rughe a dilatarsi; il vicino di casa belga, invece, era arancione e pieno di lentiggini fiamminghe ma spesso si colorava d’azzurro quando parlava francese e non voleva; il portiere ugandese, pur essendo di pelle nera , lo percepisco in constante verde, sarà perché gli brilla la pelle o semplicemente per il colore brillante degli occhi; e le signore che incontro in piscina sono spesso rosse paonazze dopo la sauna. E in fondo siam in continuo arcobaleno, noi tutti, basterebbe soltanto guardarli un po’ meglio, quei colori degli altri, e non fissarci soltanto sulla bionda con il ragazzo di colore.

È bello avere amici arcobaleno, passeggiare per la città e non fare caso ai colori con malizia, ma riuscire a mescolarsi in una cultura che ad ognuno regala una collocazione. È confortante sapere che per i bambini non esistono bambini colorati, ma un gioco da poter condividere e fare insieme, è bello sapere che nella diversità ognuno è speciale e che dalle caratteristiche si può riuscire a trovare sempre un punto comune ed identico.

Camminare fra la folla senza meravigliarsi di niente è uno delle prime vere conquiste per sentirsi al proprio posto ovunque nel mondo.

Congratulazioni.

Ho novant’anni e cinque figli.
Sono in buona salute, non mi manca niente. Riesco ad andare tutte le mattine in piscina e dopo, vedo qualche nipotino. Si,quelle dolci manine che non mi sono quasi mai goduta quando altre 8 mani chiedevano le mie.
Vivo qui da tanto e ho un cuore tenace, finche vivo voglio essere indipendente.
Più libertà e meno compromessi, anche con te, cuore caro.
Ti ho salvato, cervello, dalla sterilità di luoghi comuni perpetuati, da frasi ed abitudini vissute, ti ho risparmiato, cervello da compromessi mascherati da buone opportunità per una donna con figli, ti ho voluto nutrire, cervello, di altre culture, d’altri alfabeti, di altre sfide e sacrifici, affinché tu possa confrontare pregi e carenze, affinché tu possa distinguere aggettivi e stereotipi, affinché tu possa cibarti d’avventure e mondi altrui, affinché tu possa avere anche la possibilità d’un ritorno, semmai tu lo decida, ma solo dopo averci provato.

Ti ho riempito, cuore, della nostalgia del distacco, della sofferenza del non esserci e della mancanza della famiglia che t’ha riempito d’amore, degli amici che t’hanno abbracciato e rinforzato ma dei quali oggi , ne vorresti rivedere la metà,, dei panorami che t’hanno visto crescere e che ancora oggi fanno risuonare il tuo battito e calore, alla vista, al respiro, al ricordo. T’ho fatto male, cuore, son partita con la paura dell’ignoto, quando ho chiuso gli occhi ubriaca di speranze; ma t’ho fatto bene, cuore, quando ti sei innamorato d’altri paesaggi altrove, d’altri modi di fare, pensare, essere, quando hai stimato chi sapeva aspettare, quando hai apprezzato chi sapeva ringraziare, quando hai rispettato chi rappresentava una serietà dimenticata. E t’avrò pure illuso, cuore, cantandoti d’Eldorado inesistenti, di paradisi dove tutto era oro e civiltà, e invece no, son compromessi, guarda un po’, ma son compromessi, cuore, che t’hanno ridato il sorriso.

Ti ho portato altrove, corpo, perché tu possa calpestare altre strade, inciampare per un passo maldestro, cadere, salire e correre, ma soprattutto sudare e avere la consapevolezza che per quel sudore siano maggiori le probabilità d’asciugarlo e sentirsi soddisfatti; t’ho trascinato via, corpo, quando le estensioni dei tuoi piedi non erano ancora radici lunghe e ben salde, ma t’ho fatto un torto, corpo, perché adesso pendono, quelle radici, in un limbo dalle dubbie identità; t’ho fatto respirare fuori, corpo, perché tu possa riempirti i polmoni di un’aria diversa, perché tu possa provare pietanze dagli aromi sconosciuti, comunicare con labbra straniere, ascoltare accenti inattesi, e perderti, tra scoperte silenziose e immancabili sconfitte, per poi ritrovarti, più forte e deciso.

Vi ho voluti figli miei evi ho portati via dall’Italia e ora che vi vedo crescere felici, posso congratularmi con me stessa per il sudore dei nostri sacrifici.

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Autunno

In questi giorni Bruxelles è ventosa. Soleggiata, ma ventosa.

È difficile riuscire a rimanere allo scoperto senza niente che ripari, senza mettersi d’istinto dietro ad un muro che protegge e taglia un po’ le forti raffiche.

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Tutto sommato però quado il tempo è grigio io mi gongolo. Anzi, mi gongolo moltissimo.
I termosifoni cominciano a scaldare, le gocce sbattono contro i vetri altissimi e le foglie degli alberi difronte si attorcigliano senza fare rumore. Da qui dentro sono solo una spettatrice.
Quindi mi siedo in divano e abbraccio i miei bambini.

Mi tornano in mente le serate italiane, quelle in cui mio padre arrivava dalla banca in bicicletta con i baffi freddi e pieni di brina ed un sacchetto con le patate dolci dentro. Arrivava fino in camera dove stavo ancora studiando probabilmente analisi matematica o fisica (oddio) e mi sventolava stando sulla porta il sacchetto. Già sapevo.
Poi mi baciava e io da figlia schizzinosa mi pulivo dalle gocce di brina.

Dopo qualche minuto ero in cucina, mi sedevo sulla panca della stufa di maiolica e mi riscaldavo le ossa fino a sentire la schiena bruciare.

Mi tornano in mente le serate che trascorrevo da bambini aspettando le tigelle del sabato sera, quelle erano un vero must. Un appuntamento fisso. La serata che aspettavo, da buongustaia,una settimana per l’altra. Dopo un pomeriggio passato a correre nel campo parrocchiale finivo per scaldarmi dai miei nonni e poi a casa, per le tigelle.
Mia madre impastava per tempo, io le restavo vicino per guardare e la ascoltavo dire “Guarda bene così impari e quando sarai grande le farai anche tu ai tuoi bimbi”.
Dopo la cena ci si sedeva tutti quanti in divano, io ero nel mezzo esattamente fra un cuscino e l’altro e mia sorella da un lato.

Con queste giornate grigie mi tornano in mente le luci del paese e la bellezza di Modena illuminata. Camminare per via Emilia fino a Piazza Grande era una magia.
Poi una sosta alla pasticceria più famosa, ancora tante vetrine da guardare e mille odori da  sentire. In ogni piazzetta un mercatino dell’artigianato dava colore al centro e io non perdevo occasione di raccogliere biglietti da visita.

I ricordi belli restano per sempre e l’autunno me li riporta in superficie, anche a 1000 km di distanza.

Il Circo della Farfalla

Ci sono poi alcuni giorni in cui ti svegli gia’ stanca, le coperte pesano e il tepore assorbe quegli ultimi minuti di quiete che vorresti durassero ancora molto; tutti dormono.

Identifichi i tre respiri attorno, che, ancora profondi, lascerebbero tutta l’iniziativa di spegnere la sveglia. Piove. Il cielo grigio. Maggio è diventato novembre. Un appuntamento scassapalle durante la mattina mi da gia’ il malumore e l’unica cosa da fare è andare. Freddo, molto freddo. Si stava meglio a letto ma non posso ritornare, se non inizio a concludere qualcosa non arrivero’ a niente; sara’ meglio che mi muova. Insomma una di quelle settimane che vorrei iniziare in spinta ma che, senza nessun motivo, cominciano in riserva.

Poi, la quiete si trasforma e ti accorgi di quanto il silenzio attorno potesse avere poco senso senza gridolini, abbracci e pestate di ciabatte per la poca marmellata sulle fette biscottate. Finisci di bere il tè in bagno, seduta accanto al water leggendo una storiella e ti ritrovi in auto immersa come per volonta’ di una forza d’inerzia superiore a guidare fra mille duemila semafori, rossi. Gia’. Parti in anticipo e arrivi in ritardo, chissa’ per quale strano scherzo del tempo e la colpevolezza di aver fatto mancare il classico “canto iniziale” aleggia pesante. Esci nuovamente pesando mentalmente a quale strada, incrocio e laterale voltare ma nessuna possibilita’ è convincente, per cui decidi di tentare.

Sei li, a ridere di quattro gomme e trasformi un gommista in un dottore della macchina per cercare di rendere l’attesa meno lunga. Poi, ricevi un regalo. Un bel regalo, che sicuramente è un segno nella carrozzeria di pensieri, valori ed essenza che giorno dopo giorno cerchiamo di assodarci attorno.

 

Mendez. Io lo assomiglio a qualcuno. A colui, che vede gli ultimi del mondo come meravigliosi essere dotati di una bellezza unica.

Mendez che non fa dei limiti uno zimbello anzi, li preserva dando pero’ l’occasione per redimersi, per cambiare.

Lui, il capo di un circo “diverso” dal mondo che invece espone debolezze e piccolezza umane come fenomeni da baraccone.

Ne esce la personalita’, la grinta di rialzarsi, di tirare fuori a testa da soli dall’acqua, di farcela una volta per tutte. Essere speciali non vuol dire esserlo agli occhi di chi ti guarda con occhio sfuggente, di chi di te conosce solo il contenitore. Essere speciali significa svelare il tuo magnifico contenuto senza aver paura di mostrare i tuoi limiti, imperfezioni, paure. Essere speciali per chi di te conosce il cuore.

L’ho detto, l’ho scritto, e lo riscrivo. Essere parte di una comunita’ molto ampia è frastornante. Si ha difficolta’ a trovare il proprio posto, a collocarsi fra una moltitudine che corre verso l’uniformita’ di stile, pensiero ed azioni. Un paese è diverso in tutto questo, non concede la liberta’ di trasgressione, o meglio, non te la perdona etichettandoti come lo stravagante, parte di quel circo da fenomeni da baraccone.

Mendez nel suo essere direttore alternativo mi insegna a voler bene a quello che sento, a quello che vorrei.

E non importa che reputazione hai, che posizione ricopri o che rispetto hanno di te quelli che incontri al cancello della scuola, se tua figlia prima di uscire di dice “Mamma, oggi questa spilla con il fiocco fucsia la metti anche tu, come me. Saremo bellissime” , tu quella spilla te la metti. E la devi indossare fiera perché per una volta tanto hai dato ascolto alla parte vera, quella che ti conosce e sa che ti metteresti anche il tutu’ per farli felici. (Ma non lo suggerisci ancora, un passo alla volta) Puoi staccarti da tutti quegli stereotipi fastidiosi e andare in scena in uno spettacolo che di fenomeni da baraccone non ne mostra nemmeno uno.

Lo spettacolo che fai della tua vita. E oggi va cosi’, un link ricevuto che scaturisce riflessioni che sicuramente andro’ a rileggermi nel momento del bisogno. Ma beh, poco importa, giusto per sapere che con un fiocco rosa non sto di certo male. “Tu sei meraviglioso!
e se soltanto potessi vedere la bellezza che puo’ nascere dalle ceneri…”  Mendez.

 

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Ritornare con piacere.

E si, sono cinque mesi, forse piu’,che non scrivo qui sopra; su quello che era il mio spazio e il mio ritaglio di tempo  libero dalle giornate piene di bisogni da soddisfare.
Ma non mi ero dimenticata di farlo, forse spesso le ore mi volavano fra le dita, ma avrei sicuramente potuto se avessi voluto. Invece non volevo.
Ho passato mesi intensi, non mi sono nemmeno accorta di essere arrivata a maggio e ora mi ritrovo con una primavera che cavalca le giornata regalandoci il sole alto fino alle 22 e profumi di fiori misti, tutto da annusare ad occhi chiusi.

Ho ricevuto diverse volte in questo periodo di stasi delle mail, messaggi o commenti a vecchi post in cui mi si chiedeva se era tutto ok, se procedevo nel verso giusto; non ho quasi mai risposto dicendo la verita’ ma semplicemente dicendo che ero in fase “letargica”.
Invece, ero impegnata a vivere. E molto.

Guardatevi questo video

http://blog.petflow.com/a-video-everyone-needs-to-see/

Il virtuale, la rete e l’ammasso di azioni che comporta rischiano di invadere in modo eccessivo le nostre azioni, i nostri pensieri. E questo, io, parere personale, lo trovo sbagliato.
Mi sono voluta concedere un periodo di stop dai racconti che non per forza dovevo condividere ma che volevo tenere per me, per noi, e basta. Sono rimasta on line ma come Enrica, e basta.
Ho iniziato e sorpassato la meta’ del mio secondo libro che non ha niente a che vedere con MILLE CHILOMETRI FRA ATRIO E VENTRICOLO ma che invece ha tutto di inventato e molto di sognato.
Ho avuto tempo per fare e ricevere piu’ coccole, per dedicarmi ad altri interessi e per staccare la spina in modo totale nei momenti di sconforto e proprio la’ accorgerti che chi ti conosce, anche solo attraverso le parole e un monitor, ti sta vicino;ti invia un messaggio per sapere come va e ti sostiene dicendoti che nulla durera’ di piu’ di un giro attorno al mondo.

Eppure sentivo di avere il bisogno di fare pulizia, di staccare un po’ la spina e di vivere appieno la vita vera.
E ora, mi si è risvegliato il “piacere” di farlo solo per il puro avere un appuntamento con me stessa, poi chi vorra’ mi seguira’, come sempre. Non volevo essere costretta ad un appuntamento fisso, i legami obbligatori mi snervano; preferisco il ritrovarsi per il gusto di esserci, anche magari saltellando fra un post e l’altro.

Ho avuto il piacere di incontrare grazie alla rete bellissime persone che con me condividono diversi aspetti del vivere quotidiano, e molte di queste sono expat. Capiscono le difficolta’ del dover imbastire una vita lontata e il piacere del riscoprirsi attive e positive giorno dopo giorno.

Beh tutta questa roba solo per dirvi che sono viva, che vegeto fantasticamente e che per un altro po’ di tempo vi terro’ compagnia.

 

Baci

 

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A qualcuno torna che c’é stata l’alluvione in Emilia?

Noto a molti: sono espatriata.

Mi lagno dell’indecenza delle trasmissioni italiane visibili a noi, RaiUno, Due e Tre che vanno quando pare a loro, e un canale Mediaset che passa trasmissioni obsolete, tipo Passaparola con Bonolis ventenne o Il meglio dei quizzoni di Mike Bongiorno. Boh.

Sono modenese, esattamente di Nonantola. Ad inizio settimana mi chiamano i miei i mi dicono di cosa stava succedendo, avevo avuto il sentore che qualcosa non fosse proprio andato dritto, eh Naviglio/Secchia?, burloni!!!, ma non pensavo fosse una cosa cosi’ seria. Su facebook passavano frasi un pochino ambigue, cosi’ vista la notizia da casa mi sono messa a cercare. E cos’ho trovato. Chilometri e chilometri di terra invasi dall’acqua di un fiume che ha sbragato letteralmente l’argine creando una falla di 30 metri. Bene. Ma al tg niente. Niente di niente eh? Mica una notizia data di corsa, no niente di niente.

Ma si lo faranno per farci stare tranquilli. Vogliono bene ai modenesi che abitano a Bruxelles. Che persone per bene.

Poi scopri che ci sono case allagate, scuole chiuse, negozi danneggiati, imprese che contano milioni di euro in danni. Ottimo.

Ma al tg niente.

Io, da qui, TeleModena o trc non le vedo, Dio te bendesa!

Si, direte, peggio per te, ma il punto non é questo. Le reti nazionali? Come mai non annunciano e raccontano niente?

Dimenticanza? Tg troppo lunghi e gia’ ricchi di notizie? (Poi magari ti parlano dei reali inglesi con il caghetto per aver assaggiato un pudding avariato)

O qui, cioé li, ci si vuole marciare sopra un tantino! Forse, e dico forse, non sono mica la maga Circe ma mi sa che sto indovinando, conviene tenere nascosta la notizia per motivi economici. Sbaglio? Bo vedremo.

Intanto Brumotti ha fatto circolare su Instragram questa foto:

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della serie: desdev!!!!!! (che per chi non conosce il modenese significa SVEGLIATEVI)

Della serie

L’acqua …celo

Il fango …celo

Pioggia…celo

Danni…celo

Sfollati…celo (dimondi=tanti)

Informazione….DILEGUOSSI

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Mille chilometri fra atrio e ventricolo. E’ uscito il mio libro!

Con il primo post dell’anno, dopo ben 20 giorni di 2014, vi annuncio MAGNO CUM GAUDIO (che da poco ho capito non essere un invito a pranzo), la presentazione del mio primo libro!!!!

E’ nato “MILLE CHILOMETRI FRA ATRIO E VENTRICOLO” che troverete cliccando sul link del titolo o collegandovi sul sito http://ilmiolibro.kataweb.it/ e cercando le mie credenziali ossia, o nome e cognome (Enrica Costantini) oppure il titolo del libro.

Potrete ordinarlo on line e riceverlo in qualche giorno lavorativo, oppure, fra qualche giorno, ordinarlo in qualsiasi punto vendita italiano La Feltrinelli. Sara’ disponibile in rete anche la versione ebook per gli appassionati della lettura digitale, scaricabile sempre dal sito sopracitato. La disponibilita’ dell’ebook sara’ anche su Apple Store e sui circuiti Amazon.

Va da sé che io sia molto fiera di questo mio primo lavoro, nato per caso, da una chiacchierata con un’amica, Maria Cibella, e da un’evidente incrociarsi di similitudine nelle nostre vite. Lei, tris mamma, moglie, scout, emigrata dalla Sicilia al Veneto, giornalista e redattrice del portale per famiglie www.Iogenitore.it, fu la prima ad intervistarmi quando un anno e mezzo fa decisi di aprire il blog “Mammerri”, l’intervista la potete leggere qui.

Oggi, quasi due anni dopo, invece, sul mio libro c’é un altro pezzo di comunicazione e scambio, la  sua prefazione che vi anticipo di seguito

Partire, sapendo di dover mettere radici lontano dal posto in cui sei nato e hai vissuto per gran parte della tua vita, è un processo che innesca un meccanismo di lacrime, paure e dubbi che, praticamente, non finisce mai. Non finisce neanche quando, con fatica, si riesce ad avere, finalmente, una vita sociale più o meno regolare, un lavoro, dei figli che, ringraziando il Cielo, ti consentono di inserirti ancora meglio nel nuovo, “strano” tessuto sociale che ti ha adottato. Perché una telefonata di un’amica che ti invita al suo matrimonio (che si svolgerà nella bella chiesetta all’ombra della quale siete cresciute) o una banalissima cena a cui parteciperanno tutti i tuoi parenti e amici, tranne te che “sei fuori “, ti farà piangere di nostalgia e di rabbia. Ogni volta.

Enrica, nelle pagine che seguono, ci racconta la sua storia di moglie e mamma emigrata. Si, emigrata. Ho voluto, di proposito, usare questo termine.

Spesso si parla di “fuga di cervelli”, di “trasferimenti” ma credo che “emigrare” sia addirittura più romantico; ha un significato talmente largo che, oltre alla valigia, riesca e rievocare, perfettamente, quel turbinio di sentimenti, paure, interrogativi e lunghi abbracci che sono il vero bagaglio di chi emigra.

Partire, arrivare, cercare, orientarsi e, ancora, cercare. E’ così che va ed Enrica lo racconta in maniera divertente. A tal punto che, dalle sue parole e da suoi aneddoti, si intuisce chiaramente quanto anche lei si stia divertendo a cavallo di questa nuova vita all’estero.

Perché è vero: il Belgio non è la sua terra, il cibo e il clima sono diversi, è lontana dai nonni dei suoi bambini, piangerà spesso e passerà molto tempo on-line per pianificare i viaggi aerei da e per l’Italia sperando, sempre, in prezzi più o meno accessibili. Ma, Enrica, è ricca: sta già fregiando la sua famiglia di incontri multi etnici, poliedrici e scanzonati. Ha scelto di dare, nonostante tutto, un taglio di qualità alla sua nuova vita. Respira sapori non suoi che “aggiusta” con semplici pensieri felici. E, solo anche per questo, è una mamma e una moglie incredibilmente meravigliosa.

 Buona lettura. 

                                                                                                                                                                                                                                                                                              Maria Cibella

(Emigrata in Veneto dalla Sicilia, tris mamma, giornalista e redattrice IoGenitore.it)

Sono particolarmente grata alla mia famiglia che in questo periodo mi ha sempre sostenuta regalandomi sorrisi e prezioso supporto.  L’amore é il motore di tutto.

Ringrazio tutti coloro che ci sono stati, che mi hanno domandato a che punto fossi con la scrittura, che idee avessi in merito e che perché no, si sono fatti una bella risata all’inizio del mio percorso. Ora non sono che all’inizio di una salita che spero sia piena di soddisfazioni, ma se cosi’ non fosse, poco male, ha fatto benissimo a me poter scrivere e poter buttare nero su bianco le emozioni e vicisitudine di una famiglia come la nostra, di expat.

E’ stato prezioso prendere coscienza e conoscenza di un cammino in cordata, legati l’uno all’altro. Una sveglia che tutte le mattine suona e ti ricorda che chi corre sei tu, con chi vuoi accanto. Un treno che raccoglie esperienze e che matura giorno dopo giorno.

Bisogna saper evolvere per non sentirsi persi, accettare per trovare il proprio
posto, ma soprattutto, aprirsi per essere accolti.

A chi vorra’ condividere con me questa gioia dico gia’ da ora un grande GRAZIE, potrete restare in contatto con le evoluzioni dell’avventura anche attraverso la pagina facebook, questa, sulla quale di tanto in tanto compariranno pezzi e parole!

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Vi saluto invece con una citazione che ho voluto riportare alla fine del libro, per me molto significativa

Tra vent’anni sarete più delusi per le cose che non avete fatto che per quelle che avete fatto. Quindi mollate le cime. Allontanatevi dal porto sicuro. Prendete con le vostre vele i venti. Esplorate. Sognate. Scoprite.

Mark Twain

 

Al porto sicuro ci si torna sempre volentieri se in principio ci si é sentiti liberi di navigare!!!!

Con affetto

Enrica

 

Diciamocelo, un Natale home made era da sfigati. Auguri!

Le feste natalizie troppo spesso diventano motivo di bagarre, di confusione, di toni di voce troppo alti e conversazioni frugali, sfuggenti. Ci si ritrova per il dovere i doversi augurare buon Natale, cosa magari non sentita, per il rispetto che si deve a tal collega o conoscente. Un messaggio con il telefonino non potrebbe bastare? “No sembra brutto, si offenderebbe” , e cosi’ inizia la tiritera delle riunioni obbligate. Un tour de force per tutta la famiglia, soprattutto per i bambini, che costretti a caos e andirivieni di gente di cui nemmeno sanno nulla si ritrovano stressati e fra le braccia di chicchessia urlando. Un cardiopalma generale.

Un bacio di qua uno di la, anche a loro che della sfera personale ne fanno un’aurea invalicabile e preziosa. Eppure, é Natale, si é tutti piu’ buoni (ah si?) e quindi via di bacini. Il momento dei regali viene vissuto con un’ansia da prestazione non indifferente. Aspetti al varco di cappellare il regalo riciclato dell’anno prima per gettare frecciatine.  La carta piu’ bella che avevi con la quale a malincuore hai impacchettato un pelouche anche se avresti voluto tappezzarci casa viene accartocciata in un millisecondo dall’elfo sgraffignatore di turno che finge di non aver trovato il proprio dono anticipando l’apertura di quello del cugino, e iniziano le zuffe.

Bene da tutto questo vorrei stare lontana, vorrei poter prendere le distanze dal motore rumoroso che muove le festivita’ dicembrine e da tutto quello che obbliga a sentirsi spostati dall’onda degli appuntamenti imperdibili a suon di panettone e finger food.

La semplicita’ e frugalita’ del Natale cosi’ per come é nato la si é persa per strada l’anno in cui hanno aperto l’Ipercoop e la Upim. La vendita in quantita’ industriali di tutto quello che puo’ servire per cinque minuti (regalo) o per mezz’ora (pranzo o cena). La lista dei regali intelligenti sembra ripetersi ogni anno per cui avrai la mamma che ti regala sempre un completino intimo e la sorella una sciarpa. Non si disdegna, per l’amor del cielo, ma se invece risparmiassimo tutto cio’?

Diciamocelo, una volta homemade era da sfigati, da campagnoli squattrinati che invece che comprarsi chili e chili di cibarie unte e bisunte si facevano una cena di magro spaghetti e tonno in casa e magari il pane di Natale come dolce. Era da sfigati ficcarti con tuo cugino sotto il divano a mangiare arachidi a costo di un’indigestione brutale e, ogni tre per due andare a bussare alla porta delle sorelle che chiuse in bagno si rifacevano il ciuffo discreto alla Brenda Walsh prima della S.Messa di mezzanotte.

Chi faceva da sé era tacciato di rabbinaggine, fico era stiparsi in un ristorante con cento mila altri disperati che come te non sanno dove cavolo sbattere la testa il giorno piu’ “famigliare” dell’anno.

Eppure io sono homemade nel dna. Nell’animo. E sfigata non mi ci sento neanche riflessa.

Preferisco il Natale ristretto, quello con i parenti che a costo di cenare con le briciole del giorno prima si trovano attorno ad un tavolo con il portafoglio accanto al piatto (che porta bene) e la letterina fatta dai piccoli per i capofamiglia, anche questa di buon auspicio. Preferisco una cena sobria, un’attesa del Natale mesto, senza troppo chiasso e con lo stile che adoro. Preferisco poter fare tutto io, da cima a fondo, perché in quello che si divide si possa gustare l’attesa e il fermento di chi ha preparato. Preferisco ricevere poche materialita’, non voglio sentirmi ogni volta in debito con chi mi ha messo qui, conscia di essere una persona cosi’ fortunata.

Buon Natale!

Favole speedy per una buonanotte in pillole: un rituale della nanna con il fiatone.

Spesso i genitori si interrogano su come dare la buonanotte ai bambini: un bagnetto, una bevanda calda, qualche coccola, un mini spettacolo di burattini o una favola.

La lettura rimane sempre il metodo piu’ immediato per conciliare la tranquillita’, per staccare la spina dal ritmo giornaliero e per invocare la lentezza e il sonno. Le favole da poter scegliere non sono di certo poche, la gamma é ampia e i generi pure. Ci si interroga sulla suscettibilita’ e sulle preferenze dei bambini ma ogni tre per due si finisce per raccontare le solite: la fanno da padrone un pesciolino che affronta i mari per i genitori gender free e figli amanti della natura, le principesse per le piccole sognatrici impigiamate e rombi d’auto e gare di velocita’ per maschietti vivaci. L’importante é comunque avere un rituale, che ricorda le stesse azioni, lo stesso incedere. I miei figli sono abitudinari, stesse mosse, stessi orari, stesse parole per momenti precisi. Abitudini che creano rassicurazioni, paletti fissi che si sono venuti a creare in una quotidianita’ piena, ma quelli solo ben evidenti e vogliono lasciarli tali e quali. Fissi insomma.

Anche noi abbiamo il rituale della nanna e, per iniziare a presentare libri in francese, abbiamo comperato un serie di favole animate, molto carine devo dire. Le pagine non sono troppe, i disegni belli colorati ma non spigolosi, duri, insomma dei disegni da bambini, che evocano la bellezza delle forme, dei colori tenui. Una nota positiva per le parole: grandi, ben visibili, chiare.  Tutto questo mi sembra perfettamente in linea con tutto quello che Arianna impara nella sua scuola a pedagogia Decroly, molto interessante e per l’apprendimento della lettura con il “metodo inverso”.

Devo dire pero’ che un leggero amaro in bocca mi é rimasto quando ho letto nel retro, ” 10 min de lecture”.

Ah.

In effetti il racconto é fin troppo stringato, quasi salterino, cioé una Cenerentola che si ritrova sulla carrozza senza che le sorellastre le abbiano strappato il vestito mi sembra fin troppo fast! Cioé, non puo’ essere che si eviti una mescola di malinconia per passare subito al ballo reale! Ho provato a leggerle, ma sono troppo minimal per una come me che arzigogola tutte le parole onomatopeiche e che infila rumori ovunque. Io non volevo una storia troncata.

Ma perché tagliare, limare tempo ed ottimizzare proprio il momento della lettura serale? Come mai, dopo una giornata piena di incastri temporali si deve proprio spaccare il secondo sulla fiaba?

Generalizzando, i ritmi sostenuti delle giornati ci lanciano sulla pista di decollo gia’ alle 7 del mattino cercando di rosicchiare ogni secondo possibile alla suoneria e al piumino. Una colazione frugale, rapida e via nel traffico per arrivare alla meta. Tutto si protrae nelle ore del giorno fino a sera quando la stanchezza, prendendo il sopravvento, ci vuole fra le braccia di Morfeo.  Penso che se non si fosse mai di fretta forse non riusceremmo mai ad ottenere nulla perché la routine vuole orari, scadenze e coincidenze. Organizzazione insomma. A tutto questo pero’ voglio prendere il distacco con il superfluo, cioé tutto cio’ che si potrebbe evitare per scaricarsi di dosso il fardello della corsa quotidiana. Non si puo’ sempre andar di fretta, si deve poter rallentare, o se non altro, mantenere un margine di virata per poter riprendere il controllo del nostro prezioso tempo famigliare.

Forse, vedere con gli occhi di chi gia’ fa della lentezza il proprio live motive una giornata alla rincorsa, non puo’ far altro che obbligare a prendere le distanze da un modello di certo non appartenente ai bambini, i quali non necessitano certamente delle nostra volonta’ di proporre ma della nostra disponibilita’ nel fare con loro.

Una decina di minuti per augurarsi buonanotte, per stare vicini, insieme, forse sono troppo pochi. Troppo pochi se sono visti come l’ultimo step quotidiano per la gestione famigliare. Credo, che se ci si ritrova con l’acqua alla gola alle nove di sera con ancora mille doveri, progetti e piaceri, forse é il caso di rivedere il nostro modo di vivere.

Il senso del piacere cotraddistingue tutto quello che di bello si fa nella vita, forse dovrebbe ribaltare un po’ il punto di vista del “prima il dovere…” e mettere davanti a scadenze ed orari piu’ tempo per trascorrere insieme ai nostri bambini momenti di convivialita’ importanti che nessuno ci ridara’ indietro fra dieci, venti, trenta anni.

La letterina la vogliono scrivere solo i genitori. Babbo Natale vai anche i Syria, mi raccomando!

Ho detto, ma si proviamo, e poi, ho cambiato idea.

La notte fra il 5e6 dicembre arriva qui, sui tetti giallorossoneri Saint Nicolas, che porta doni ai bimbi, seguito da un asinello e Père Fouettard.

Nonostante la scocciatura emotiva di  abbracciare una tradizione popolare per il solo ed unico motivo di non disorientare i bambini, abbiamo anche scritto la letterina che credo non faremo mai piu’ fino a che non saranno loro a chiederlo.

Ci sediamo al tavolino da lavoro,sistemo due fogli rigati e qualche matita colorata. Loro disegnano. Sono rimasta seduta sul tappeto a gambe incrociate guardando le loro labbra arricciarsi dal gran impegno e concentrazione. Ogni tanto sospiravano, si fermavano e poi ricominciavano.

Finiti i disegni mi ritrovo in una situazione imbarazzante.

“Dai, scriviamo la letterina, cosa vorreste?”

“Io l’ho gia’ fatta, mamma, io vorrei il sole!”

“Ole” anche lui.

In quel momento mi sono ritrovata a riflettere su alcuni concetti ben chiari che vorrei passare ai bambini, e che vorremmo come famiglia avere nitidi ogni giorno della nostra vita.

Innanzitutto il concetto di regalo: un dono é tale perché é inatteso, o, se anche sperato, di certo non un obbligo da parte di chi lo porge.

In secondo luogo invece sul concetto di richiesta. Loro, tutti e due, hanno domandato in regalo IL SOLE. Non i lego, non la Barbie, non una cucina, no. Il sole.

Una richiesta di una semplicita’ disarmante. Si perché davanti a un concetto cosi’ lineare, netto e maturo non si puo’ che rimanere a bocca aperta, e pensare di rivedere un attimo il proprio progetto educativo-famigliare.

Avrebbero voluto, dopo tre settimane in casa, una giornata di sole per correre fuori; per sporcarsi i piedi con gli stivaletti rossi di plastica, per grattare la brina ghiacchiata dalla siepe e per togliersi la cuffia dicendomi “Mamma, c’é il sole!”. Furbetti!

Nient’altro.

Mi é sembrata tanto una forzatura, tanto un voler fin da piccoli far arrivare sotto i loro occhi per forza qualcosa che non vorrebbero realmente, qualcosa “perché tutti lo fanno”. Penso che gli stereotipi, le generalizzazioni, categorizzazioni di genere siano noiose oltre che devianti rispetto la realta’. Vivere all’estero per me ha  anche voluto dire scatenare la mia anima piu’ anarchica, la liberta’ di essere sempre perfetta al momento adatto. La liberta’ di sfoderare calzini rigati stupendi sotto pantaloni alla zuava anche i primi giorni di dicembre. Non uno sguardo in piu’, non una coda dell’occhio tirata.

Vorrei insegnare ai bambini ad essere loro stessi sempre, a prescindere dai condizionamenti esterni. Nel momento della letterina mi sono sentita davvero di trasgredire questo mio paletto.

Loro avevano chiesto il sole e io ero a chiedere altro. Non é possibile! Non che questo sia un peccato capita, cioé non mi decapitera’ nessuno credo, spero almeno, ma sicuramente non puo’ che far riflettere.

Avrebbero accettato tutto quello che il Santo barbuto avrebbe voluto portare a cavallo del suo somare, avrebbero fatto festa ad una torta, ad un pacco di colori nuovi cosi’ come ad una giornata di sole splendente.

Gli artefici, le strumentalizzazioni il consumismo che sta dietro il sogno puro e speciale di qualcuno che la notte bussa piano alla finestra e si infila con un somarello in casa, sono degli adulti, non di menti limpide e libere da ogni condizionamento.

Forse il modo piu’ bello per parlare di questi avvenimenti festosi ai bambini é proprio quelli di farli sognare ad occhi aperti. Raccontare la vicenda, farli credere in qualcosa che c’é, farli sognare. Come mi arrabbiavo quando mi canzovano: “Non esiste, sono i tuoi genitori”. Io ne ero certa, lui esisteva. Non vedo perché spezzare le ali sognatrici ad un bambino. In ogni caso, il passo precedente, quello delle richieste, a casa nostra sara’ sicuramente rivisto.

Prenderanno quello che Babbo Natale avra’ pensato per loro e vorro’ insegnare a ringraziarlo, anche se invisibile, perché loro, hanno avuto la fortuna di avere se anche solo un pensiero, una coferma. Loro sono bimbi fortunati, con un tetto su cui Babbo Natale puo’ posarsi e un camino dal quale puo’ scendere. I bimbi siriani in questo momento hanno le tende sommerse dalla neve  e invece pensano a ricevere una coperta calda.

Ho spiegato loro che ci sono bimbi meno fortunati, che non hanno una giacca, un letto con il materasso morbido, il termosifone, la doccia.

“Scrivo a Babbo Natale e gli dico di passare prima da loro, mamma”. 

Tre anni e due anni fra poco. E noi gli chiediamo cosa vorrebbero……..meditare gente!

Per chi volesse poter far qualcosa per questi bimbi suggerisco un gruppo facebook guidato da un’amica e persona fidata. Quello che donerete verra’ ricevuto.

Il gruppo lo trovate a questo link.

Buon avvento e buona riflessione a tutti.

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Di cosa hanno bisogno i bambini?

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Ieri sera ho preso in mano la macchina fotografica e dopo un cambio di SDcard mi sono accorta di avere sotto gli occhi capolavori di un’illimitata bellezza. Momenti passati da poco ma sembra un’eternita’ fa, momenti in cui zitta, me ne stavo alle loro spalle per fotografare quello che insieme facevano: crescere. Si sono conosciuti a vicenda molto presto, quasi due gemelli ed amore a prima vista. In uno scatta c’era Tommaso schienato sul pavimento con i piedini alzati, la sorella accanto che lo guarda con sguardo interrogativo. Cosa stara’ mai facendo questo strano tipetto! Lui li avvicina alla bocca, ciuccia un pochino il calzino e lo allunga, lei dopo qualche scatto inizia ad imitarlo, regredendo dalla sua posizione di sorella maggiore per poter condividere momenti significativi con lui. Lei, che avrebbe tutto da insegnarli, lo prende per mano.

E tutto questo in venti foto meravigliose. Una dietro l’altra.

Di cos’hanno bisogno i bambini? Li sotto ai miei occhi avevo la prova che un paio di piedi sono tutto quello che si puo’ desiderare; tu dagli un pezzo di pane e ci giochera’, dagli una molletta e la guardera’ piu’ volte inseguendola per casa, dagli una foglia di insalata fresca e conoscera’ la sensazione del toccare il freddo, dagli un pon-pon e provera’ solletico dagli un fiore e si accarezzera’ il naso.

Forse prima di chiederci cosa potrebbe servire in piu’ rispetto a quello che si possiede sarebbe sano fare un passo indietro e domandarsi cos’altro si puo’ fare con quello che gia’ si possiede. Probabilmente é solo tempo di rallentare, di discernere quelle che sono priorita’ da quelle no; a volte farsi una lista, ricordarsi quali sono i punti fermi, le stelle polari della nostra vita farebbe bene.

L’essere invece del possedere e il lavorare su se stessi prima di rifarsi il guardaroba. Uno spunto di riflessione arriva sicuramente stando li, a guardare quelle foto e continuando a capire che nei bambini esiste la vera felicita’, quella fatta di sorrisi, di buongiorno, di un solletico.

Un bambino é capace di ridere quando é malato, di cantare quando é ora del silenzio di scrivere mentre ascolta, di giocare quando é solo, di alzarsi con il piede giusto anche se é lunedi’.

Guardando quelle foto ho sempre piu’ ferma e salda l’idea che non ci sia bisogno di niente piu’ di quello che gia’ c’é, due manine, due piedini e una sorella per giocare, amore, vicinanza e “forzaecoraggio” che la vita della mamma é un gran casino, é un concigliare momenti precisi, che scottano, é un darsi da fare h24, alzarsi la notte, esserci per malanni di terzi e prendere in ostaggio virus gentilmente concessi. E’ un pensiero costante che pero’, ti cambia al tal punto da non pensare ad altre parole se non d’amore se guardi loro.

Cliccate, donate,per i bambini del Benin.

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Lo sapevate che se voi mamme foste nate in Benin, avreste un buon 50% di possibilita’ di dover lavorare da mattina a sera spaccando pietre?

E quel che é peggio, lo sapevate che con voi, avreste dovuto portare i vostri figli e, seduti accanto a voi, avrebbero dovuto maneggiare un martello con una disinvoltura, una manualita’ che sicuramente avrebbe voluto esprimersi diversamenti, con disegni, con scarabocchi, pitturando e giocando con i compagni di classe. E invece stanno li, appena in grado di spaccare pietre lo fanno. I fratellini piu’ piccoli sdraiati su stuoie di saggina aspettano, guardando mamma e fratelli lavorare. Questo gia’ a DUE ANNI.

Incredibile? Reale.

E’ appena iniziato novembre, all’aeroporto Zaventem di Bruxelles aspetto un aereo che arriva dall’Africa. Incontro tre persone; fra loro qualcuno ha lasciato a casa una moglie in attesa del secondo figlio, qualcun’altro tre figli e un’altra ancora ha salutato famiglia, si é presa giorni di ferie ed é partita. Cosi’.

In Benin li aspettava un progetto di scolarizzazione e sostegno per nuclei famigliari che si é attivato assieme alla Caritas del Benin, le autorita’ indigene e l’ONG Regarde Fraternel.

Mi é bastato scambiare due chiacchiere con loro, vedere i video che hanno girato ed ascoltare i loro racconti per capire quanto maledettamente sia fortunata e quando miserabilmente il mondo sia completamente privo di equilibri.

E’ nato un progetto nelle mie zone natie, che muove le coscienze e che sclda i cuori. Nell’iniziativa, lanciata da BuonaNascita Onlus  associazione carpigiana di cui le persone sopra fanno parte attivamente (assieme a tante altre) , é coinvolto anche il musicista correggese Marco Ligabue.

Anche in questo caso, dalla solidarieta’ si riceve molto di piu’ di quello che si da, cosa vi chiedo?!

Guardate questo video su YouTube o cercatelo direttamente digitando “La piu’ grande orchestra”.

Lasciate se vorrete sui social dei messaggi di solidarieta’ utilizzando l’hashtag #lapiugrandeorchestra e soprattutto CONDIVIDETE!

Per ogni visualizzazione del video, peraltro fantastico e come dico io da lacrimoni,  l’associazione BuonaNascita Onlus si impegna a donare un centesimo.

Obiettivo? Portare sotto i banchi di scuola piu’ bambini possibile per far si CHE LE PIETRE SIANO SOLO UN RICORDO LONTANO!

Aiutiamoli

Un personale grazie va a Roberta, Giovanni, Elisa e Dr.Masellis per un arricchimento personale e famigliare che prende del posto.

#onehugforyou

Stavo ritornando a casa, una giornata grigia, uggiosa, la classica grisaille belga. Pensavo che era solo martedi’ e che ero gia’ stanca come se fosse un mese che non vedevo una domenica. Ero corsa a riprendere mia figlia a scuola assieme all’altro che stanco morto si era addormentato a sasso in braccio a me.

Mi avvicino all’auto, pioveva a dirotto. Sotto il tergicristallo c’era infilato un bigliettino contro il quale ho immediatamente inveito. Mi fermo e lo stacco. Risalgo in macchina sicura che fossi il solito invito a vendere la macchina ed invece era un bigliettino anonomimo con scritto solo: “You’re loved, one hug for you! Smile!” .

E’ stato stupendo trovare in un momento in cui pensavo che niente avrebbe girato in modo giusto un messaggio del genere.

Ho pensato che sarebbe bello poter rilanciare questo messaggio di positivita’, e farlo piu’ in grande, spargere buonumore e voglia di ridere e sentirsi importanti.

Ma come poter partecipare?

Ognuno di voi puo’ partecipare al progetto scrivendo un messaggio di incoraggiamento, un mantra, una frase sentita qua e la’ e che ci ha colpito particolarmente e che vorremmo potesse essere di incoraggiamento anche per altri. Potete lasciare il vostro messaggio su un foglio qualsiasi scrivendo pero’ l’hashtag #onehugforyou  che permettera’ a chiunque trovera’ il messaggio di ringraziarvi via Twitter o anche solo far sapere del ritrovamento.

Potete scrivere un messaggio o una frase fatta, qualsiasi cosa vi venga dal cuore su un foglio bianco su cui indicherete #onehugforyou oppure scaricare il pdf qui.

#onehugforyou bis

Anche su Facebook sara’ aperto un canale esclusivo e dedicato a #onehugforyou, dove potrete dire di aver trovato un biglietto oppure di averlo lasciato.

Quando inizia lo share di affetto?

Potrete lasciare i vostri biglietti a partire da sabato 30 novembre e potrete distribuirli fino a prima di Natale.

I primi biglietti saranno lasciati in centro a Bruxelles il giorno 29, sotto la sede della Comunita’ Europea.

Posso partecipare con il mio blog?

Certo che si! Piu’ saremo a diffondere la notizia meglio é, se vuoi puoi scaricare questo banner da mettere sul tuo sito e se vorrai dedicare un post all’iniziativa.

banner#onehugforyou

codide html per il banner: http://img6.imageshack.us/img6/4894/st56.png

Ti chiedo pero’, per non disperdere le informazioni, di segnalarmi la tua adesione. Sara’ bellissimo condividere un’iniziativa affettuosa! Potete scrivermi via mail oppure lasciare un commento a questo post per raggruppare tutte le partner dell’iniziativa.

Chi promuove #onehugforyou?

Non ci sono secondi fini, non ci sono scopi lucrativi ma solo la volonta’ e il piacere di far ridere altre persone, di poter condividere positivita’ e calore pre-natalizio. Puoi mandare un abbraccio a chi potrebbe averne bisogno senza saperlo. Un buon modo per mettersi in gioco con poco impegno.

A livello pratico come posso fare? 

Non ci sono regole fisse se non quella di lasciare il biglietto in un posto non troppo nascosto, ricordati che l’obiettivo é quello di farlo trovare da qualcuno! A partire dal 30 novembre puoi iniziare a spargere quanti biglietti vuoi, senza limiti di numero, puoi contattare amici e parenti perché a loro volta possano se vogliono aderire al progetto. Puoi contattare altri blogger e far sapere loro del progetto, ricorda loro di farmi avere un contatto sotto questo post o con un messaggio di posta che troverete alla sezione contatti.

E sui social?

Ogni volta che trovi un messaggio o che lo lasci, se vuoi puoi condividere con la rete e quindi con tutti gli altri partecipanti al progetto di #onehugforyou, le informazioni che hai, cioé:

  • Posta una foto che ritrae il biglietto che hai trovato
  • Puoi scrivere il messaggio che hai trovato scrivendo anche #onehugforyou
  • Puoi scrivere il luogo del ritrovamento e magari aggiungere un messaggio per ricercare chi te lo ha mandato senza saperlo. Potrebbe essere un bellissimo modo per fare nuove amicizie e conoscenze.

Condividi su Instagram foto con il riconoscimento #onehugforyou che varra’ anche per Twitter e Facebook.

Non vedo l’ora di vedere tutte le vostre foto!

Quando termina tutto cio’?

Pensavo di far scadere l’iniziativa prima del 25 di dicembre, quindi prima di Natale. Dopo questa data, raccogliero’ tutti i messaggi che sono stati lasciati e i luoghi del ritrovamento.

Vuoi partecipare? Cosa aspetti! Lascia un messaggio a questo post e scarica il banner, diffondi piu’ che puoi l’iniziativa sui social e usa a piu’ non posso #onehugforyou twittando.

Contribuisci anche tu a diffondere l’amore!

#onehugforyou

Idee per un Calendario dell’Avvento fai da te.

Il calendario dell’avvento era davvero un must della mia infanzia, ce lo davano le catechiste e noi sorelle a casa lo coloravamo e sistemavamo per bene. Colora bene, ritaglia perfettamente. Dal 20 di novembre iniziavano i grandi lavori artistici e la voglia di scroccare qualche dolcetto extra ci muoveva in modo “del tutto disinteressato” a volerlo mettere in funzione il prima possibile.

Un’attesa che mi é sempre piaciuta, ovvio quando si é piccoli il lato ludico prevale, ma crescendo ho capito che in ogni attesa si nasconde qualcosa di bello.

Sceglievamo le sorpresine da mettere dentro le finestrelle di cartone, anche qui la decisione era sempre ardua e tentavamo di zippare ovini di cioccolato per farli entrare in finestrelle che erano un quinto in grandezza. Noi volevamo MAGGNARE  ehm, il Natale!

Di quelle belle attese e scofanate di straforo  ho bellissimo ricordi, fatti di stufa a legna, famiglia e cioccolato  unione.

Ho pescato in rete qualche idea per voi, per avere qualche spunto in piu’ se vorrete anche voi fregare  le sorprese fare insieme ai vostri bambini il Calendario dell’Avvento.

DIY Advent Tree

uno molto rustico eccolo qui

 

 

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uno molto semplice ma creativo e ricicloso lo trovate qui

 

 

uno un pochino piu’ complicato ma davvero d’effetto eccolo qui

 

e questo che mi piace moltissimo e starebbe benissimo con il mio albero fai da te lo trovate invece qui

 

Buona ispirazione !!!

 

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Sei piu’ bella di quello che pensi!

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Quante volte ci lamentiamo del nostro apparire? Quante volte ci sentiamo meno carine e attraenti di quello che in realta’ siamo? Come mai?

Gli avvenimenti, gli episodi, il susseguirsi routinario ed incalzante della vita portano spesso a livelli minimi l’autostima e la fiducia in se stessi. Corri da mattina a sera, segui uno, l’altro, ti occupi dei mestieri, di gestire gli inconvenienti e la sera spesso non hai neanche in mente di accogliere a braccia aperte tuo marito quando arriva in casa. Un ciao veloce e poi via si riparte. Tre secondi per fare la doccia, apri l’acqua calda mentre ti svesti, cronometri l’insaponata e mentre ti stai sciaquando c’é gia’ qualcuno che ha bisogno di te. Passi di sfuggita davanti allo specchio e non puoi far altro che dire “che cesso”: capelli arruffati e sostenuti con un mollettone antidiluviano, una maxi felpa riesumata dal baule dei ricordi e pantaloni con otto risvolti in lunghezza.

Tuo marito di dice che sei bellissima, ma fai spallucce “Lo dira’ solo per farmi piacere” pensi. Li per li ti senti lusingata poi la sensazione di riduzione ai minimi termini ritorna; costantemente.

E la pancia, e i fianchi e le rughe e le occhiaie. I capelli sfibrati, la pelle secca, la tinta da fare la ceretta eppure non ci si arriva a capo. Vedi passare una tipa sorridente che sfreccia in macchina mentre tu sei ferma al semaforo e la prima cosa che ti viene in mente é “soccia, lei si che é bella”, dal dottore tutti scatarrano eppure tu ti senti l’ultimo dei roiti presenti, in fila alla cassa del supermercato sembrano tutti somani da soma mezzi sudati a in attesa del grande match, il passaggio della merce sotto le grinfie della cassiera. Tutti ne escono sudacchiati ad insacchettare a tempo di bip, ma tu ti senti sempre quella che ne esce peggio. Scapigliata, ansante e con gli occhiali che cadono.

Inizi a non fissare piu’ gli appuntamenti con le amiche perché non ti senti all’altezza, ti senti diversa, ti scoccia ammettere che hai una taglia in piu’ di qualche anno fa, eviti di fare shopping e piuttosto di farti servire dalla commessa per un cambio taglia ti vesti e svesti duecento volte, ma vai tu alla ricerca. Se qualcuno ti dice “Come ti trovo bene!” rispondi con un “Dici?”.  Come mi vesto, come mi trucco, ore e ore  di pensieri, di paranoie mentali inutili.

Tutto cio’ senza il benché minimo pensare che se solo valorizzassi un pochino di piu’ quello che sei, quello che hai costruito e quello che ti circonda, forse riusciresti a sentirti nel posto giusto al momento giusto, forse potresti capire veramente che gli altri ti vedono realmente bella e molto diversa da quella che vedi in te stessa.

Gli stereotipi di “Quella é un cesso, speriamo sia almeno simpatica”, lasciamoli ai faciloni, a quelli che nella vita hanno ben poco in pungo oltre alle apparenze ed effimere certezze. Farsi forti del proprio essere, modo di pensare, di essere mamma, di essere moglie, compagna, amica e sorella vale molto di piu’ di un rimmel ben steso.

Vestirsi ogni giorno del miglior sorriso possibile credo che sia la bellezza piu’ irresistibile ed invidiabile.

Sei molto piu’ bella di quello che pensi!

Dopo il mio post sul Think Positive e quello su i momenti da valorizzare al massimo , vi voglio proporre un video davvero stimolante, lanciato da una campagna Dove

Cosa ne pensate voi? Come vi sentite?

Che la cosa piu’ bella é stata darli al mondo.

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,  dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.  Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,  dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.  Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,  dalle ossessioni delle tue manie.  Supererò le correnti gravitazionali,  lo spazio e la luce  per non farti invecchiare.  E guarirai da tutte le malattie,  perché sei un essere speciale,  ed io, avrò cura di te.  Vagavo per i campi del Tennessee  (come vi ero arrivato, chissà).  Non hai fiori bianchi per me?  Più veloci di aquile i miei sogni  attraversano il mare. 
Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.  Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.  I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,  la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.  Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.  Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.  Supererò le correnti gravitazionali,  lo spazio e la luce per non farti invecchiare.  TI salverò da ogni malinconia,  perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…  io sì, che avrò cura di te

(da La Cura, F.Battiato)

Capita anche ai migliori, ogni tanto si é in stand by, un pochino apatici. Un virus bastardo decide di farti compagnia per un po’ di tempo e di venire a passeggio con te; si crea una mini casa abusiva in gola, o in un orecchio perché no, ma forse potrebbe prediligere i polmoni. Ma si, strane manie di grandezza.

Si ha voglia di coccole, di pentolini ancora tiepidi pieni di crema calda fatta in casa, due o tre tazze di budino e chili di gelato. Un film, un plaid e le pantofolone rosa con i lustrini e il pelino vaporoso, magari anche una tisana al lampone e menta per stappare la canna fumaria che intasata di moccolo non ne vuol sapere di collaborare.

Bhe, capita o come dicono qui “ca peut arriver”.

Ma quando capita ai miei figli, non sono mai pronta.

Mi faccio sempre mille domande per incrociare ed indentificare il momento e la possibile causa del malanno ma ogni volta non posso far altro che darmi sempre la solita risposta: capita, é la vita.

Spesso mi colpevolizzo e mi sento il capretto sacrificale “oddio é stata COLPA mia” perché ieri non le ho rimboccato bene la canottiera, perché le era scesa la calzina dentro lo stivaletto e non l’ho tirata su bene perché dove allacciarle l’ultimo bottone del giaccone, quello ad altezza rotula.

Poi tiro fiato…

Potra’ essere sempre colpa mia? Potra’ anche essere il normale decorso della vita in cui un piccolo scopre conosce si ficca in bocca tutto e beve dal bicchiere del compagno a scuola? Potra’ anche essere che mentre é sul carrello della spesa un vecchietto sordo che non ci sente arrivare si gira per starnutire invadendoci di bacilli scatenati? Potra’ anche essere che invece doveva prendersela e basta?

Oh insomma!

Non é possibile sempre dover trovare una causa, un colpevole, un punto di partenza.  Forse é insito nel DNA mammesco o forse é meglio pensare a passare nel modo migliore il periodo di Off momentaneo:  es. vedi che non mi tolgo il pigiama neanche io fino alle 12 e mi strafogo di gelato e budino tutto il giorno con loro, anche quando dormono magari, cosi’, per solidarieta’.

Pero’, li vedi dormire dopo vampata di febbre a 40 e ti sembrano sereni, respirano in modo ritmico, sono duri da grattare come si dice a Modena, sognano e dormono beati. Li accarezzo nella penombra della sera, mi avvicino per annusarli e sento il classico odore di febbre che la loro mamma conosce. Fuori inizia a nevicare e io penso che la vita va davvero presa ogni giorno nel modo migliore possibile, penso a quanto sono fortunata e penso che la gioia piu’ grande sia averli dati al mondo.

Ma mondo, per il momento me li tengo un po’ io, ripassa dopo la febbre!

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Attivita’ per bambini Reggio Children Inspired. Provocazione: il mare.

Cos’é una provocazione?

Secondo il Reggio Approach una provocazione é un incipit, un bit, una proposta.

Questo significa che ai bambini si deve proporre tutto fatto e loro devono solamente giocare?

No, non é cosi’, non avrebbe senso e non sarebbe sicuramente un metodo volto a sviluppare l’inventiva e le capacita’ di ragionamento del bambino.

A livello pratico?

Una provocazione é preparare un set, allestire un’attivita’, proporre materiali. Ad esempio, volete far si’ che i vostri bambini siano divertiti dal modellare, creare, impastare e creare? Offrite una palla di pasta che magari avete fatto assieme precedentemente assieme ad altri materiali: semi, fiori, sassi, sale grosso, colori a cera, tempere in tubetto, bottoni, legnetti e tutto quello che potrebbe sucitare la loro attenzione.

Allestire un set significa predisporre una serie di elementi attraverso i quali il bambino puo’ cimentarsi per eslorare nuove tecniche, nuove manipolazioni ed osservare cambiamenti.

Prima di proporre un’attivita’ é bene soffermarsi un attimo sulla finalita’ e sull’interesse che i materiali potrebbero suscitare. Quello che agli occhi di un adulto non rappresenta granché potrebbe invece essere una fonte inesauribile di idde per una piccolo. Non soffermatevi alle apparenze ma proponete in base alle attitudini dei vostri bambini.

In questo periodo, di ritorno da un bellissimo viaggio con parte della famiglia italiana a Tenerife, parliamo molto dei pesci e del mare. Nuotando ne hanno visto qualcuno libero, poi abbiamo visitato il bellissimo Loro Parque e i bimbi hanno visto nuotare le orche! Insomma, sono affascinati dal mare e da tutto cio’ che nuota.  Sapendo cio’, una sera prima di dormire, ho ritagliato con il feltro dei piccoli pesci, cavallucci marini e polipi, tutti colorati. Davvero carini.

Sono morbidi ed evocativi, ben impugnabili e verosimili, ma con un tocco bambinesco di colore irreale ma molto simpatico.

Ho preparato un cestino in vimini con i pesci ritagliati, una stoffa blu (nonostante avessero gia’ un tavolo gioco azzurro) e basta. Sono rimasti davvero affascinati dalle figure e hanno cominciato a giocare piano piano: prima mettendosi la stoffa in testa come una capanna, poi adagiandola sul tappeto ed infine sul tavolino. Hanno creato il mare, ci hanno messo i pesci e dal loro ripostiglio fruibile perché ad altezza bimbo, hanno preso pietruzze colorate e conchiglie che ci aveva portato il mare del nord.

Una provocazione ben riuscita e molto interessante. Mi hanno chiesto di approfondire con libri per cui su Amazon abbiamo inziato una ricerca, sulla quale vi terro’ informati, per acquistare libri educativi sui pesci e sul popolo del mare. Ovviamente dovremo parlare anche delle sirene!

 

E voi? Avete mai fatto qualcosa di simile?

Volete sapere di piu’ sul metodo Reggio Emilia? Parliamone insieme!

 

 

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Attivita’ Reggio Children per bambini: gli specchi.

Lo specchio é uno degli oggetti fondamentali per approcciarsi alla filosofia di Loris Malaguzzi.

Il bambino attraverso lo specchio si identifica, si qualifica (io esisto) e si osserva collocandosi. Davanti ad uno specchio puo’ muoversi, creare, osservare immagini riflesse o anche solo restare a guardare cosa riflette a seconda di come lo si muove.

Quando ho proposto gli specchi ai bimbi sono rimasta davvero impressionata. Non ho detto nulla, ho appoggiato sul tavolo il primo set e dopo un primo “cos’é?” hanno iniziato a toccarli. La cosa piu’ naturale che pensavo avrei visto fare era guardarsi, invece, lungi da loro.

Si sono ciucciati le dita ed hanno cominciato a toccare la superficie strisciando i polpastrelli. Si divertivano un mondo a lasciare impronte, strisce, goccioline. Da li il passo é stato breve, “la goccina é una gocciona!” , si sono accorti del riflesso, su una goccia.

Adorano specchiarsi, vedersi mentre si vestono, guardarsi prima di uscire, riguardarsi al ritorno, giocare e correre allo specchio, tenere lo specchietto tondo accanto mentre disegnano. Vogliono che io stessa mi specchi mentre loro mi dipingono, come esattamente fanno per autorappresentarsi!

Con lo specchio hanno potuto conoscere spazi, osservare il nostro soffitto cosi’ alto, vedere dietro i termosifoni e tanto altro.

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Cosa occorre per cominciare un’esplorazione con gli specchi?

Normalmente tutti hanno qualche specchio in casa ma magari non ad altezza bimbo, ecco qui quello che abbiamo e che forse potrebbe servirsi da spunto per qualche acquisto!

Specchio acrilico A4: perfetto per disegnarsi, per osservarsi durante le attivita’ creative o di pittura

Specchi  acrilici 10X10

Specchi acrilici tondi (un set da 10): questi e i precedenti sono facilmente malleabili e trasportabili. Possono essere spostati facilmente anche all’esterno per allestire un’attivita’ di osservazione. Sono utili anche per iniziare a famigliarizzare con le immagini dei blocchi in legno o dei colori riflessi.

Due speccchi 45X30 con un listello di legno sul perimetro: compatti e trasportabili. Possono essere set perfetti per allestire esplorazioni doppie, quindi con due bimbi che lavorano sullo stesso set.

Una parete a specchio scorrevole: un vero privilegio, all’entrata abbiamo una parete a specchio scorrevole, due specchi si muovono uno sull’altro e permettono di delimitare lo spazio di ogni bimbo ma allo stesso tempo scambiarsi di posto. Si osservano quando vanno e quando vengono, sono davvero curiosi!

Dove acquistare?

Un buon sito dove poter scuriosare a buon prezzo é sicuramente amazon, a questo link potete trovare tanti piccoli specchi pratici e ben impugnabili.

Un altro colosso dell’arredo pret a porter é sicuramente Ikea, anche loro hanno una vasta gamma di prodotti molto carini, sia in dimensione che in originalita’; guardate qui

Come cominciare?

Non preanticipate nulla e lasciatevi stupire! Per le prime esplorazione é sicuramente meglio, soprattutto se acquistate specchi in vetro e non acrilici (che si rompono meno facilmente) se restate accanto ai vostri figli. Potete fornire voi la prima “provocazione” che nella filosofia Reggio Emilia rapprensenta il pilastro di moltissime attivita’, guardatevi voi stessi e poi osservate se la provocazione é stata sufficiente!

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Think Positive: essere positivi. Voi come fate?

Da un po’ di tempo ad oggi ho preso come abitudine e come “privilegio” quello di ritagliarmi due minuti per me, giusto due, di concentrazione.

Che sia mentre pulisco per terra, che sia mentre allatto, che sia mentre faccio la doccia o mentre preparo la cena, due minuti, in silenzio per me.

Due minuti scorrono veloci ma proietto nella mia mente una specie di scheda con tutto cio’ che mi é accaduto nella giornata.

Colonna A ( – ) meno: ossia tutto quello che mi é successo di spiacevole, a cui non ho reagito come invece vorrei, perdite di controllo, superficialita’ ecc

Colonna B ( + ) piu’: cioé tutto quello che invece mi ha fatta felice o che mi rende orgogliosa, che sia un avvenimento in particolare o anche solo un approccio preciso.

COMPITO: spostare piu’  meno possibili nella colonna dei  piu’ .

Ripensando a quello che vorrei cambiare e che mi ha dato fastidio cerco di trarne dei punti positivi, dei motivi per migliorarmi ponendomi obiettivi, riflettendo e ripensando da dove poter cominciare per avere alla fine della giornata zero meno.

Ovvio, questo discorso torna se tutti i meno sono direttamente imputabili a te stessa, e quindi se tu per prima sei parte attiva nei giochi. Ma se, per esempio, ti fermi a chiedere informazioni e la persona che hai davanti ti risponde in malomodo? Cosa potrei fare per migliorare cio’?

Pero’, credo che potrei lavorare sulla fase successiva, cioé sull’effetto che eventi spiacevoli hanno in noi. Solo in questo modo potrei riportarli nella cassella giusta, delle positivita’.

Ad esempio all’informatore sgarbato potrei dire “grazie”, andarmene standoci male due minuti e poi pensare che dietro l’angolo potrei avere altre cento persone con una gran voglia di aiutarmi e con molto piu’ savoir faire di lui!

Qualcuno potrebbe definirla come “una magra consolazione” ma invece io penso che sia un modo per alimentare le energie positive che ognuno possiede e che troppo spesso vengono accantonate.

Lunedi’ sera le previsioni davano diluvio su Bruxelles e Dio solo sa quanta fatica faccia per entrare a scuola con due figli quando diluvia. Ero andata a dormire la notte con l’incubo di sentire la pioggia ticchettare sulle finestre al risveglio. Pfff. Beh, era tempo dei miei due minuti di tempo. Ho pensato che sapere in anticipo le previsioni era sicuramente un meno perché il pensiero dell’indomani gia’ mi scocciava e invece…mi sono detta che poi, alla fin fine potevo farcela a far arrivare una figlia tranquilla in classe, anche se con un po’ di umido e che sarei potuta ripartire con il piccolo in tempo per ritornare a casa e fare il pane fresco. Ero gia piu’ tranquilla. Il mio metodo conta e guardate un po’ che cielo mi aspettava martedi’!

Voi avete qualche metodo per recuperare le energie positive, migliorarvi e ricordarvi di sorridere sempre?

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Meglio scegliere giochi di plastica o di legno? E’ uscito “FUNDERA” da Ikea!

Quando si deve fare un regalo si passa di fretta dalle corsie del supermercato o si entra in un negozio di giocattoli fermandosi a guardare il primo scaffale visibile; e da li non ci si muove piu’.

Una cozzaglia di colori e suoni, c’é quello che luccica quello che brilla e quello che lampeggia, per prendere in considerazione solo l’effetto luce, ma ovvio, la gamma é ampia!

I moderni giochi di plastica, con caratteristiche high tech, sono creati principalmente per divertire e distrarre i bambini e sono spesso sovrastimolanti. Sono raramente disegnati per  promuovere la genuina creatività e l’improvvisazione. I giochi di plastica non sono nenche lontanamente così durevoli come i giochi di legno e tendono a perdere parti, rompersi spesso e diventare prematuramente parte del carone che andra’ alla discarica. Per rari rarissimi esemplari tenuti con particolare cura la vita é piu’ lunga ma siamo ancora lontani dall’essere tramandati di generazione in generazione. Vogliamo poi aggiungere il fatto che potrebbero esserci problemi con le vernici, con pezzi pericolosi ecc?

Il gioco in legno al contrario invece resiste molto piu’ tempo, solitamente é grezzo cioé non ha le funzioni che dicevo sopra, luci, suoni ecc, e che quindi vengono lasciate all’improvvisazione e fantasia del bambino. Ora, i sostenitori del “compro solo plastica” potrebbero appuntare il fatto che i giochi provengono dall’abbattimento di alberi ma oggi molte case produttrici sostengono progetti green e di ripopolazione per foreste.

I giochi in legno sono noti per ispirare la creativita’, l’inventiva e l’immaginazione. Nulla viene imposto ma si puo’ adattare un gioco alle proprie fantasie e voglie. Aiutano a sviluppare un approccio piu’ partecipe (problem solving) e inostre favoriscono lo sviluppo delle attivita’ motorie fini. Costruire una torre con i legnetti per esempio, ha alla base uno studio di equilibrio, quindi di fattibilita’ e successivamente un approccio “per tentativi”; trovato il modo piu’ idone il bambini si cimenta controllando i propri movimenti per non ricorrere in una caduta rovinosa della costruzione!

 

In sintesi a mio parere vincono battendo 100 a 0 i giochi di legno:

  • Durano di piu’ dei giochi di plastica e si possono tramandare di padre in figlio (o passare a fratellini, amici..)
  • Sono riciclabili (il legno è materiale riciclabile) e possono arrivare da back project verdi ed eco-friendly, nonché rinnovabili!
  • Sono più sicuri per la salute dei bambini
  • Lasciano carta bianca per quanto riguarda l’uso, il modo e il mezzo.

 

A questo proposito approfitto per segnalare che da Ikea é uscito FUNDERA, set da 100ps in legno naturale e impilabile; pagato 9,99 euro.

Un acquisto davvero azzeccato e fin’ora iper sfruttato!

Eccoci al lavoro!

E voi? Che tipo di giochi preferite per i vostri bambini?

 

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Garzanti e gli sms ricevuti.

IL POSITIVO

Invia messaggi con un bellissimo Ciao! iniziale e continua con mille puntini di sospensione, come se stesse respirando intensamente

invia messaggi con almeno un punto esclamativo (Ciao come stai? E’ una domanda bellissima!)

manda messaggi con parole tirate all’esasperazione che da leggere fan venire la sincope (Ciao tesorooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo) ooooooooo! Ma ti trovi???

IL MARPIONE

L’sms dell’uomo che ci prova ma per abitudine, ha le seguenti caratteristiche:

si rivolge a voi per nome, con la maiuscola

è scritto in perfetto italiano e pieno di punti esclamativi, esortazioni (es. partiamo, sposami, rapiscimi!) e sorrisini

contiene riferimenti culturali, letterali, proposte triplici di eventi, poesie, citazioni, fiorellini o l’espressione un caffè

contiene complimenti… ma decisamente esagerati (es. sei bellissima, non riesco a non pensarti, sei un angelo, sono nelle tue mani, fai quello che vuoi di me)

è firmato, col nome o con il nick in maiuscolo (TONY)

IL FISSATO

L sms dell’uomo che vuole solo arrivare al sodo è di duplice tipologia:

Sms esplicito ma sempre e solo dello stesso tipo (es. quando facciamo sesso? Da me o da te? Sono solo, passi? Ti voglio. Ti voglio nuda. Mi mandi una foto nuda? Che indossi adesso?)

Sms vago che finge romanticismo per avere sesso (Es. C’è una luna bellissima stasera…. lo facciamo?)

In generale, l’uomo che vuole solo sesso poi: glissa ogni forma di appuntamento o impegno, non risponde a domande (se non sessuali), non concede il suo tempo, si fa vivo solo a ridosso dell’incontro, e scompare dal vostro cellulare subito dopo aver consumato

IL SEMPLICE

Cosa vuole dirci un uomo che come sms manda una sola parola? Dipende dalla parola, ma in generale, niente di buono. Alcuni esempi:

Sms monoparola evidentemente negativi: Niente, No, Addio, Buonanotte, Ciao, Divertiti, Scordatelo, Crepa (saltiamo le parolacce, per ovvi motivi di buon gusto)

Sms monoparola probabilmente negativi: Parto, Forse, Chissà, Vedremo

Sms monoparola da interpretare: Bella! Caffè? Copulare? Gatto!

CASPER IL FANTASMINO

L’uomo che sta per sparire, prima di sparire, a volte, lancia segnali abbastanza chiari via sms. Ecco quali sono (non fate finta di non capirli):

non vi invia mai per primo un messaggio

risponde a monosillabi anche quando gli inviate il più romantico dei messaggi

quando gli chiedete che fai, vi risponde: niente

se gli mandate un sms la mattina, ricevete la risposta a mezzanotte, o il giorno dopo, anche se il suo cellulare è sempre acceso e carico

fa riferimenti temporali vaghi e lontani: ci sentiamo poi, nei prossimi giorni, a presto. E il temutissimo: vediamo dai, chiaro sintomo di sòla, a breveIL LATITANTE

IL LATITANTE

L’sms che non arriva mai ha una sola caratteristica: non lo ricevete. E per un solo motivo: lui non ve lo manda proprio. Tuttavia alcune donne sono molto resistenti a questo tipo di messaggio subliminale. E quindi insistono. Intrattenendo questo monologo:

Primo sms di lei: Ciao! Volevo sapere come stai…
Secondo sms di lei: No magari non ti era arrivato l’altro sms, volevo sapere come va oggi!
Terzo sms di lei: Ciao volevo dirti che sto passando dalle tue parti, magari se sei in zona ci vediamo!!!
Quarto sms di lei: Ciao! forse hai il telefono scarico 🙂 ma mi chiedevo se ti andava di rivederci, mi manchi
Quinto sms di lei: Forse ti hanno rubato il telefono… ma ti penso!
Sesto sms di lei: ma sei vivo?
E COSI VIA

L’AMICONE

Ci sono sms che fingiamo di non capire ma in realtà hanno tutti i segni del fatto che a lui andate bene solo come amiche. Ecco come sono fatti:

contengono solo parole generali (ciao bella, ciao gioia, ciao tesoro) senza nessun riferimento personale a voi

contengono riferimenti temporali molto dilatati (es. ci vediamo prima dell’estate, ci vediamo in settimana, prima o poi ci si vede dai, ci sentiamo presto)

tendono a chiudere il discorso (nessuna domanda, risposte evasive anche se cortesi, nessuna reazione a inviti o complimenti o messaggi romantici. Es. tu scrivi: è stato bellissimo vederti ieri e lui risponde: e poi oggi c’è anche il sole!)

IL PRATICO

L’sms che parla di mangiare insieme può avere più valenze. Ecco alcuni esempi:

Mangiamo insieme un pizza? – è un invito a condividere cibo, potrebbe essere un bel primo appuntamento, ma anche l’unico

Vorrei mangiare con te quella pizza croccante che fanno solo in quel ristorantino carino pieno di luci colorate!!! – lui è gay

Ti mangerei una pizza addosso – lui vuole fare sesso, ma almeno è creativo

Scommettiamo una pizza a cena? – gli interessi, scherza e vuole rivederti

Mi dispiace ma ho la pizza con quelli di calcetto – la scusa media che si usa per non vedere una donna

Pizza o no, basta che mangiamo – lui ha fame e basta

Pizza o no, basta che ti vedo – tu gli piaci e basta

IL CONFUSO

La confusione via sms può essere legata a due fattori: lui è un indeciso di natura oppure, sta uscendo con un’altra e non ha ancora capito chi preferisce. L’sms dell’uomo confuso ha le seguenti caratteristiche:

abusa della parola: vediamo

dice e poco dopo nega la stessa cosa (es. ci vediamo stasera? No vabbè meglio di no, poi vediamo)

è pieno di punti interrogativi, ma le domande spesso sono autodirette (es. mi chiedo se è il caso di vederci)

non dice nulla di definitivo (es. in caso ci sentiamo dopo per vederci, non facciamo programmi per le 16, sono ancora le 15, ci aggiorniamo!)

il contenuto è vago, così si può sempre ritrattare (es. in caso ci becchiamo dopo. Se non si fa vivo, “in caso” lo salva, sempre)

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Project rain: catch the snail!

Tra le tante cose da fare ed i vari post in bozze che pubblico goccia dopo goccia, trovo il tempo di aggiornare un progetto ambizioso che ho.

Voglio essere presente nelle giornate dei miei figli in modo creativo, proponendo, crescendo insieme e stuzzicando menti in continua evoluzione e progresso.

Sto portando avanti con loro un bellissimo progetto educativo basato sulla metodologia e pedagogia di Loris Malaguzzi, fondatore di ReggioChildren. Il mio blog, che trovare alla sezione “day by day” di questo, é scritto in inglese per facilitare il contatto con mamme belga che condividono con me lo stesso obiettivo educativo ma i contenuti sono accessibili a tutti quanti.

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Il blog sara’ aggiornato con diversi progetti educativi ispirati alla pedagogia che come famiglia abbiamo deciso di abbracciare.

Eccone qui uno, progetto pioggia e lumache!

Buona lettura e se vorrete, seguitemi anche su onestoryperday” oppure con #onestoryperday su twitter potete condividere con me tante attivita’ all’aria aperta. Sara’ bello scambiarsi idee per progetti, emozioni, suggerimenti e tante tante foto!

A presto!

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DIY: un albero in casa. Costruirselo.

A noi gli alberi piacciono.

Molto.

Li fotografiamo, ci stiamo sotto quando piove o fa caldo, ci piace raccoglier foglie e giocare con i bastoni.

In una anomala e calda domenica di fine ottobre siamo andati a visitare il castello di Seneffe, un vero gioiello immerso nella verdeggiante regione dell’Hainaut. Una villa del XXVIII secolo con un giardino da paura, immenso, con fantastiche fontane e un bellissimo labirinto!

Passeggiando abbiamo racconto tanti pezzi di rami che con il vento delle nottata si erano staccati. Ne abbiamo raccolti per riempirne il baule, un bottino davvero consistente. Volevamo provare a costruire un albero da tenere in casa, poterlo addobbare e dare un tocco piu’ naturale al soppalco in legno.

Una volta arrivati a casa abbiamo adagiato tutti i rami a terra in cucina e pian piano abbiamo cominciato ad assemblarli partendo dai piu’ spessi e armati di spago in cotone bianco.

I bambini sono stati felicissimi di partecipare e vedere come una raccolta domenicale, quasi esclusivamente fatta con le loro manine, si sia trasformata in un bellissimo albero da casa!

Eccolo qui!

Se vorrete ripetere l’attivita’ a casa vostra bastera’ raccogliere rami di diverse dimensioni e spessore ed armarmi di spago, forbici ed immaginazione!

Noi abbiamo voluto costruire un salice ridente, con i rami all’insu’.

 

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Avete mai costruito niente di simile? A me questo nuovo inquilino piace tantissimo!

L’orto in cucina

Dopo mille chilometri di trasferimento e dopo un adattamento alla rigidita’ del nuovo clima posso definitivamente dire che le piante aromatiche modenesi che mi era fatta mandare fin qui non sono sopravvissute. Porelle.

Ma, chi si arrende non sono io per cui ho deciso ieri, che era il momento di BioTime.

Ho acquistato delle carinissime piantine mignon bio : vi presento Salvia, Basilico e Rosmarino. I magnifici tre.

Ho ritagliato per loro un posto d’onore, sulla “panera”, una bellissima madia d’epoca restaurata con amore da mio padre, un vero gioiello di bellezza e perfezione. Un pezzo unico, che rappresenta la tradizione culinaria famigliare, la compostezza e la piacevole soddisfazione del far da sé, creare e fare in casa. Autoprodursi insomma. La madia infatti era dove il pane veniva messo a lievitare ma non solo, conteneva le scorte di farine, di grano e spezie. Una dispensa per tutto cio’ che all’epoca “riempiva la pancia con poco”.

Le mie piantine bio se ne stanno li, vicine alla grande finestra che spero possa infondere un po’ di calore anche durante il lungo e rigido inverno.
Strada facendo vedremo le  evoluzioni ma anche, perché no, le ricette che mi permetteranno di abbellire ed impreziosire.

Sono molto contenta.

Benvenuto verde nel loft!

 

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E voi l’avete l’orto? Di quelli belli giganti fuori all’aria aperta? Noi Ri-partiamo con questo e poi chissa’!

 

I bambini cenere: fumare in gravidanza

Una campagna contro il fumo in gravidanza sta prendendo piede nei paesi del Nord e, partita dal Finlandia si sta facendo strada.

Sul sito troverete delle immagini molo forti ma vi consiglio di vedere il video, cava il fiato, ma comunica sicuraemente.

La societa’ che promuove questa campagna stima che il 15% della madri fumi durane tutta la gravidanza e che un 50% di esse siano madri adolescenti. L’organismo che promuove tutto cio’ li ha  battezzati come “bambini cenere”.

Sul sito si sottolinea che fumando, l’pporto di ossigeno che arriva al piccolo diminuisce drasticamente e tutto cio’ si riepercuote sul proprio sviluppo.

Questo il video

 

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Italiano all’estero

Li cappello all’istante, sono riconoscibili come il nero sul bianco, impossibile non notarli: sono gli italiani all’estero.

I romagna mia: si trovnao generalmente in qualsiasi area verde cittadina (anche in aiuole in cui sta scritto grande come una casa “non pestare”) per darsi ai bagordi affettando salame e mortadelle e schiaffarsi otto panini uno dietro l’altro. Si portano qualche pistone di lambrusco sotto l’ascella, con chiccheria parigina, e intonano canti partigiani di gruppo a doppia voce;

I bohemiens: vagano per le vie cittadine con un doppio strato di vestiti e una parrucca nella 24 ore; sotto l’eschimo verde datato ed originale si vestono sfattoni pronti pero’ all’attacco conterraneo. Camaleontini e sfuggenti mutano in usi e costumi a seconda di chi hanno davanti. Originali? Bleah

I tradizionalisti: sono quelli che parlano in dialetto locale ovunque; comune, posta, colloquio di lavoro e pretendono di esser capiti.

Gli sboroni incalliti: girano con un’auto aziendale di punta alta dodici metri, frequentano ristoranti inn e vagano con un’aurea di puzza sotto il naso da paura. Leccati da sinistra verso destra di brillantina tacchettano con maestria sui sanpietrini belga rimanendo incastrati qua e la…e li…colti sul misfatto, sfoderano l’Iphone fingendo di far foto alle nuvole. Cretttini.

Gli allegri: evitare é la parola d’ordine. Le loro uscite di gruppo sono da segnare attentamente sul lunario di frate Indovino per saltare bellamente il rendez-vous; discutono del niente e del poco, si trovano per piangere sul latte macchiato e per farsi uscire latte dai gomiti e ginocchia vicendevolmente. Era meglio quando si stava peggio, una noce nel sacco da sola non ciocca, non ci sono piu’ le mezze stagioni e …mi blocco. Evitate.

I turisti per caso: li mecchi a chilometri di distanza come se avessero un’insegna luminosa lameggiante sulla testa “Made in Italy”. Sbavano davanti alle vetrine del kebab pensando che facciano piadine di Cesenatico, sembrano tanti transformers con la testa staccata e girata: tutti con lo zaino davanti! Non sia mai che qualcuno mi rubi la guida Routard in prestito della biblioteca a cui mancano almeno diciotto pagine.  Si muovono in piccoli gruppi e sono dotati di ottima volonta’: contrattano con i tassinari, con i pizzaioli e in ogni dove “Dai amico, tu is mei che uan” “ecsuse mua, vu savé dov’é la gran plaz?” “mmmm facciam la meta’, costa trop” E cosi’ ovunque, in qualunque paese siano (cina compresa)

I volemmose bbene: dopo tre secondi che li incontri ti chiedono il numero di telefono, email, contatti social e indirizzo. Insomma, chiaro? Vogliono vedersi. A quel punto, se l’incontro non era stato piacevole rimane una sola soluzione : simulare un caghetto. Sempre che non vi segua.

I europacratici: parlano in termini europei, organizzano le giornate per progetti e inviano e mail con mile punti da rispettare, puoi rispondere solo con “ok” tanto non ci capirai mai un ca**o

Gli integrati integrali: figliano in terra straniera e sono cosi’ carichi della scelta fatta che abbandonano le vecchie vie per le nuove chiamando i loro pupilli con nomi molto pittoresti: Horst, Clementine e Fridman che ovviamente i nonni in Italia chiameranno a vita Orto, Camomilla e Frigo.

Una caratteristica li accomuna: sono simpatici come una supposta di sabbia.

 

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Nevrosi da spaio

Sono in trip, in nevrosi andante, completamente partita per la tangente.

Li conosco uno per uno, li coccolo, li lustro, ci parliamo e mi chiamano sovente, spesso, sempre.

Ognuno di noi ha delle manie, no? (ditemi di si vi prego) C’é chi si smangiucchia le pellicine lato unghia, chi si crea rasta improvvisati con ciocche, chi si scaccola ai semafori e chi si gratta in mezzo alle dita dei piedi prima di far la doccia. Io sono maniaca dei contenitori. Ne ho una sfilza da Armata Brancaleone, messi impettiti per tonalita’ e grandezza; l’appello serale é d’obbligo e se qualcuno non risponde ovvio che si controllano i superstiti nella lavastoviglie. Quasi sempre riesco a rianimare i  moribondi da giorni: quelli nello zainetto del coinquilino grande, alias marito, che di tanto in tanto decide di far germogliare colonie di batteri nucleari lasciando i miei adorati al lavoro.

Ma, devo dire, finché riesco a riordinare le fila ne esco vincente.

Tutto precipita invece quando, nonostante il coprifuoco, pezzi di loro non tornano piu’ a casa. I miei fantastici otto a pois in edizione limitata, senza coperchio. Quale ingiustizia! Qualcuno perso, altri sepolti altri in giro per mani ad amici che si portano a casa pezzi di cena e li piazzano in ostaggio. A volte ritornano dopo mesi, sbattuti, opachi. Altre volte, addio cicci.

I figli in compenso non aiutano, per le merende, pranzi scolastici portano in classe fior fiore di plasticoni che seminano nel bac à sable per farci formine con i compagni.

Ingiustizia.

Ma tanto, son tutti piu’ allampanati di me qui attorno.

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Undici tipi di uomini da evitare

 L’uomo “I” : ha l’IPhone, IPad, l’IMang, l’IBev, l’IDorm, l’IPisc ecc ecc. Tutto lo fa tramite App e tramite schermo. Ah, mangia tramite un cavo USB, messo non so dove…. (tergiverso

L’uomo jeans: quello che si sente Max Pezzali e vuol cantare “gli anni dei Roy Rogers come i jeans” e non se li cava neanche per andare a letto. Ci vive. Perennemente con i pantaloni, ci fa la doccia, ci esce per andare a fare spese, a pascolare l’alano, a mungere la vacca del vicino, per prelevare al bancomat o andare dal dottore. Al lavoro ovviamente si va in jeans

L’uomo Gorilla: Al buio “Tesoro ma questo é quello di cachemere che ti ho regalato io la scorsa settimana?” “No amore sono a torso nudo”. Accarezzi un tappeto di peli che ti si impigliano attorno alle pellicina nelle dita. “Tesoro, io se fossi in te sfoltirei, ma solo le doppie punte magari” stai nel vago per non essere indiscreta.

L’uomo cleenex: é colui che vorrebbe addormentarsi in una camera sterile, che si spruzza ace gentile dietro le orecchie e si fa il bidet con la candeggina.

Lei: “Amore, sussurrami cose sporche all’orecchio”

Lui: ” Bagno, lavastoviglie e cucina”

L’uomo tuta: amico del primo. Il sabato di obbliga a cercar una casacca a zip che si intoni con i pantaloni che gli ha comprato la mamma al mercato del lunedi’. Ha bolle di pomodoro, unto e tonno accanto alla zip, un vero Lord. Non si cambia mai, ne ha una deel black per le occasioni speciali e le serate di Gala.

L’uomo del duemila: Figli delle generazioni di Yuppie Milano i nuovi uomini startuppini vedono nelle loro piccole aziende costituite con il capitale di un tallero la soluzione migliore a ogni problema mondiale. I nomi più diffusi sono Matte, Tommy e Lele. Ma non fatevi fregare, anche dietro un Gianma potrebbe celarsi l’imprenditore 2.0 con l’idea rivoluzionaria di un nuovo social network dove condividere foto di amici, cibo e eventi, taggandosi a vicenda, ma che non è né Facebook né Instagram. Magari è Facestagram.

L’uomo bambinone: Non sa bene. Qualcosa è successo in passato e lui non è più quello di prima. La cosa è che non sa e non sa nemmeno come spiegartelo. E’ come se la linea tra lui e il suo cervello si fosse interrotta e mo hai voglia a riprenderla. Dopo i primi dieci minuti da crocerossina vorrai soltanto mangiargli la testa.

L’uomo Mister ICS: Non parla del suo passato, non parla delle sue ex, non parla della sua vita, non parla del lavoro, non esprime pareri, insomma non dice un c***o. Tienilo con te per qualche mese come se fosse una nuova borsa da sfoggiare, ma solo se è davvero molto bello.

L’uomo BamBam: figlio di Fred Flinstone e di Wilma, si caccia le mani nel pacco ogni tre per due e si gratta le ascelle con il calzascarpe del nonno, quello lungo dell’Ikea. Rutta scoreggia e si cava il cibo dai denti con gli stuzzichini gettandoti negli occhi gli schizzi.

L’uomo che sussurra ai cavalli: lui che quando ti lavi i capelli si offre per spazzolarti passandoti il pettine su tutto il corpo come se stesse strigliando la giumenca montata al pomeriggio

L’uomo UISP: fanatico di palestra e benessere, adora gli sport di squadra chiama i figli a cena come per un time out. Ficca in bocca borracce ed asciugamani a chiunque si avvicini al tavolo. Porta calzini di spugna bianca lisi nel tallone e ha perennemente odoro di ginocchiere sudate addosso.

L’uomo proteina: quello che a colazione si affetta otto etti di bresaola, li appallottola e li ingoia in un boccone; quello che mangia Manzotin come fosse ioghurt e uova come fossero olive; ingurgita piu’ proteine possibili per bombarsi ed aumentare i muscoli, inversamente proporzionale é la crescita del cervello.

L’uomo che non deve chiedere mai: quello che arriva a torso nudo glabrissimo e superunto, tutto sporco di fuligine e zozzo da far schifo. Ma vieni pur qui che ti do io una bella pulita!

 

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L’emotivita’ femminile, come cambia in un intorno definito dal 28

fra le fresche frasche una sagoma ti attira, una piccola formica sta annaspando nella rugiada

La salvi da una piacevole rinfrescata mattutina e ti senti salvatrice del mondo.

Il prossimo  passo? Un pat pat sulla spalla del Dalai Lama

lombrico

 

Corri per prendere la metro, prima di scendere ti casca l’occhio sul lombrico Max cugino di Maia.

“Oh poverino, ti salvo io, qui ti pesteranno!” e a costo di imbrattarti la maglietta candida lo pigli in mano.

verme

Poi un giorno, il ventottesimo, quello in cui non ti si puo’ parlare per un periodo X definito come un intorno specifico che comincia  una settimana prima e finisce otto giorni dopo, quello in cui la tua casa si popola di ogni porcheria commestibile, quello in cui il saluto diventa “mh”, in cui chiunque si opponga a te verra’ carbonizzato all’istante, li, proprio li, vedi LUI

LUI, se ne sta li e ti guarda

ti sfida

tesse

languido e lento

quindi….

AGISCI!

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SE NON SOFFRI NON CAPISCI, SE NON AMI NON LO CAPIRAI MAI

Voglio condividere con voi una bella storia di coraggio.

Qui sotto la vita di Giorgia, amica di paese, che tutto d’un tratto dopo un’evento improvviso e sconvolgente si ritrova a vivere in modo totalmente diverso la propria vita.

Giorno dopo giorno.

 

Cara la mia nonantolana espatriata, tanto per ribadire il concetto di quanto la famiglia sia e conti per me, ho deciso di iniziare questo mio modesto articolo con due “non” che non (appunto) rispecchiano il mio ben noto pessimismo (apparente). Dicevo: mai scritto con una mano sola sulla tastiera se non agli esordi? E’ una sofferenza davvero piccolina, ma tant’è: da velociraptor qual’ero senza ciglio ferire adesso mi tocca. Si perchè solo se non puoi fare diversamente puoi dire che “ci soffri”, ed è l’esatto punto in cui decidi se ami (scrivi a costo di zampettare monomano) o non ami (e lasci perdere). Ti immagino lontanissima e mica solo di km (a propos: heureuse puor toi…ecrire un livre mais wow 🙂 ma se mi passi la metafora la vita che vivo io non è molto differente dalla battitura di queste righe (e ogni altra). PROFUMO DI CASA. Se stessi qui ad elencarti tutti i personalissimi momenti di sconforto sopportati e supportati dai miei genitori e nonni prima e dai miei tre ometti poi tra queste mura – e quelle di svariati ospedali – ci vorrebbe un tomo del calibro de “il tormento e l’estasi”, così, giusto per dare l’idea. Invece ti dico semplicemente che respirare casa è una roba che ho sempre pensato molto intima e adesso voglio condividere. Assomiglia a quando passi a piedi per strada in una viuzza di paese e senti l’odore di ragù della tua mamma e quasi quasi ti vien da guardare in su. Ecco io la provo quando mi ritrovo a fare i gesti che faceva lei, con i miei bimbi, nei panni suoi e miei insieme. Ma non è mica sempre stato così. Ho creduto che la famiglia fosse, da brava figlia unica, eterna e sempre dalla mia parte e quando le cose – tutte le cose – non erano come le avrei desiderate io mi ritenevo piccola, sfigata, sola. Pensa che quando il mio compagno ha finalmente deciso di venire a vivere con me ero felicissima i primi due giorni poi era come se avesse invaso uno spazio tutto mio. Tanto per dire la mia irrequietezza, indecisione o “senso della famiglia” fino a quando….dopo un ictus, quando piangi per niente, quando l’intimità c’è ma farsi lavare da capo a piedi è un altra intimità, quando hai davvero bisogno e altri mille quando. Ecco lì ti ritrovi davvero sola a guardarti dentro e pensi: non avevo capito un bip. Capisci che la famiglia è quella roba li: quella che non hai saputo apprezzare perchè da figlia unica facevi i capricci e adesso faresti carte false, quella che adesso sei tu e speri di passare l’insegnamento che non hai saputo cogliere. Il mio compagno è passato da moroso a padre dei miei figli ed è rimasto sempre lo stesso, tenero e coccolone come fossimo ancora noi due, anzi il doppio. Lui che con l’umiltà e il grandissimo amore mi ha dimostrato che davvero non importa come sono cambiata, che mi ama e mi stima per gli sforzi che faccio come fossero i suoi, che mi sorride quando sono distrutta dal dolore che ci capiamo con uno sguardo che accetta ogni mia scelta perchè tanto se non ne abbiamo parlato lo aveva belle e che capito e ne ri-parliamo che “sono tanto stanca, mi vedo riflessa nelle vetrine e piango per ore….ma te l avevano detto i dottori che sarei rimasta così?” e ti risponde banalmente che gli avevano detto che non sarei tornata a casa ed è felicissimo. Moroso, padre, dispensatore di docce col maniglione e di preziose perle di saggezza. Ensemble. Un meraviglioso affarone. Oppure i miei figli che ognuno alla sua misura ( 6 e 21 per l’esattezza) mi fanno sentire mamma, brava, a giorni stronzissima e cattivissima ma altri giorni buona buonissima e perfino veloce a corrergli dietro per farci il solletico – questo è amore è… 🙂

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Se vorrete saperne di piu’ associazione Alice.

Quelle mamme felici di esserlo.

 

Ah, ma allora é recidiva!

Chiara, suvvia, mi faccia ridere una volta tanto. Mica sempre, che poi ci si scompiscia il trucco, ma una volta ogni tanto si pero’!

Che barba e che noia che noia e che barba… poi sempre le solite cose: “…donne perfette, mamme imperfette, donne rincoglionite per i figli, madri alla ricerca di loro stesse, quel che é normale per te non lo é per me e blablabla” Due palle grosse una casa. (ups, oggi va cosi’)

Mi basta aver dato uno sguardo al titolo per avere gia’ chiaro in mente un concetto breve, semplice (si perché Chiara sicuramente pensera’ che io sia una mente tapina), diretto: Pensate cosa puo’ aver vissuto nella sua infanzia questa ragazza per scrivere come fa adesso, su temi che nemmeno la sfiorano concretamente poi!!!!

E’ lo stesso commento che mi sorge quando in pieno inverno passi con la macchina vicino alla rive del Po alle 8 di domenica mattina; un freddo che si gela e due uomini, soli, attenti e indaffarati. Muniti di stivali inguinali di plastica con tanto di bretelle, stanno con la canna da pesca in mano dentro l’acqua. Solo io penso che quei due poveri uomini possano avere l’inferno in casa? Va da sé che io possa anche sbagliarmi, ma se tanto mi da tanto…

Beh ma tornando a noi, a sopra, a lei, la futura mamma me ne frego d’Italia: la prego, mi creda, sia meno approsimativa e piu’ parsimoniosa con le parole. Non so se suo nonno gliel’ha mai insegnato ma a volte i giudizi feriscono piu’ delle spade. Mi creda, sia certa del fatto affermato prima di renderlo pubblico, in una vetrina poi come lei ha a disposizione; cerchi di ben contestualizzare l’argomento perché di donne colte che si dedicano alla famiglia ce ne sono a bizzeffe in Italia. Lo sa? E non si é colti solo per aver conseguito una laurea (alcuni poi quella da giornalista la sfruttano proprio male…bah…peccato), ma anche per esser ricchi e pieni di nozioni concrete, di saggezza, di compassione, di carita’ e di amore.

Non pensa che ci possano essere donne FELICI di mettere ogni santo giorno a disposizione della propria famiglia? Con tutte le difficolta’ e giramenti di balle del caso eh? (mica stiamo a pettinar le manguste Cit.)

Non pensa che avere figli e avere come obiettivo quello di crescerli al meglio possa essere sacrosanto? Non si faccia venire l’ansia se in Italia ci sono fior fiore di donne con la vocazione del sostegno tra madri e che GRATUITAMENTE impiegano parte del loro (poco) tempo libero per gestire ed organizzare gruppi di sostegno: all’allattamento al seno, post natali, di parola, confronto, sanitari ecc.

Non pensa che decidere (coscenziosamente) di accantonare una laurea, una probabile carriera in favore di qualcosa che si sente piu’ vicino e proprio, possa essere un gesto nobile, ponderato e voluto?

Io penso, e questa é soltanto la mia opinione, di aver incontrato tante mamme che lavorano e hanno figli felici, tante altre che un ufficio non ce l’hanno o se lo sono spostate in casa, ancora altre che si sono riadattate e reinventate creandosi un mestiere, mille altre ancora che ce la stanno mettendo tutta per riuscirci, infintite altre ancora che non hanno uno stipendio ma sono contente e serene nel mettersi a disposizione del nucleo famigliare, e lo fanno con il sorriso. Nessuna di questa é senza una vita propria. E su questo, mi creda, le do la piena certezza.

Ognuna di questa, vive giornate fin troppo vitali, schedulate nei minimi dettagli, chi andare a prendere, chi portare, cosa mettere avanti per cena, pranzo, fare spese ed adempiere a necessita’. Una miscela di incarichi grazie ai quali la macchina della famiglia procede grazie alla divisione dei compiti. In tutto questo ripeto, una donna puo’ ricavare tempo per la propria professione, per i propri hobby e interessi. Ma mi creda, lei che é ggggiovvine, baldanzosa e da giudizi affrettati: la serata o la vasca in centro cambiano di posizione nella lista delle priorita’ quando si ha una famiglia, diventano UTOPIA qualcosa a cui tendere ma che in fondo tralasci sempre volentieri per una serata ammucchiati a mangiar biscotti sul divano oppure per una scampagnata in bici. E ti senti molto piu’ appagata.

Poi, se vorra’, ci facciamo due chiacchiere leggere, cosi’, tra ingegnere (me tapina) e “giornalista”, giusto per dimostrarle (scientificamente eh?! Sono una persona seria!) cosa significa avere una vita da madre.

Poi, sentite, la forza delle donne é il multitasking: finisco di sbucciare la merenda ai bimbi e vado a metter su le castagne che stasera dopo il mio corso di fiammingo ce le mangiamo!

Ah, che vita grama!

Questa é la risposta all’articolo che trovate QUI

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Chissa’ mai che impressione fara’ vedere un genitore baciare sulle labbra il proprio figlio!

Ogni tanto ritorno seria e produco cose su cose (capito cosa?) che sento vicine.

Se volete leggere la mia risposta all’articolo de la 27ora (corriere.it) eccola qui:

http://www.lavocedeltrentino.it/index.php/la-voce-donne/abbracciamimamma/7184-chissa-mai-che-impressione-fara-vedere-un-genitore-baciare-sulle-labbra-il-proprio-figlio

 

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Il pericolo numero uno: la nonna

Esseri  che si raggruppano facilmente in capannelli ciarlanti fra le bancarelle del mercato e si nascondono dentro i negozi di merceria quando piove.

La nonna Ventolin, é quella ansiosa, sempre in preda alla tachicardia da spavento, quella che gira la testa a gufo per tenere d’occhio i movimenti dei nipoti anche mentre guida. La nonna Ventolin rimane costantemente in una condizione di battito accellerato perché previene qualsiasi disastro preparandosi allo spavento improvviso. Lei é avanti, anzi, davanti.

La nonna produci produci, non azzardarti mai a dire “Vorrei comprare una giacca per XY (suo nipote)” che guai, capta segnali creativi e risponde “te la faccio!” “no ma sai…” “no, te la faccio” . Ma si potra’ comprargli qualcosa a questo bambino?

La nonna prova del cuoco é quella che ti sforna diciotto crostate per colazione e venticinque portate per il pranzo domenicale. organizza un pasto “frugale” di due ore e prentende che i piatti siano puliti, se no s’offende! I commensali terrorizzati cercano di imbottire il cane che circola fra i piedi.

La nonna “vieni da me”, donna che non abbandona l’idea di essere la “nonna” e non la madre. Alla vista di un mescolino, seguito ad un rimprovero, del nipote, si precipita a braccia aperte spintonando la madre disgraziata per consolarlo e prenderselo sotto le ali dicendo “no no, ci sono io!” e magari ti guarda a pupille girate.

La nonna Indiana Jones che non é contenta se non ti consegna a casa il pargolo immondo da far schifo e con il naso pieno di fango. Ogni percorso segnato é noia, lei esplora. Si é comprata il passeggino 4X4 versione suv per strade sconnesse; la’ su’ il nipote si sente a cavallo di uno schaker e deve portare la cuffia anche d’estate per la differenza di altitudine.

La nonna adelina BlaBla: una bohemienne Parigina strettamente imparentata con la Pollon. Ride continuamente anche, e soprattutto, senza motivo, ha la testa fra le nuvole e intona canzoni per ogni occasione. Quelle per la cacca sono le piu’ estasianti.

La nonna DIN-DON-DAN :  lei non ha orari, da un appuntamento e lo baipassa nove volte su dieci. Te la ritrovi sotto casa agli orari piu’ strani e ti da la sveglia all’alba anche la domenica mattina. Alle sette driiiiinnnnnnnn “UH, sei in pigiama, stavate ancora dormendo?” “No no, mi manca di infilarmi le scarpe e sono pronta per andar dal panettiere”

La nonna fashion victim impallata con la moda a livelli stellari. Sa a memoria le collezioni per le stagioni future e ha scorso in lungo e in largo le passate. Brama gli UGG per tua figlia e OVVIAMENTE glieli compera (sapendo che li odio). Inizia a regalare reggiseni griffati a 3 anni e scarpe con il tacco a 2emezzo.

La nonna “se vuoi un consiglio…”:  i suoi non sono spassionate idee partecipative alla vita famigliare, ma imposizioni serrate obbligatorie e tassative, lo si legge fra le righe ma anche abbastanza direttamente “Io farei cosi’ e cosa’, se non lo fate, sempre secondo me siete dei cretini irresponsabili e ve ne pentirete amaramente a vita”  azz

La nonna BandaBassotti si rende la complice numero uno dei nipoti e trasgredisce con classe, ottiene l’eterno silenzio per un chupachupa  con qualche caramella in piu’ ed una manata dentro la nutella a meta’ mattina. “Noooo, non ti preoccupare cara, niente dolci, so che lo mangiate la sera il gelato” e poi…. “Tesoro della nonna vieni a prendere la caramella, cosa vuoi che sia!”

La nonna Himler: con lei non ha seconde chances, o mangi quello che c’é o fai la fame, anche se é palese che quello che hai cucinato ti fa cagare. Le regole nella sua casa sono ferree, ti tocca tenere pattine imbarazzanti costantemente, non puoi toccare nulla e guai a fare movimenti bruschi. Non parliamo poi delle urla: ti riprende immediatamente con il fischietto ammonendoti in tedesco.

La nonna picci-pucci: si rivolge ai nipoti sempre usando ogni tipo di vezzeggiativo o nomino amoroso dimeticandosi del vero nome. “Tesoro, vieni qui amore, si fiore mio, qui dalla nonna amore mio, bravo cuore mio, sei il mio amore grande,…vieni vieni…come ti chiami?”

 La nonna 2,0: sempre connessa ai social, twitta con la facilita’ del rutto e ti frega i contatti. Ha creato gia’ un account per la prole e tagga parenti e amici su foto imbarazzanti.

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Quale nonna avete a portata di mano?

Tu is mei che uan _ Ninna nanna ninna oooo

Non sapete che rottura di balle dove ogni volta rispondere

“No, non Erica, ENRICA!”

“Con due erre?”

(si sta mi____chia! Qui la enne la tralascio)

“No con la ENNE”

Beh, se volete una ninna nanna per vere rock girls eccone qui una di un’altra Enrica blogghettara anche lei.

Le Enriche fan la forza tutto il resto é noiaaaa!

(il disegno é mio, e valgon le solite buone prassi… merciiii!!!!)

Rock girls!

 

So che son le domande più che le risposte,
ad aprire dell’anima l’uscio e le imposte.
So che piangere è facile per le piccole cose
ma le grandi ti seccano il cuore e le rose.
So che gli occhi, la testa, ti si fanno di pietra
E’ il buio che avanza e l’anima arretra.
Che siam fatti di carne e di cicatrici
che la vita riassorbe e trasforma in radici.
So che basta un soldino per comprare un caffé
e se è buono davvero sei più ricco di un re.
So che i primi son bravi, han qualcosa di più
i secondi lo sanno e non si buttano giù.
La vittoria non sempre è una manna dal cielo
so che è meglio sfiorarla e mancarla di un pelo. 

Che un fanculo ogni tanto ti può dare una mano
un fanculo in purezza, non “vai a fare nell’ano”.
Che l’amore è uno schianto e se ti ha nel mirino
fai di essere il vetro e mai il moscerino.
Che l’amore arrivando fa sempre rumore,
che l’amore, si sa, è una “scoreggia nel cuore”.
Questo è quello che so e io te lo dirò.
Ninna nanna del cuore
ninna na ninna oh.
Rock girls rules!!!!!!
L<3ve

 

 

Alcune cose che non capisco degli uomini.

L’UNIverso maschile é davvero un mondo arido, sconosciuto,  incolto, ma molto semplice.

Qualcuno per favore mi spieghi come mai ad ogni richiesta LORO hanno sempre tre possibili soluzioni che adottano a ruota dando il meglio di loro stessi. Una tragedia comica da non perdere in prima serata.

Donna: porti fuori la spazzatura tu?

Uomo:

a) si finge malato

b) ti risponde con ” come dici?”  (se vabbé ho gia’ capito)

c) ti chiede di copulare

 

Donna: cambi tu il pannolino a T.?

Uomo:

a) si finge morto

b) ti risponde con ” scusa tesoro, non ho capito, come dici?”  (naaaa ma ancora????)

c) ti sistema i capelli dietro le orecchie dicendoti “come sei bella tesoro stasera!”

 

Donna: mi aiuti ad apparecchiare?

Uomo:

a) simula un’artrite calcificata alle dita mignolo indice e medio

b) si fa un squillo con il cellulare che nasconde in tasca sul telefono di casa “Vado io caraaaa!”

c) si finge inappetente

 

Donna: puoi parlare tu due minuti a mia madre al telefono mentre mi asciugo i capelli

Uomo:

a) simula un attacco cardiaco

b) idem

c) idem

 

Donna: stasera siamo a cena dei miei. Andiamo, vero? (che piu’ che una domanda é un’intimidazione)1

Uomo:

a) finge un caghetto fulminante

b) simula una gastrite isterica

c) si finge invisibile dietro una colonna della cucina

 

Quindi….?

Avete soluzioni?

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Io la odio quella li

Ecco io ho il terrore di entrare in quella stanza. Dio solo sa quanto me la faccia sotto prima di aprire quella porta, ma devo, devo assolutamente farmi forza, caricarmi in spalle le gambe (bah, sara’…) e provare a spingere quella cavolo di maniglia. Se io non fossi l’unico essere vivente ad entrare in quella parte di casa so che potrebbe succedere molto di peggio, tipo inondazioni, temporali improvvisi, terremoti e cali di tensione. Meglio agire.

Ma lei, é li che mi fissa, tutti i giorni. Sempre; un’ossessione.

Esco ed é li, rientro ed é li, mi sposto e mi fischia “oé son qua!”, i miei figli giocano e ci passano davanti, insomma una congiura.

La lavanderia

 

La terribile. Lei, in cui si consumano i drammi piu’ intimi soprattutto verso gli ultimi mesi dell’anno, quelli in cui fai il cambio dell’armadio ascoltando “Eye of the tiger”, quelli in cui i mariti che si fingono calorosi iniziano a tirar fuori maglioncini da mettere sulla camicia al lavoro. In quella stanza si consumano drammi esistenziali interiori molto intesi: imprecazioni fantasiose (anche di classe devo dire), scene da strapparsi i capelli, momenti davvero delicati.

Apri lo sportello e lei ti sputa con infamia per primo un calzino rosso, piccolo, misura mignon, in una lavatrice di abiti bianchi o al massimo che si discostano dal color bianco pallido di un solo quarto di tonalita’. Una tragedia.

Speri con tutto il cuore che almeno il nuovo colore sia uniforme, non a chiazze almeno. (Dai ca__o!)

Si, sembra di si, tutto in regola, molto carine le nuove nouances di rosino pallido, potrei senz’altro proporglieli come nuovo colore autunnale, quello davvero cool che tutti devono avere. E li la mente inizia ad architettare mille e mille soluzioni per poter riciclare in modo saggio lo scempio.

“Ma questo, non mi ricordo fosse di A.”

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Un peso specifico che neanche il piombo per un maglioncino spesso otto dita, tutto in dimensione nana.

Otto maglioncini ristretti, ora, a meno che non porti i miei figli a passare il week end al Circolo Polare Artico li dovro’ eliminare definitivamente.

Ora capite perché ho il terrore di quella Str?

 

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Consolatemi.

Quelle frasi che ti cambiano la vita, che aspetti da tanto e che … iuppi

E poi ci sono quelle parole che inconsciamente sai di aspettare da una vita, quelle che lasciano il segno, quelle che prendono possesso di una parte di te, quella piu’ frustrata, e la coccolano, la scrollano dicendole che ora, si ora, puo’. Questa parole arrivano dritte al bersaglio cogliendo l’essenza del tuo essere. Sono parole dirette, ricche di significati personali, di ricordi, di evocazioni sensoriali, di emozioni e anche di ricordi indelebili. Momenti passati velocemente a rincorrere un’azione sbagliata, un mancato bersaglio, una perdita fortuita ed accidentale. Momenti invece di esultanza, ricchi di inni e slogan famigliari improvvisati e sonanti. Ore e ore ti passano davanti agli occhi veloci mentre le senti pronunciare anche se sei in procinto di caricare la lavastoviglie come una furia perché devi collegarti su raiDue per vedere se il maggiordomo della Marchesa parla o é muto per davvero. Una sequenza veloce che come tante diapositive unite evoca e richiama un film cortometraggio di avvenimenti salienti, importanti, molto forti (in tutti i sensi). La frase che attendi da sempre, quella sulla quale puoi farti uscire i lacrimoni di gioia, quella che ti fa saltare sul bancone della cucina e ti fa strappare la canottiera come Rambo. Una frase….un idolo, un figlio…una leggenda:

 

“Mamma stasera la cacca la faccio in privato”

 

Scusate se é poco.

Godo.

 

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Un disegno light per mettere nero su bianco (appunto) l’evento strepitoso!
Se vi piacciono i miei disegni vi prego di non fregarli, se li volete usare..chiedete e vi sara’ dato!

Quando si dice: amiche di merda? Anche no, grazie!

Entro nel padiglione, T. in braccio (anche se ormai lui potrebbe prendere su me) e A. per mano.

Aiuto la little princess a svestirsi e lei con fare molto precisino sistema la giacca (nuova, aridaje) nell’attaccapanni con il suo faccino sorridente

Bella lei! Vedeste le altre foto….mmmmm…mi si drizzano i peli delle braccia….avete presente le foto da lapidi? Seri, tutti d’un pezzo, occhi torvi, ammazza…che cosa gli avevano fatto a sti bambino prima del cheese….ma passiamo oltre.

Si infila in grembiulino.

A: mamma mi aiuti?

io: certo tesoro!

A: mamma entriamo?

io: si si vai pure tesoro.

SBADABAM!

La porta si apre a due centimetri dal mio naso e dal cervello di mio figlio T. che nel dormiveglia si é pietrificato.

Esce la copine del cuore di A.

A: Ciao Paloma!

P: Ciao!!!!!!!!!

io: Ciao Paloma!

P: Ciao Madame! (oddio, non ci prova’ eh?che c’ho ventisett’anni!)

Si sbaciucciano e si gingillano le manine per un po’

io: vi volete bene?

Loro: si!!!! (un coro che neanche la Corale Rossini…)

io: e siete sempre insieme?

Loro: si!!!!!!!!! ( ok, i pon-pon dove sono? Li tiro fuori io?)

io: fate tanti giochi?

Loro: si!!!!!!!!!!!!!!!!!  (le vedo convinte)

io: bene, benissimo, divertitevi tanto oggi! Io vado!

Saluto le “ragazze” e mi incammino, ma…..vedo che mi seguono

io: dove andate?

P: (tenendo per mano A.) io vado alla toilette

io: vuoi un aiuto?

P: no viene A!  (ah, capirai….)

A. non sembrava essere molto convinta….. muble muble

io: fate voi?

P: Si! Noi siamo sempre insieme!

———————————-

A: hai la cacca?

P: si!

A: io vado in classe!

Paloma cara, non é che non é tua amica, é che sa quel che produce lei e siccome dite di esser tanto simili, forse non vuol morire di puzza! Eppoi, non é che non é tua amica, lo é, ma mica é scema!

 

 

L<3ve!

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Mi hanno accoltellata ieri sera

A: Mamma?

io:   (sono solo le 8,30 del mattino e sono in piedi da un bel po’, dopo tale sciagura c’é di peggio: accompagnare la grande all’asilo, per due ore, attraversando Bruxelles)

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io: dimmi

A: mi sono fatta male qui

io: (oddio, doveeeeeeeeeeee doveeee doveeeeeeeeee? -classica madre apprensiva-  Qui dove?

A: qui!

io: non vedo, sto guidando

A: ma mamma, qui, sul dito!

io: quale dito?

A: l’iddice e anche il pocice

io: su tutti e due?

A: su tutti tutti

io: oddio, e cos’hai fatto?

A: mi sono tagliata

io: ora?

A: ieri sera

mmmmmmmmmmmmmmm va bene la piomba ma non ricordavo di aver vissuto scene di delirio famigliare…

io: ah si?

A: si guarda

Abbasso lo specchietto e mi basta uno sguardo per scoppiare a ridere.

Happy Ending —–> mi aveva fregato i cerotti dall’armadietto appiccicandoseli almeno quindici sulle dita. Non posso che ridere pensando a quando mi disegnavo con la Bic magicolor10Big dei silacchi rossi sulle mani per fingere un incidente o un accoltellamento (cosi’, non nonchalance, cosa vuoi che sia).
Giusto per un po’ si sano ciarlare con le compagne di classe.

Si.

Solo che  io ero alle medie.

Non in prima materna.

Cambiano queste generazioni. Il mio piccolo lo becchero’ a fumare dietro il padiglione delle classi prima dell’uscita.

Mi preparo.

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Corri e vai a prendertelo!

I progetti non sono mai concreti fino a quando non ti ritrovi con un bernoccolo il fronte e i le ginocchia sbucciate.

Si cade.

Ma ci si rialza.

E si deve correre per andarseli a riprendere.

“I sogni sono illustrazioni dal libro che la tua anima sta scrivendo su di te.”

Alan Drew

L<3ve

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2

3,5

3

Ma si, le sequoie d’autunno riparano

Alla base direi che no, non sono d’accordo, ma anche un pochino piu’ in superficie, ma anche proprio a galla, oh, non sono d’accordo.

Presupponendo che io:

1 sia alta un metro e settanta almeno (utopia relativa)

2 avessi otto donne delle pulizie (una per i piatti, una per i pavimenti, una per i panni, una ancora per i vetri, un’altra per il cibo, una per sistemare, una per stirare e un’ultima per spolverare)

3 fossi bionda e con la risata isterica, abbia un tatutaggio sul braccio come filo high-tension per mucche

4 fossi attorniata da cinque baby-sitter, una per il mattino, una per il mezzodi’, una per il pomeriggio, una per la sera, una per la notte e una di riserva per quando le altre son malate

5 avessi autisti, il portafoglio che rutta biglietti violacei e un personal trainer sempre dietro le chiappette (sode)

6 Lavorassi in tv, con i piedi sotto un bancone dove ogni tanto passano pettorali abbronzati o vestitini succinti

Non sarei io, ovvio, ma sicuramente oggi mi sentirei fiera di aver dimostrato alla classe femminile italica che “la maternita’ non é una malattia”.

L’abisso, un buco nero, profondo, molto cordoglio per la perdita dell’unica sinapsi attiva.

Ha scoperto l’uovo sodo. Lasciatela gioire.

Una cosa mi sfugge: premettendo che solo se hai un codazzo lungo un chilometro puoi permetterti di avere visite frequenti, di truccarti il mattino, di non avere le occhiaie, di avere sempre il sorriso e tempo libero, e tutto questo, a due giorni dal parto!!!!!????? Ma ca__o! Cioé a chi troppo e a chi niente! No dico, un equilibrio, un’equita’ di mezzi, piu’ o meno. Mica per forza devo avere diciotto persone che suonano al campanello al maggiordomo ogni giorno, ma qualcuno che mi massaggia le tempie al mattino non sarebbe poi male, e se poi penso ai tempi in cui ne avevo una di sedici mesi e uno appena nato…beh si ci sarebbe stato benissimo.

Pero’, sai alla fine cosa c’é? Che io, a dirla vera, non la considero proprio per niente una vita privilegiata questa.

Ho tanti bei ricordi, tanti momenti intensi, fatta di tanta vicinanza e tante coccole, di una simbiosi quotidiana che non é durata due giorni, anzi uno e mezzo. Sempre insieme per conoscerci, per stare uniti, per capire come siamo e dove andiamo, ma insieme.

E invece,oggi tra forum e blog vari uno stuolo di “oooooooooooooo” “se toccasse a meeeeeeeeeeee” “magariiiiiiiiiiiii” “miiiiiiiiiiiiiiiii”

….. ma de che?

Vi piacerebbe tornare a casa la sera e non aver vissuto un cavolo di quelli che sono i primi giorni di vita di vostro figlio, e i vostri primi giorni da mamma? Mica bazzecole.

Cheppoi, ma chi l’ha obbligata questa qui, é ai lavori forzati per caso? Non si puo’ permettere di non lavorare per un po’  (povera, guadagna poco) ed usufruire della maternita’ che peraltro é un suo diritto? (liberi professionisti o no, comunque c’é una tutela minima). Eh, no, no no no, no di certo, la paladina dei cani labrador si erge a salvatrice delle puerpere dimostrando a tutte che si puo’ essere al Top, immediatamente, senza perdere un attimo. Ma chi gliel’ha chiesto? Un messaggio che a parer mio nessuno ha recepito del modo corretto (se mai esistesse).

Buona nascita dice niente come termine?

Eh no perché qui ormai se ne fa una questione di specie, se sei figa e ti accoppi con migliardari puoi permetterti di essere definita super, se invece sei una madre normale, a giorni rugbista e altri majorette, se sei fiera dei tuoi peli sui polpacci e ti tira il sedere truccarti alle sette e mezza non vali un calzino spaiato. No, dico. Questa

A questo punto: fiera delle sequoie sotto il ginocchio (when the priorities are others), se no poi il marito grugnisce!

Erri

 

 

Le prime giornate autunnali

FInché l’autunno non bussa alla porta la maglietta a maniche corte rimane li sulla sedia della camera che ti guarda con occhi lucidi mentre l’ascella (altrui, la mia no di certo) piange; “Ti prego portami fuori, fammi fare un giretto”. Quindi la pieta’ la fa da padrone e te la infili di corsa uscendo velocemente per scaldarti lungo il corridoio.

Apri il portone e una folata di vento arrivata con corriere espresso direttamente dal Mare del Nord mette subito le cose in chiaro facendoti capire che non se ne parla di magliettina frizzieballazzi, no no, non ce n’é.

Ti rivesti ed esci. I primi giorni dell’autunno sono davvero i piu’ bastardi inside, quelli in cui non sai mai cosa metterti se prima non apri la finestra in mutande appena apri gli occhi, magari con il rischio di dover salutare il vicino a spasso con il cane o la petenda dirimpettaia che raccoglie funghi nella tua aiuola. (é successo anche questo!)

Bisognerebbe uscire con otto cambi abito nella borsa per potersi adeguare al clima della stagione transitoria, e poi non dimentichiamoci di portare ombrello, impermeabile, foulard e cappellino leggero. Insomma, un armadio vagante per potersi sentire pronti ad affrontare ogni nuvola o schiarita che sia.

Ma, ci sono quei giorni, speciali, nei quali annusi il profumo della torta che tuo marito si é alzato a preparare per farti una sorpresa.

Lui si alza quatto quatto, inciampa in otto bicchieri, rovescia due sedie e spinge il tavolo contro il muro, ma va bene…fai finta di niente.

Dicevamo, lui si alza quatto quatto e rovesciando mezza cucina si mette al lavoro.

Silenziosamente infarina qua e la’ il pavimento e spacca uova sbattendole contro il reggipentola in metallo. Ma io lo amo lo stesso.

Oggi si sta proprio bene sotto le coperte, una nuvola di morbidezza, i miei otto cuscini morbidi, il piumone profumato…. gongolo

lerricos

SBADABAMRIBOMRIAMBOMBAMTARAKAN!!!!!

Cosa combina, gli sara’ cadauto lo Scottex?

Meglio che vada a controllare.

enricacostantini

uaaaaaaaaaaaaaa,

STIR STIR

GNIC GNIC

MMMMMMMMMMMMMMMhhhhhhh

Pero’ adesso sembra tranquillo, i bimbi dormono…. aspetta va’

enricacostantini

tic tic tic

tic tic tic

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…………………………………………………………………..

Eh beh

Anche i vostro marito vi prepara la colazione? (o fa in tempo a prepararvela prima che si svegli qualcun’altro?)

Baci!

Mare mare mare

Et voila’! Je suis de retour!

Un po’ incavolta perché quando ci si mette il tempo vola a fulmine (je potessero…), ma moooolto soddisfatta della vacanza fatta.

Piano piano vi raccontero’!

Vi lascio con un mio disegno perché se come me siete sotto la pioggia, possiate ricordare le vacanze passate ed iniziare a pensare alle future! Ci si mette avanti! L’organizzazione é tutto!

 

L<3ve

 

 

Mare mare mare
Mare mare mare

 

 

 

 

 

Enjoy!!!

 

 

Vacanze al caldo quando fuori fa freddo

Noi fra un po’ si parte, noi fra poco si va, noi fra poco si chiude le valigie e si vola.

Obiettivi:

1 staccare la spina

2 goderci ogni attimo, divertimento a manetta

3 stare insieme da mattina a sera e da sera a mattina

Al mio ritorno vi raccontero’ com’é rifare l’esperienza delle vacanze al caldo quando fuori c’é freddo che avevamo gia’ fatto qualche anno fa, atipiche, ma credo proprio che sia un e sara’ un toccasana. Spero di aver tanto tempo per immagazzinare nuove idee, per elaborarle e per fare chiarezza. Spero ovviamente. Ho voglia di respirare la brezza marina, di guardarmi i piedi immersi nell’acqua, di lasciarmi sventolare i capelli dal vento e di cavarmi gli occhiali da sole solo per andare a dormire. Ho voglia di far castelli di sabbia, nuotare e di bere succhi di frutta tropicale.

Un saluto a te, a te e anche a te

L<3ve

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Se ci sei batti un colpo

Scriverlo mi sembrava proprio scontato, quasi inadatto, ma aspetta che ti aspetta, ho rimuginato abbastanza quindi é ora che un trafiletto lo metta, eh si.

Mi rivolgo ad uomini quanto a donne, al pubblico eterogeneo che legge, osserva, si costruisce un’idea sommaria in testa e poi sceglie di condividerla o meno. Mi rivolgo a quanti fanno semplicemente un copia-incolla rubando pensieri altrui, a tutti quelli che leggono e tengono per loro le notizie che cercavano e che hanno saziato la ricerca. Dunque, siccome internet é un bellissimo specchio della societa’, sempre piu’ si assiste a veri e propri furti di materiale: foto o parole che siano. Tutto cio’ risulta altamente irritante, genera un’orticaria presuntuosa e molto diffusa. Chi trova il proprio blog depredato da materiale originale non puo’ che, il piu’ delle volte, assistere attonito con un gran giramento di zebedei.

Beh, io mi fermo ad un passo prima: se passi di qui, se cerchi qualcosa e lo trovi, se pensi che quello che ho scritto a proposito di Pinco e pallo o sui massimi sistemi sia interessante o solo ti sei fatto due risate, DIMMELO.

E non é un saziare la propria soddisfazione personale, bhe anche pero’, ma soprattuto un’atto di carineria che tu, utente o lettore abituale puoi fare nei confronti di chi segui.

Sara’ che io commento anche sul sito delle Bocciofila di Pieve di Ledro… ma fidati, commentare, lasciare un segno non da impotenza, non prendi la scossa o non ti fa venire la cacca a spruzzo.

Quindi se ti va, commenta, mi farebbe piacere!

Baci

 

Come autoprodursi un prodotto per pulizia multiuso al sapone di Marsiglia

Beautiful female doing the housework while using a spray

Per la pulizia della vostra casa ecco qui un prodotto autoprodotto in pochi minuti.

Ingredienti

40 gr di spaone di Marsiglia grattugiato o in scaglie

2 cucchiai di succo di limone

10 goccie di olio essenziale al limone

400 ml di acqua

Procediemento

Mettere dentro ad un vaporizzatore vuoto il sapone di marsiglia e il limone. Scaldare i 400ml di acqua fino quasi ad ebollizione ed aggiungere le goccie di olio essenziale. Versare tutto dentro il vaporizzatore ed agitarlo in rotondo per mescolare leggermente.

Chiudere il vaporizzatore ed attendere qualche minuto!

Pronti, via!

Occorrente

Un vaporizzatore vuoto

una pentola per scaldare l’acqua.

I bambini quante parole ricordano?

Non so di preciso quante possano ricordarne tutto in un colpo.

So pero’ di per certo che il loro cervello viaggia mille volte piu’ veloce del mio. La mia numero uno parla a raffica, giorno e adesso inizia anche la notte seguita a ruota da piccolo numero due che stimolato da cotanta sorella non vuole cedere il passo.

Parlano egregiamente l’italiano e si difendono con una seconda lingua, per noi “straniera” per loro no, la si parla ovunque tranne che in casa e loro vivono in societa’.

So anche certamente che a me, ‘naggia, mi scappano le parolette ..ehm…insomma, avete capito, dai, ma si quelle li. E va bhe, a chi non scappano!

Corri per prendere una pipi’ che sarebbe l’ennesima del giorno che devi pulire sul pavimento e sbatti con il mignolino del piede dritto drittissimo all’angolo del mobile, li  un merda ci sta come il panettone a Natale. Ed é poi il minimo.

Stai scolando la pasta per preparare un pranzo lampo dato che appena rientrati in cas la truppa ha iniziato a reclamare cibo come se venisse da quaranta giorni nel deserto e uno dei due scapicolla giu’ dal divano, ti distrai e mezzo centilitro d’acqua (poco ma fa male lo stesso) ti si rovescia sulla mano destra (per giunta….la fortuna quando ci si mette…). Li non vuoi farti partire un’altra XXXXX ? Cioé anche se ci provi a trattenerti non ce la fai, é impossibile cacchio! Ups

Beh, stai pur sicuro che quella, quella parola li, che dici una volta ogni morte di Papa (no eh, cheFrancesco mi sta simpaticissimo, sto aspettando una sua telefonata anche!), LORO, TUTTI E DUE, se la ricordano!

E poi, capendo che ti é scappato detto qualcosa di troppo iniziano a ripeterla freneticamente: merda merda merdaaa merda merdaaaaa merda merda merdaaaaaaaaaaa

“Non si dice!” (e uno, e due e tre, alla quarta si distraggono)

Poi ———>

Sei sul divano, ti riscappa, eh oh, ammazzatemi, cosa ci devo fare…e loro….ti cazziano!

Non c’é piu’ religione!

enricacostantini

Mamma, come si chiamano i miei amici?

“Ma si dai, la mia amica, quella li”

“Quale amore?”

“Ma mamma, la mia amica…… (qualche minuto in stand by)….(ancora un po’ di pazienza..loading non terminato)…… Come si chiama?”

ED E’ GIA’ CRISI

“Eh, MMMMM, mah, forse, ma si dai, Inizia per NA vero?”

“………” (in caricamento)

“Naaaaaa, Naaaaaa, prova a ricordare tesoro”

“Aladin!”

“Aldin?”

“Si Aladin!!!” (decisa come un pompiere)

“Ok”  e non posso far altro che prendere atto.

“Ma no, mi ricordo adesso! Si chiama Nadine”

“No mamma, Aladin”

“Ah”

Spero solo che non si immagini anche che Aladin arriva a scuola su un tappeto volante, eppoi, da quanto ho capito, questo di cui parliamo é femmina, almeno credo, mi racconta delle spille che ha fra i capelli. Puo’ essere maschietto? Oh, mai dire gatto eh, ma non dire, o perlomeno le probabilita’ che sia “une petite fille” sono estremamente alte.

Eh va ben, una si chiama Aladin ed é femmina, poi, sopra all’appendiabiti ho trovato un nome buffissimo: Capucine.

No dai, é uno scherzo, non ci credo. Va beh che era lo pseudonimo di Germaine Lefebvre, attrice e modella francese e sara’ che io ancora riporto tutti i nomi che sento all’italiano, tipo Charlie sara’ Carla, Eleanor sara’ Eleonora, almeno credo…ma Capucine???? … Cappuccina? Cappucino? Cappuccia? Cappucetto? (rosso?)mail.google.com

BOH

Alzo le mani.

Ma lui, lui si che é il genio della situazione (poverino), il vero schow man dell’asilo (poveraccio), il vero nome cult della scuola (ma come si fa…) va beh ora ve lo dico.

ANOH

Un bimbetto mingherlino con i capelli a spazzola anche se fradici, scatentato, sempre in movimento, figlio di due funzionari UE e di nazionalita’ bulgara. Il corridoio é il suo regno e scorrazza fra i cappotti degli altri bimbi lanciandoli a terra, quindi, Marie e le altre istitutrici lo richiamano all’ordine:

“AnoooooohHH'”

e fortuna che la lingua francese tende ad accentare tutti i nomi sulla lettera finale, fortuna si, ma se mai si trasferissero in Italia?

Non voglio pensarci.

 

 

Il caso tampax

A onor di cronaca ci tengo a riportare questo articolo ,  

che ho trovato in risposta ai dubbi sollevati in merito dall’articolo francese che ho tradotto. E ci tengo a sottolineare tradotto, non é farina del mio sacco nessuna teoria, quindi qui avete sottomano tutte e due le tesi e le campane.

FATE VOBIS!

index

Il falso allarme sui tamponi

 

”Sapete che i produttori di assorbenti interni usano amianto nei loro prodotti?” E’ ciò che è riportato in un’allarmante e-mail che sta circolando su internet. Oltre all’amianto, nei tamponi interni sarebbero presenti anche altre sostanze tossiche e cancerogene con notevoli rischi per la salute delle donne che li utilizzano. Cosa c’è di vero in tutto ciò? Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una sorta di ”catena di Sant’Antonio”: una ”bufala” che circola nella rete dall’estate del 1998.

L’allarme

Nella e-mail in questione si sostiene che gli assorbenti interni (es. Tampax, Ob, ecc.) contengono tre sostanze nocive: l’amianto, il rayon e la diossina. L’amianto, noto cancerogeno, verrebbe utilizzato negli assorbenti per aumentare il sanguinamento mestruale e, di conseguenza, l’uso di tamponi. La diossina (anch’essa cancerogena) verrebbe utilizzata per sbiancare il cotone, rimanendo come residuo della lavorazione industriale. Il rayon, infine, che viene impiegato per le capacità assorbenti, funzionerebbe come ”terreno fertile per la diossina” (?) e rimarrebbe all’interno della vagina più a lungo aumentando il rischio di sindrome da shock tossico (TSS) una rara ma grave malattia causata dalle tossine prodotte da un batterio, lo staphylococcus aureus. L’appello propone in alternativa di usare prodotti non sbiancati e di cotone al 100%, indicando (ovviamente) i nomi delle aziende che producono questo tipo di prodotti ”sicuri”.

Le false notizie

Per quanto riguarda l’amianto, la stessa FDA (Food and Drug Administration ? l’ente regolatorio statunitense che promuove e protegge la salute pubblica) già nel 1998, ”anno di nascita” della e-mail, aveva smentito la notizia dichiarando specificatamente che l’amianto non fa parte della composizione di alcun tipo di tampone di marca statunitense; anche il sito internet della ditta che produce Tampax smentisce categoricamente la presenza di amianto nei suoi prodotti, né esistono segnalazioni di aumentato sanguinamento mestruale a seguito dell’uso di tamponi. Il rayon, una fibra naturale utilizzata, insieme al cotone, nella produzione dei tamponi, è un derivato dalla cellulosa: l’impiego di questa fibra è ritenuto sicuro al pari del cotone.
Il rayon viene utilizzato nei tamponi non solo perché è altamente assorbente, ma anche perché si sfilaccia meno del cotone (rilasciando perciò meno fibre). Per quanto riguarda la diossina, l’FDA dichiara che il rayon utilizzato nei tamponi è prodotto secondo tecniche di estrazione alternative che non impiegano cloro (da cui la diossina può formarsi); pertanto il rischio di diossina nei tamponi è praticamente trascurabile.
Come riportato nei foglietti illustrativi, l’impiego di assorbenti interni comporta un aumento del rischio, seppur raro, di sindrome da shock tossico. L’impiego di tamponi in puro cotone può ridurre leggermente l’insorgenza della TSS, ma non lo elimina. D’altra parte, si sono verificati casi di TSS anche prima degli anni ’60, quando tutti i tamponi interni erano prodotti con solo cotone.

La raccomandazione

Internet rappresenta senza dubbio uno strumento utile, che permette di ottenere le informazioni più disparate in tempi brevi e senza fatica; tuttavia, il rovescio della medaglia è l’ampia e capillare diffusione anche di messaggi privi di fondamento scientifico come questo, che possono destare inutili timori e preoccupazioni. Per quale motivo vengono fatte circolare questo tipo di notizie? Spesso si tratta di semplici scherzi, a volte sono in gioco interessi commerciali volti a screditare aziende produttrici, a volte si tratta di manovre per raccogliere gli indirizzi di posta elettronica per inviare spam. Per questo motivo è sempre opportuno, prima di contribuire alla diffusione di e-mail di origine dubbia, fare un controllo preventivo sulla veridicità degli argomenti trattati.
Personalmente sono per la teoria, con  meno cose strane entro in contatto meglio sto, ma sul resto, vedete voi!

Guido, ti prego, vieni a colazione.

Rimbalzano di qua e di la commenti e opinini a proposito dei commenti di G.Barilla sulle coppie Omosessuali. A quanto pare, senza che nessuno gliel’abbia chiesto (se le suona e se le canta) ci ha tenuto a dare in pubblico la comunicazione che mai utilizzera’ coppie gay nei suoi spot promozionali e pubblicitari perché LORO sono per la famiglia tradizionale.

Ma, non mi torna una cosuccia.

La famiglia tradizionale é quella dove tutti al mattino sono vestiti di bianco, profumano di lavanda e hanno l’alito profumato?

E’ quella dove mamma arriva in cucina e schioccando le dita i folletti le apparecchiano la tavola con le delizia che Banderas le ha preparato la sera prima?Immagine-da-copertina-1

E’ quella dove la prima cosa che fai appena apri gli occhi é baciare tuo marito appassionatamente, dove i tuoi figli si svegliano lentamente, senza urlare “mammaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa” due ore prima della sveglia? E’ per caso anche quella dove la colazione la si fa tutti seduti attorno ad un tavolo imbandito ridendo insieme e scherzando, ovviamente gia’ tutti vestiti e con gli zainetti pronti per la scuola con tanto di merende (eh si Antonio si fa davvero in quattro per impastare!, non scherziamo!).

Ma si, é proprio lei! E’ questa la famiglia TRADIZIONALE a cui fa riferimento Guido! Scema io che non c’ero arrivata. Ma sai, in casa mia quando mi svegliano alle 4 del mattino per una tosse che mi martella il cervello dalle 23 della sera prima, poi non riesco piu’ a dormire, e le 6 sono vicine, MOLTO. Beh li, se posso, io resto a letto, sempre se i piccoli dormono. Il marito dotato di braccia e gambe che sa usare degnamente si prepara la colazione e perché no mette avanti anche per me. Questo nel caso “mi sono addormentata a sasso da dieci minuti”. Nel caso invece in cui sono arzilla preparo io, magari apparecchio la sera, e non mi sento una casalingazza (l’azza lo aggiungo io) sfruttata o stereotipata, come dice la Boldrini, lo faccio e mi piace. Poi ovvio, nel mezzo scatto duecento foto, le piazzo su Instagram e magari anche su Facebook, metto i muffin uno sopra l’altro per il blog e scrivo le ricette, ma va bhe, mi piace e basta. Ho anche fatto razzia di piatti fighi a Maison du Monde, che volete.

A casa mia quando i bambini si sono alzati la parola dico in LOOP continuo é il DAI. Ho contratto e ritirato al massimo ogni frase “dai che arriviamo tardi, che c’é piu’ traffico, che papa’ deve scappare, dai che sta inziando a piovere forte…” é rimasto solo Dai. Efficace, dritto al segno.

A casa mia ci si vuole bene a prescindere dalle brioches calde di Antoniuccio, a prescindere dalla ruota del mulino che gira.

A casa mia, fuori Italia, la pasta vuol dire “Italia” vuol dire che siamo italiano e tali rimaniamo, senza dover mangiare cavoletti a merenda e zuppe in tazza.

Quindi, anche se prima di lavarsi i denti siamo tutti offLimits, ci si vuole bene lo stesso, anche se non siamo vestiti di tutto punto, se rimaniamo in pigiama fino all’ultimo secondo e se a volte mi faccio il rigo di eyeliner seduta sul wc. Chiaro? (provateci)

Ora, che legga tutte ste pappardelle da chi dice che la famiglia TRADIZIONALE é quella che sponsorizza LUI non puo’ che farmi sorridere, ironicamente, ovvio. E’ come cadere di culo, suvvia, tutto molto prevedibile, cosa vi aspettavate, perle di saggezza?

Pero’, vorrei invitarlo a colazione da noi Guido.

Dai, Guidino, vieni, poi ti faccio a tradimento la pasta del Carrefour! Vieni dai che c’ho pure la radiolina antidiluviana!

 

Per chi volesse saperne di piu’ consiglio questo articolo

La selezione naturale, e le P.pp.

Una cosa ho chiara: la selezione naturale ai belgi gli fa un p.pp.

Chiaro?

Acqua a catinelle, vento gelido, pozzanghere che neanche nell’incotro di calcio scapoli contro ammogliati di Fantozzi, moccoli verdi e collosi, niente li ferma.

Quando é l’ora della ricreazione si esce, sempre.

Piove? Ti bagnerai.C’é un vento dell’altro mondo? Metti qualche giarone nelle scarpe, faranno da zavorra.
Si gela? Corri, ti scaldi!
Ci sono le pozzanghere? Dai, su, imita PeppaPig, non succede niente, se ci vai dentro fino alle orecchie impari anche a nuotare.
Sei raffreddato e smoccoli catarri dai mille colori? Fatti tuoi.

peppa-e-george-giocano-con-le-pozzanghere

Alla mia domanda, “Oggi non ho messo gli scarponcini in gomma alla bimba, mettono brutto fino a sera… starete in classe immagino, no?”  No, ti sembra? Io pensavo di fare una domanda retorica! Ovvia, scontata.

“No, no, si esce!”

Rimango muta, occhi fissi, una lenta connessione cerebrale mi fa capire che era ora ti togliere il sorrisino da domanda scema e che avrei potuto rispondere. Si, ma cosa?

“Ah”

Oltretutto venivamo da giorni di febbrone pesante, di quelli da equini, e gli strascichi erano ancora evidenti; devo dire che la cosa mi scocciava. Pero’ li per li mi sono detta ed autoconvinta che ben coperta non sarebbe successo nulla, in fondo sarebbe stato solo per un’ora o poco piu’. Avevo anche messo nell’attaccapanni la sciarpa, quindi ero tutto sommato tranquilla; insomma, sapevo di ritrovare mia figlia viva!

Saluto, mi rivesto, sistemo l’altro figlio e faccio per uscire quando una testa biondina mi passa sotto il naso a razzo. Louth un compagno della little princess fuggiva scalzo di qua e di la. Guardo lui, mi guardo alle spalle e tutt’attorno. Situazione tipo: due adulti che parlottano e ridono palesemente sotto i baffi tenendosi una mano davanti la bocca (odio), l’istitutrice (maestra per me, e per gli amici) e lui, sto puffo con bomberino da spedizione sull’Everest e piedi al vento. Vedendo che continuava a zampettare gli chiedo dove fossere le sue scarpe; lui mi guarda serio e in effetti c’aveva poi ragione, gli ho parlato francese e ho saputo che é tedesco, va beh, bypassiamo. Quindi viste le mie doti d’auanagana gli mimo la cosa. Niente, non pervenuto. Getto la spugna bassando la palla ad una delle donne ridoline in corridoio che in tutta risposta serenamente mi zittisce dicendo “Fuori c’é la sabbia e stamattina é arrivato cosi’, dice che non vuole mettere le scarpe”.

Bene, questa tizia era la zia, che all’entrata del cancello ha tolto le scarpine al nipote perché lui lo chiedeva: con un freddo da geloni ai piedi, vento vigliacco e pioggia.

Spippola lui ma scema integrale lei.

Torno a riprenderla dopo pranzo, erano ancora tutti seduti ai tavoli, lei orgogliosissima del suo pranzo rideva felice con le sue compagne taroccando qualcosa in non so quale miscuglio di lingue (ma la cosa magnifica é che solo loro si capiscono!), accanto a  testa china il capellone biondo che con una precisione certosina era li che si spippiolava fra le dita dei piedi la sabbia.

Noi italici, abituati all’autunno tiepido e senza brina ancora alle 10 di mattina, non abbiamo il fisico. Mancopégnente. Credo. E voi?

Mi dovro’ abiutare a pensare, beh finché non muore, perché questa é Spartaaaaaaa

La scuola Addams. Primi giorni per Mercoledi’

Abbiamo iniziato l’asilo.

Oddio.

Un parto plurigemellare con travaglio fotonico ed anticipato in corridoio ad agosto. Una difficolta’ incredibile trovare una scuola decente. Si decente.

“Ah, ma non abiti in nord Europa?”

“Ehm, si, ma non tutte le cacche puzzano uguale veh?” questo vuol dire brillantemente che non tutto deve esser preso per olo colato e io non osavo credere ai miei occhi quando ho ispezionato invece che classi, pochi metri quadrati ipersgarrupati e pieni di monnezza. Ma veramente.IMG_20130924_095635

A pochi giorni dall’inizio della scuola ancora ero in giro per la citta’, da capo a capo, girovagando per mattine intere bussando a tutte le segreterie che trovavo aperte con la speranza di trovare un posto decente. La nostra funesta e rocambolesca esperienza precedente é meglio seppellirla sotto terra. Maestre stitiche d’affetto, rigide come se avessero ingoiato il manico di una scopa, per non dire altro, impedite come se non avessero mai avuto a che fare con i bambini; cioe’ le vedevi abbandonare la classe alle 8 di mattina durante l’ora di sorveglianza per pippare una sigaretta in santa pace dietro la porta. Boh.

Tutto questo in un ambiente molto, come dire, molto, ehm, mh mh, molto scghifoso. Tre giochi in croce, acqua corrente senza lavandino, si proprio cosi; un rubinetto usciva dal muro, come un quadro, messo li quasi per inutilita’ massima, sotto un secchio sponsorizzato dal consorzio di zona, di quelli che usava mio nonno per annaffiare l’orto.

Uno spazio di tre metri per due in venti. Tutto li. Eppoi se fosse per il contorno, chiudi un occhio, ma santa pazienza proprio tutte streghe dovevano essere ste qui?

Niente, non fa per noi, la piccola non ci andava volentieri e io ce la portavo col mal di pancia. Change please!

Una botta di fortuna, una coincidenza spietata (suocera in visita): telefono, hanno posto: “Ma vieniiiiiiiiiiii, a sakatoooooooo” Ricevo un appuntamento per poche ore dopo, avevo qualcuno che poteva aiutarmi con i bimbi e mio marito era in viaggio di ritorno. Si va!

Sancho Panza pelato e in versione Nordica mi aspetta per spiegarmi e presentare la pedagogia scolastica, di cui poi vi parlero’; che gentilezza! Il preside sicuramente aveva una preferenza per il fondoschiena di mio marito, io lo adoro. Cortese, calmo, preciso, comunicativo al massimo. Avrei proprio voluto abbracciarlo, o almeno avrei voluto l’avesse fatto il marito ma eravamo nuovi di presentazioni, dai, nun se fa!

Entriamo nelle classi, sembrano in ordine, decenti ecco! Eppoi quei waterini minuscoli mi piacciono un sacco! (alla prima le turche non si potevano guardare) Quando ho esultato davanti al bagno Etienne mi ha guardato un pochino torvo, ma son sottigliezze…poi gli ho fatto l’occhiolino dai!

Beh, ero troppo curiosa dell’inizio, di vedere come sarebbe andata li, tante aspettative. Annessi e connessi ansia e trepidazioni notturne ma porca miseria, una volta che si incrocia decentemente qualcosa non poteva che andare bene!

“L’institutrice s’appelle Nadine!” mi dice Sancho pelato (ups), Etienne

IMG-20130910-WA0010Sara’ brutto “istitutrice”? Non vi pare di aver davanti la Sig.ina Rottermeyer con quegli occhialini minuscoli a gatto e quel cavolo di chignon che ancora non ho capito se era posticcio o suo veramente?

Va bhe, la chiamero’ per nome altrimenti non ci sarei saltata fuori: tutti i giorni: “Bonjour Madame l’institutrice!” No non puo’ andare, nodicerto!

Questo succede il venerdi’ pomeriggio, alle sette di sera. Esco e trovo i piccoli che fanno i giochi con la nonna, avrebbero voluto insabbiarla fino al collo, lo so, ma erano stanchi quel pomeriggio. Mia suocera mi guarda dicendo: “Anche no, eh?”

In effetti lo scalone di marmo NERO con i mezzobusti degli antenati del proprietario della villa adibita ora a scuola facevano arricciare i peli del naso, tetra, scura, con dei ragni che ancora portavano in testa l’elmetto del dopoguerra. Tedeschi, con il chiodo sopra. Muri scrostati qua e la, finestre cigolanti, ma ragazzi, Etienne aveva fatto colpo. Ho anche lasciato passare in secondo piano l’aspetto Famiglia Addams che le mille guglie appuntite del tetto danno alla struttura…mi aspettavo Lerch ad aprire la porta e avrei invece trovato fighissimo il campanello che urla! Lo volevo!

Ci trovo’ lavorare sopra, intanto ho rassicurato la nonna, poi chiedero’ un uscere/bidello con due chiodi nelle tempie. Figo pero’.

Alcune cose da sapere sul Tampax

tampax

Il tampax, celebre assorbente, é prodotto a marchio P&G, leader sul mercato del settore (come per altri prodotti: detergenti per la pulizia per la casa ecc). I tamponi vengono usati ampiamente e la loro produzione non é certamente in declino. Forse pochi sanno che per essere cosi’ come si presentano, sono imbevuti parzialmente nella diossina, una delle sostanze piu’ cancerogene conosciute. Le donne in media hanno un ciclo di 5 giorni per ogni mese per 38 anni, questo significa che potrebbero usare 11,000 tamponi durante la vita fertile.

Diossina nel tampone

Originariamente i tamponi erano 100%cotone, poi la loro non massima efficienza riportata da diverse analisi di mercato sulle clienti insoddisfatte, ha portato la casa produttrice a mescolare il cotone con una fibra sintetica, la viscosa.

Tuttavia, ci sono due problemi principali:

  • Il cotone, negli USA, viene sottoposto a trattamenti con agenti fertilizzanti e chimici durante tutto il periodo di crescita. Queste sostanze chimiche sono tra le più tossiche in agricoltura e l’Agenzia per la protezione ambientale ha decretato sette di queste come canceroge per l’uomo.
  • La viscosa usata in Tampax è costuita in gran parte da pasta di legno e tra le molte sostanze chimiche usate per convertire la pasta di legno in fibra, viene utilizzato il cloro . Il processo di trasformazione crea idrocarburi clorurati, un gruppo di sostanze chimiche pericolose, tra cui uno dei derivati ​​è diossina, una delle sostanze più tossiche conosciute.

Nel processo di sbiancamento la casa produttrice ha cambiato in parte il processo per evitare la formazione di gas di cloro in favore del biossido di cloro, che di certo non é una manna!
Gli studi pero’ hanno dimostrato che le reazioni chimiche che avvengono durante il processo rilasciano inquinanti gassosi  …tra i quali ancora  diossina. Il nuovo metodo di sbiancamento diminuisce la quantità di diossina creata, ma non la elimina.

Ricordiamo che la diossina è considerata la sostanza letale conosciuta dall’umanità, e se consideriamo che ogni donna ne viene a stretto contatto per cinque giorni al mese, per dodici mesi per circa 38 anni…la cosa risulta davvero preoccupante.

Prodotti chimici:

E come se la diossina non fosse abbastanza ecco qui altre sostanze presenti  e nocive quanto la prima:
– Tutto quello che aumenta ed implementa l’assorbimento,
– Deodoranti,
– Profumi sintetici.

Quali sono le conseguenze per le donne?

La diossina si accumula negli esseri umani, in particolare nel tessuto adiposo femminile e nel latte materno attraverso il quale solitamente viene scaricata (quindi pericolo per il lattante). Questa sostanza chimica viaggia e si ripresenta poi in modo generazionale, quindi per trasmissione.

I tamponi interni rimanendo a lungo in un ambiente umido, favoriscono la proliferazione di batteri e lo sviluppo di reazioni chimiche dannose. Una delle malattie a cui si puo’ arrivare con un uso frequente e sistematico del tampone é l’endometriosi.

Studi svedesi hanno anche stabilito un legame tra tamponi contenenti diossina e un aumento dei tumori del tratto genitale femminile.

Oltre al cancro e l’endometriosi, disturbi connessi alla diossina sono:
– Difetti di nascita,
– L’incapacità di portare a termine una gravidanza
– La riduzione della fertilità,
– Riduzione del numero di spermatozoi (diossiana trasmetta in modo generazionale)
– Lo sviluppo di diabete,
– Difficoltà di apprendimento,
– L’alterazione del sistema immunitario,
– Problemi polmonari,
– Malattie della pelle
– La riduzione del livello di testosterone.

Un po ‘di esperienza

Meghan Telpner, una nutrizionista canadese spiega:
“Ho provato a mettere un tampone in un bicchiere d’acqua per 6 ore (durata di utilizzo media di un tampax) volevo vedere con i miei occhi cosa sarebbe accaduto. Quando ho tolto dall’acqua  il tampone, ho trovato centinaia di minuscole particelle bianche simili a fluorescenza sospesi dentro l’ acqua, alcuni si erano depositati sul fondo del bicchiere, altri radevano i bordi . Data la quantità di particelle che erano chiaramente visibili ad occhio nudo, posso immaginare solo il volume di fibre microscopiche che sono presenti nella vagina e posso solo immaginare quanti frammenti possano rimanere in vagina”

Fibre sintetiche, quasi pericolose come la diossina

Studi hanno dimostrato che le fibre sintetiche creano un ambiente ideale per la crescita di batteri “Staphylococcus aureus”  che sono la causa della sindrome da shock tossico.

Oltre ad aumentare il rischio di sindrome da shock tossico, le fibre sintetiche sono abrasive della parete vaginale la quale è molto sensibile. I tamponi infatti sono inseriti in profondità nella vagina con un applicatore e si estendono in lunghezza. Questo spinge la parte alta contro la zona della cervice, causando sottotensioni fastidiose ed attaccando frammenti nei tessuti del collo dell’utero e della parete vaginale. Inoltre il tampone puo’ causare abrasione e piccoli tagli rimuovendolo.

Queste ulcere sono causate da una combinazione tra sostanze chimiche reattive del tampone e dall’attrito causato dal suo ritiro..tutto questo aumento la probabilita’ per una di contrarre malattie

Come proteggersi?

I tamponi 100% biologici sono realizzati in cotone certificato non OGM.
Questi tamponi si usano nello stesso modo degli altri non 100% biologici, l’unica differenza é che sono un po’ piu’ costosi.

Ci sono anche alternative che sono disponibili per l’acquisto on-line e nei negozi più salutare.
• spugne naturali di mare,
• assorbenti ecologici esterni
• coppette mestruali.

Ho letto e pensato di tradurre questo  articolo perché possa essere fonte di condivisione e soprattutto di riflessione per e tra le donne.

Bookcrossing.

Cos’é?

Passo di li con la macchina tutti i giorni eppure nonostante vicino ci sia un semaforo, non me ne ero resa conto. E’ proprio vero che ai dettagli si presta attenzione solo se si é predisposti positivamente: una passeggiata, niente traffico, niente ora di punta, clacson e orari da rispettare. Melange perfetto.

Una casettina per il bookcrossing! Ecco cos’é.

Bookcrossing a New York
Bookcrossing a New York

Il bookcrossing sta prendendo piede soprattuto nei paesi del nord europa ma pian piano questo metodo di “lettura allargata” si sta diffondendo. Mi sembra un bellissimo modo per potersi passare una storia, un qualcosa che per noi ha significato tempo, emozioni e sensazioni. In poche parole: chi possiede un lib

ro puo’ decidere di cederlo gratuitamente, liberarlo, dargli una nuova vita, un nuovo lettore e una nuova possibilita’. Il proprietario puo’ infatti riporlo in queste “Boites aux livres” che di tanto in tanto vengono spulciate dai lettori alla ricerca.

Credo che sia un buon modo per mettere in circolo emozioni nuove e cultura. Chi non ha un sacco di libri in casa che degna di uno sguardo una volta per le pulizie di Pasqua e una per quelle di Natale? Tutti. In questo modo potreste alleggerire le vostre librerie di libri che non considerate piu’ o anche cedere un libro con le v

ostre coordinate per fare nuove conoscenze.

Bookcrossing a Uccle (Bruxelles)
Bookcrossing a Uccle (Bruxelles)

 

 

 

 

 

 

 

 

Sicuramente é anche un bel modo per insegnare ai figli la generosita’ verso gli altri, l’altruismo e il riciclo sicuramente molto creativo.

Se mi leggete dall’Italia vi lascio questo link interessante, potete iscrivervi, leggere le news e condividere esperienze, eccolo “Bookcrossing Italy”

 

 

Bookcrossing a Berlino
Bookcrossing a Berlino

Donare

Avevo preparato questo post da un po’ e lo tenevo li, latente per i momenti in cui mi sentivo ben predisposta per pubblicarlo.

La prima volta ce lo vidi su youtube pensavo fosse uno dei soliti spot scontati, uno di quegli spot faciloni, da quattro soldi, irreali e molto montati.

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Sono stata in Thailandia, ho gustato profondamente le meraviglie di questa terra e di una popolazione che pur di aiutare il prossimo toglierebbe a sé, un popolo umile, mite e coeso. Almeno queste sono state le sensazioni che ho portato con me al ritorno.

L’ultimo giorno di vacanza abbiamo conosciuto il giardiniere che durante tutto il giorno, anche nelle ore piu’ calde, spulciava il giardino eliminando i fili d’erba ingialliti o i fiori un po’ appassiti. Beh, ci parlava di suo figlio e dei fratelli, restati a Bangkok. La lontananza lo provava moltissimo, si vedeva, si leggeva nei suoi occhi mentre raccontava di se; alla partenza abbiamo lasciato un pacchetto per la sua famiglia, anonimo. Ritorniamo in camera e sul letto troviamo una coroncina di fiorni per noi e un biglietto in cui ci augurava un sereno rientro. Non avevamo lasciamo nomi, niente, eppure, aveva capito. Questo aneddoto ci ha fatto sentire bene.

Lascio questo video, perché possiate guardarlo, io lo trovo stupendo.

 

E se vive nella solitudine?

Il bambino ( come è stato per tutti noi) impara ciò che vive:

Se vive nel rimprovero=diverrà più intransigente
se vive nell’ostilità= diverrà più aggressivo
se vive nella derisione= diverrà più timido
se vive nel rifiuto= diverrà uno sfiduciato
se vive nella serenità= diverrà più equilibrato
se vive nell’incoraggiamento= diverrà più intraprendente
se vive nell’apprezzamento= diverrà più comprensivo
se vive nella lealtà= diverrà più giusto
se vive nella chiarezza= diverrà più fiducioso
se vive nella stima= diverrà più sicuro di sé
se vive nell’amicizia= diverrà veramente amico per il suo mondo.
Susan Isaacs.

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Mi sono ritrovata a pensare con commozione a bambini non miei, che peraltro non avevo mai incrociato, mai visto prima, mai visto i loro genitori.

Li ho trovati giorno dopo giorno con gli occhi sempre piu’ tristi, vuoti, senza parole e con l’aria persa. Ed io, mi son ritrovata piu’ volte a pensarli.

Arrivano presto il mattino, alcuni prima delle 7, quando ancora c’é poca luce; mezzi addormentati scendono dall’auto in braccio a qualcuno che palesemente non é la mamma né il papa’, né tantomeno un parente, ma la nounou, cioé una tata.

Delicatamente li accompagna nella hall dell’edificio principale e cercando di consolare i singhiozzi che nel frattempo hanno iniziato a farsi sentire se ne va. Il piccolo se ne sta rannicchiato, guardandosi attorno con occhi tristi e spaventati. Cerca una certezza nei visi che lo circondano ma non la trova, cerca un volto famigliare una parola amica qualcuno che gli tenda una mano.

Dopo un po’, stanco e sfiduciato viene accompagnato in aula dalla maestra che sara’ con lui durante la giornata. Piano piano arrivano i compagni ma il suo sguardo non cambia, predilige il silenzio, gli angoli, il corridoio all’aula. Ognuno i primi giorni cerca di capire, di vedere come muoversi, di comprendere una routine nuova, alla quale si deve abituare.

Non capisce una sola parola di quello che gli viene detto o chiesto, segue per imitazione ed emula per necessita’.

L’adulta consolazione: “Vedi come si arrangia?” No beh, che idiozia.

Ciondola di qua e di la cercando dove poter fare il nido, dove poter creare uno spazio suo, magari in compagnia. Poi una parola, un ciao, niente di speciale. Durante un attimo di calma viene capito, carpito e captato. Gli occhietti si accendono un pochino di piu’, lo sguardo diventa presente. Ha trovato un compagno con il quale puo’ avere uno scambio verbale comprensibile. Felicita’.

Una tristezza infinita. Piazzato li come un pacchetto dall’alba al tramonto per mano di chi nemmeno lo ha dato alla luce e che ai suoi occhi rappresente la figura presente, la certezza. Capisco le necessita’, capisco le situazioni, ma credo che la ragionevolezza in questo caso non abbia trovato un numero civico adeguato.

I primi giorni di un nuovo cammino sono disorientanti, caotici poi un punto fermo, un viso che accompagna, basta cosi’ poco, eppure non tutti i piccolo lo hanno. In compenso sono accontentati con valanghe di giochi, di vestiti e di dolciumi ogni sabato mattina e ad ogni uscita. Un contentino per colmare l’incolmabile.Cosa si insegue, dove si corre tutto il giorno se un domani avremo da rimproverarci di non aver amato abbastanza chi invece lo ha fatto incondizionatamente e avrebbe voluto poterlo fare ancora di piu’?

 

 

Lasciarsi stupire…una nuova avventura

Il primo giorno di scuola é un misto di emozioni, e mi limito a dire misto perché una ad uan non saprei e non potrei descriverle.

La cacarelle da esame che all’universita’ accompagnava fedelmente ogni mattino ICS prima dell’orale torna a bussare alla porta, mazza che paura.

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Si, paura di lasciare la tua cosina piccola, quella tascabile che ti somiglia tanto, nelle mani di qualcuno che non hai mai visto in volto e che appena sai come si chiama di nome (giusto per non essere troppo generosi di informazioni, i belgi in questo sono piuttosto stitici e noiosi)

Paura che possa sentirsi abbandonata e che possa cercarmi insistentemente, paura che si senta sola, paura che possa non essere capita: grazie a Dio pipi’ e cacca sono internazionali! (anche se dire cacca’ con l’ultima a accentata mi fa una rabbia tremenda). Nonostante ormai in casa si mischino parole per agevolare la comunicazioni degli gnomi nella societa’ la mia fiducia sul fatto che al momento del “mi scappa” avrebbe detto “Marie, toilette!” era davvero bassa.

Ma forse mi sbagliavo.Intanto ero riuscita a svegliarla ad un orario decente nonostanto la sera prima fossimo ritornati da un viaggio in aereo stancante, la vedevo arzilla, pimpante.

Io dal mio canto, e qui elogi ed ovazioni per me, avevo gia’ bello che preparato zainetto merenda (che poi non seriviva, vabbé, dettagli) e i vestiti da infilarle mentre in dormiveglia si alzava da letto.

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L’ho shecherata un po’, caricata a dovere e gasata come un’acqua brillante.

“Uau il primo giorno! Sai che bello! Uau, quanti amici! Uau uau uau”

Non é che riuscissi poi a spicciare tanto. Mi guardava e rideva, tranquilla.

La saluto mentre si avvia con papa’ alla scuola, la vedo andare verso una nuova avventura che speravo tanto potesse iniziare con il piede giusto.

Anche se dovevo andarla a prendere dopo due ore e mezza mi ero iniziata a vestire, avevo gia’ cambiato anche il piccolo e tutto in casa era fatto. Squilla il telefono, sono loro, dal vivavoce mi chiama per dirmi che sono nel traffico con papa’ e mi fa sentire come canta bene la canzone testimone del Papete2008. (Una grande). Rischiavo di partire direttamente dietro loro, mi calmo. Il piccolo cerca la sorella dietro ogni angolo, sotto le pedane, nel frigo, ovunque. La chiama e la cerca, non si sono mai separati e nonostante fosse partita da cosi’ poco tempo lo vedo stranito.

Arrancando arrivano le undici e appena mi avvicino alla cancellata della scuola vedo una stupenda Hamaidiana a pois giocare serena nella sabbia. Niente di piu’ fresco poteva esserci per i miei polmoni. Aria pura.

Stupore, meraviglia e …udite udite… Marie toilette detto!

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Nasce a Modena “La Libera Scuola per Doule e Coun&doule”

Riporto qui di seguito in maniera integrale un’itervista che l’amica e co-fondatrice della scuola mi ha inviato. Credo sia molto interessante come realta’ territoriale, come approccio e come possibilita’. Sono Modenese e non posso che essere felice nel veder fiorire stupende iniziative come queste che incentivano e mirano la diffusione di pratiche empatiche, accoglienza rispettosa e accompagnamento fiducioso.

La Libera Scuola per Doule e Coun&doule è co-fondata, progettata e voluta  dall’ Associazione CircoloPrimo Respiro-Spazio Nascita Centro Studi  e Antonella Zecchi. La Scuola, così come tutto il “ Progetto Ecologico per le Famiglie” di cui fa parte al punto 5, ha ricevuto il patrocinio del Comune di Modena e della Rete Città Sane e nasce dalla collaborazione tra Associazione Circolo Primo Respiro-Spazio Nascita Centro Studi, aps e asd che dal 1998 è Centro d’Informazione e Formazione su Nascita, Maternità, Allattamentoe Puerperio secondo natura e Antonella Zecchi, Mamma, Counsellor gestaltico a indirizzo umanistico integrato, Educatrice all’infanzia, ricercatrice e scrittrice. Tale Scuola si sviluppa e si esprime in un percorso di formazione per  figure accompagnatorie alla neo madre e prevede   competenze multiple,  in grado di affiancare le neo mamme nelle diverse fasi della maternità: prima, durante e dopo il parto.

In Europa e in America, dove la figura supportiva della Doula esiste da anni, sono stati ultimati studi che dimostrano e provano scientificamente che la sua presenza in famiglia aumenta il benessere di madre e bambino. E questo vale anche per altre figure accompagnatorie socioassistenziali che operano in questa direzione. E’ comprovato che un competente e accogliente supporto pre e post parto favorisca la salute bio-socio-psicologica delle neo madri e influenzi positivamente la relazione fra lei e il suo bambino e fra tutti i componenti della famiglia in modo circolare e permanente. Questa realtà nel nostro Paese è tutt’oggi sfuggente e a macchia di leopardo: sono ancora significativamente poche le Doule presenti sul territorio, e quelle esistenti e operative sono prevalentemente nel nord Italia. Inoltre, rispetto gli specifici bisogni legati alle diverse fasi della maternità, e soprattutto quelli del post parto, le offerte da parte delle istituzioni si sono dimostrate insufficienti. La Scuola nasce così, come un’importante impegno  per tentare di offrire una risposta riguardo questi bisogni. Crediamo che il percorso formativo erogato dalla scuola possa incrociarsi con una emergente necessità sociale ed economica: professionalizzarsi, per impiegarsi in una attività remunerata, in un momento storico di grande disagio rispetto le offerte di lavoro, soprattutto per le donne sopra i quarant’anni.

Doule e Coun&doule;   chi sono, che cosa fanno, in cosa e come si esprimono i loro saperi?

La Doula promuove e sostiene le madri nell’arte della maternità: favorisce il benessere di madre, bambino e più in generale della famiglia; contribuisce a migliorarne e a sostenerne la salute in senso olistico e globale. Oggi le donne e le famiglie, durante il periodo della maternità e della paternità, manifestano il bisogno e il desiderio di condividere queste fasi della loro vita, ricche di trasformazioni, con altre persone, al fine di creare una rete di confronto, aiuto e condivisone. Le richieste più frequenti palesate dalle famiglie e dalle neo mamme sono il sostegno, l’aiuto pratico, lo scambio e la possibilità d’accesso alle informazioni per una libera scelta rispetto gli stili educativi e di cura. La Doula e la Coun&Doula possono offrire questo molteplice accompagnamento/supporto sia a breve che a lungo termine verso la madre e la famiglia. In pratica, la Doula accompagna la donna durante la gravidanza ad orientarsi nel percorso nascita, la supporta nell’ascolto di sé e dei suoi bisogni, si confronta con lei e scambia informazioni riguardo il maternage; conosce la pratica biologica dell’allattamento al seno e può aiutare la madre in questo, e qualora si mostri necessario, anche in collaborazione con l’Ostetrica e/o la Consulente per l’allattamento; si occupa inoltre della neo mamma rispetto necessità fisiche concrete, del neonato, e quando richiesto, in parte anche di altri bambini piccoli, della casa, della cucina.

La Coun&Doula   ha le stesse competenze   e dispone in modo approfondito di strumenti relazionali  e di comunicazione che attingono anche al campo del Counseling  e della relazione di aiuto, a cui fare riferimento nelle situazioni di disagio. E’ in grado di individuare eventuali elementi che lascino intravedere situazioni borderline e di depressione post partum che richiedono l’intervento di un aiuto specialistico. In questo caso essa diviene il tramite per l’invio al servizio di competenza. Doula e Coun&Doula agiscono con l’intenzione di aumentare il sentimento di abilità e competenza della madre, facilitano le dinamiche familiari per favorire lo spazio e il tempo necessario al nuovo adattamento che la famiglia si trova ad affrontare con la nascita di un bambino. Entrambe inoltre aiutano nei vari compiti di cura: della casa, del bambino, della madre; ad esclusione delle cure che solo un’Ostetrica può somministrare alla puerpera e al bambino.

Doula e Coun&Doula sono in rete con tutte le figure professionali attive nel campo della nascita e della maternità e sono, per la famiglia, una fonte di utili informazioni riguardo le figure professionali che possono essere di riferimento per la madre e per la coppia in questo percorso di vita.

Quali caratteristiche devono  avere una “buona” Doula e/o  Coun&doula? La Doula è spesso una donna con esperienza personale di maternità e/o di accudimento e supportonell’ambito della maternità. Ha attitudine alla relazione, all’ascolto rispettoso, all’empatia, mentre aiuta e si prende cura. Per questo è in grado di offrire in modo efficace il sostengo alla donna e alla famiglia, quando richiesto. Essendo donna e/o madre è portatrice di una esperienza personale e trasmessa che la rende competente nell’accompagnare e supportare altre donne durante il parto, ( affiancando il marito/compagno, o come speciale alternativa, in quei casi in cui egli non possa essere presente), nel periodo della gravidanza, e dopo la nascita di un bambino. La Doula e la Coun&dola possono essere percepite come delle confidenti, amiche particolari, donne in grado di trasmettere fiducia e rinforzo e qualche volta come delle compagne di viaggio. Nel caso in cui la Doula o la Coun&doula non abbiano figli, il loro sentire femminile, l’attitudine al senso profondo della cura e le competenze acquisite, le dispongono positivamente per questi compiti. Queste figure rivestono tutte quelle caratteristiche e valenze femminili che durante la gravidanza e la maternità  sono in grado di “nutrire” la donna, accudendola come una figlia, così che la nuova mamma possa creare in sé un “ambiente” ancor più ricco, in grado di trasferire tale nutrimento al nuovo nato.

La Coun&doula, rispetto la Doula, è una figura totalmente nuova. Mentre la Doula è una realtà già in parte conosciuta e radicata, la figura della Coun&doula è una novità. Il percorso formativo della Coun&doula risente più marcatamente dei contenuti del Counselling e delle modalità d’espressione fenomenologiche, rogersiane e gestaltiche, dosate fra loro. Oltre ad affrontare gli argomenti base del percorso della Doula, approfondisce  la conoscenza/competenza rispetto i temi della genitorialità efficace, dei processi di sviluppo dell’attaccamento, delle fasi proprie di crescita del bambino e nel riconoscimento delle diverse problematiche legate alle tappe evolutive di crescita dell’individuo. La Coun&Doula inoltre avrà un equipaggiamento maggiore di competenze sul versante psicologico, soprattutto riferito all’aspetto del disagio, che le consente di muoversi nelle risposte di base ad esso, ed essere in grado di fare segnalazioni al Counsellor il quale potrà operare, se necessario, un eventuale invio ad altro professionista della salute. Queste figure accompagnatorie incidono positivamente sul benessere della neo madre anche in merito alla prevenzione al disagio Il supporto da parte di una Doula alla donna in gravidanza produce effetti positivi sia sul parto, (riduce l’incidenza di parti cesarei, può ridurre la durata del travaglio, riduce le richieste di epidurali ed analgesica) che sul senso di efficacia e  fiducia che i genitori sviluppano rispetto la personale capacità di cura e di accudimento verso il proprio bambino. La presenza di una Doula, o di una Coun&doula può contribuire a ridurre l’incidenza di disturbi dell’umore dopo il parto e, presumibilmente, la comparsa di alcune forme depressive del post parto.

Quindi sarà una scuola con contenuti ed espressioni particolari: che cosa insegnerà? Con quali criteri e modi

funzionerà?

La scuola per Coun & Doule si propone di preparare in modo approfondito e specifico figure di riferimento competenti relativamente l’accompagnamento delle neo madri, nel periodo che va dalla gravidanza all’anno di età del bambino. Competente in quelle aree che afferiscono al tema della maternità nei suoi aspetti fisici, emotivi, relazionali, cognitivi, psicologici e logistici. Questo equipaggiamento  particolare peculiare è frutto di  un’approfondita ricerca da parte di un comitato scientifico che ha definito il programma di studi attingendo alle conoscenze e ai saperi multidisciplinari che afferiscono al mondo della maternità, della genitorialità e delle professioni di aiuto.  una miscela sapiente di ingredienti mutuati dadiverse discipline. Per come esempio, la parte relativa alla genitorialità, alla comunicazione, all’emergenza, al riconoscimento delle situazioni di disagio e/o disturbo ecc, è curata  oltre che  dalla cofondatrice della scuola, Antonella Zecchi, che è una Counsellor di professione, e da altri docenti specializzati in Counselling Gestaltico. Il ruolo e le abilità delle Doule e Coun&doule si esprimono in tal modo in abilità relazionali multiple, quali: accoglienza, contenimento, ascolto, comunicazione, unitamente a competenze più propriamente specifiche quali la conoscenza dei comportamenti, dei bisogni e delle possibili reazioni della donna durante la gravidanza, il parto e il dopo parto, degli aspetti bio-psicologici dei momenti legati a tale evento; della conoscenza delle diverse forme depressive e sue manifestazioni, dell’importanza del legame e della relazione fra la madre e il bambino nei primi mesi di vita di esso e nella relazione fra i membri della famiglia. Un ruolo importante e ricorrente, per esempio, nei contenuti del percorso scolastico formativo, lo avrà il concetto di “attaccamento”, inteso nei suoi significati bio-psicologi, instaurantesi mediante il contatto pelle a pelle .

Il percorso formativo avrà inizio nel mese di Settembre e si rivolge a tutte le donne: mamme giovani e meno giovani, professioniste di ogni ambito e categoria che sentono di essere o poter essere Doule o Coun&doule e desiderano approfondire un percorso teorico esperienziale per offrire aiuto ad altre mamme. La Scuola prevede un primo percorso comune per la formazione di base della Doula e della Coun&Doula che consiste in 9 moduli formativi; un percorso personalizzato di lavoro su di sé, e un tirocinio, per minimo 160 ore. Un secondo percorso di approfondimento di 9+5 moduli è previsto per la figura della Coun&doula per il conseguimento della formazione avanzata; anche per lei un lavoro personale su di sé e un tirocinio, per un totale minimo di 250 ore.

Per accedere alla formazione è necessario un colloquio conoscitivo preliminare con le  docenti direttrici della scuola. Il percorso formativo si svolgerà presso e in collaborazione con la Casa delle Culture in Via Wiligelmo 80 a Modena. Per informazioni e per ricevere il programma completo:

infoscuolacounedoule@gmail.com  –  oppure  http://nuovanascita.jimdo.com/nasce-a-modena-la-scuoladelle-doule-e-coun-doule/

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Moda mare estate 2013

Il 15 del mese piu’ caldo (non qui) e vacanziero dell’anno é passato e molti (soprattutto molte) possono tirare un sospiro di sollievo slacciando di qualche buco la cintura tirata a manetta il 1 di giugno: basta pane, basta pasta, vade retro zucchero e sale, non parliamo poi di tutto quello che é diversivo come caramelle, spezzafame ecc. Panza in dentro, fiato preso e guai a lasciarsi andare, il bottone potrebbe finire alla velocita’ stellare dritto nel deretano del vicino di ombrellone. Tanti corpi impettiti che arrivano in spiaggia con vestiti succinti, minimi, sottovuoto. Delle mute da subacqueo leggere, traspiranti, ma strette come non mai.

Approcciano il bagnino gesticolando per farsi capire decentemente, il poveretto convinto e persuaso del fatto di aver difronte uno straniero si fa in otto per offrire un servizio impeccabile, degno dell’ospitalita’ romagnola.

La bagnante tutte impettita di accomoda vicino il suo posto riservato, appoggia la borsa quattro stagioni piena di gallette di riso , philadelphia extra super light sgrassato e qualche carota scondita. Uno sguardo di paura, terrore puro.

A woman walks on the beach at Coney Island past an AH-1 Cobra helicopter in New York May 21, 2009

“E mo’ come me siedo teso’?” chiede con voce stridula al compagno che da buon italiano medio é gia’ spaparanzato sullo sdraio con paglia accesa e penzolante e corriere dello sport a cinque centimetri dagli occhi. Nemmeno risponde, non la calcola proprio infatti un particolare importante sono le cuffie nelle orecchie gia’ dalle sei di mattina con le quali si ascolta tutte le partite del campionato di calcio dell’anno in differita.

“Scussi? N’é che me puo’ aiuta’ con la sdraia eh?”

Ritorna il bagnino con il bicipide arso dal sole

“Ma certo sCignora! Mo ci penso io Zio Bonino! Mo alora siete italiani, dicetemelo prima la prossima volta!”

E tric e trac in due secondi tira su lo schienale abbassa la parte finale e stende anche il telo mare dei mondiali in Brasile.

La dama con capello bianco a tesa larga appoggia la valigia che immediatamente con suo dolce peso finisce all’emisfero opposto creando una voragine, tutta d’un pezzo alza un’anca leggermente rispetto l’altra, quel che basta per potersi sbilanciare gettandosi poi con un Fosbury sotto il sole.

No, non funziona. Ritenta.

Si allontana quel tanto che basta, fa un giro attorno l’ombrellone per accumulare la giusta inerzia, parte con il piede giusto, stacco vincenteeeee….no, non funziona.

Nel frattempo i figghi hanno scavato buche grosse come na falesia, hanno immobilizzato na vecchia in dormiveglia con l’intento di seppellirla via.

“Tesoriii, né che je dovete accorcia’ l’agonia eh? Statevene bboni mentre mamma se ripija n’pochetto su'”

Sbuffano annoiati e si dirigono verso l’unico oggetto da sgamare a tiro d’occhio, il moscone rosso del bagnino!

Mamma spallucciando decide di prendere la situazione in mano e ormai conscia del fatto che senza cavarsi la muta non potra’ mai sedersi tenta un amaraggio di emergenza

“Amo’, aiutame n’po”

“Che devo fa’”

“Abbassame i fuseaux che con sto carlo son tutta frascicata de sotto e me fanno grip ae cosce”

“te devo cava’ a guaina?”

E li la magia (where?) si interrompe definitivamente, tolte le ganasce alla trippa tutto straborda e finalmente la diva puo’ tirare fiato.

Orsu’ dunque, perché questo spupplizio infame per apparire?

Non é che se sei bella de fori e poi quando apri pocca fai usci’ sorci sei piu’ interessante eh?

E quante ce ne sono, da giugno ed agosto con le costolo in tiro e l’ombelico intanato chissa’ dove, ma suvvia, siate voi stesse perlamiseria! Ebbasta con sti stereotipi da acciuga o sardina svestita e inscatolata sottovuoto a spingere. suvvia, siamo seri!

Piuttosto: qualcuno mi sa dire perché io mangio, mangio, mangio, e non calo mai?

 

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Sbaciucchi

Con cotanta madre….

La prima domanda che tutti quanti sembrano porsi appena varchi con il dito alluce la porta della sala parto é: ma a chi somiglia?

No guarda, ma lo sai che io nemmeno sono riuscita a capire cos’é successo? Ho partorito, spinto da matti, sono stata in estasi ore a fissarla ma mica te lo so dire.

“Ah, si é tutta il padre” “Ma no tesoro, dice lo suocero alla moglie, somiglia a te!”

No beh, ma ci manca anche solo questa! Cioé dico, l’incubo notturno di vedere la suocera nella figlia, con tutto il buon cuore del mondo, ma se anche cerchi disperatamente un briciolo di buon cuore dentro te e mi fai pervenire un piccione viaggiatore che mi sussurra all’orecchio “tua figlia é bellissima e con cotanta madre non poteva essere che cosi” mi fare piacere sai? Ecchecavolo!

Neanche riesci a capire che ore sono, hai sola la voglia di un paninazzo di quelli a cinque strati imbottito di salamen (bleah) e prosciutto crudo che gia’ senti la voce stridula della suocera che ti aspetta telefonando alle amiche : co co deee, co co co deee ecc ecc cose che manco capiscono loro, dette sempre in gallinaceo stretto. Senti il profumo di canfora che ha negli armadi di casa e che hai debellato totalmente dagli abiti di tuo marito solo due anni di convivenza, passare e infilarsi sotto la porta a spinta che ti separa dal corridoio dove Crudelia attende.

MMMMMMMMMMMMM, friggi di gioia, quasi quasi chiedi un cesareo d’ugenza, ma ti tocca uscire.

“Tesoroooooooo della nonna”

Eh no eh? Vacci pur pianino, se permetti sarebbe poi della mamma.

“Sei proprio bellaaaaaa, tutta papa’!”

Aridaje

Meglio tergiversare

“Ohhh che fame, tesoro, puoi portarmi qualcosa da mangiare?”

Senti uno sguardo pesante come il piombo arrivarti fra capo e collo come una manganellata, é lei, la terribile, che gia’ ti guarda indignata e con l’aria di chi ti vuol far sentire la peggior madre del mondo. Proprio lei che invece si era dimenticata di come si tengono in braccio le taglie mini, di come di coccolano e di come si cambia un pannolino.

Non vedi l’ora di beccarla in fallo, sul luogo del misfatto magari con il naso arricciato dalla puzza di una bella sgommata fresca fresca e un pannolino messo al contrario davanti.

Uh, e allora si, che potro’ dire “Bimbo mio, fortuna che tuo padre non somiglia a tua nonna!”

 

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Tanto prima o poi ce tocca (ma anche no)

Chissa’ perché quando c’é di mezzo una donna con il seno scoperto le teste iniziano a ruotare, vorticosamente, freneticamente, senza motivo, ragione o senso che sia.

Tanti sguardi incrociati che sbirciano di qua e di la. Un topless da paura in riva al mare fa aizzare bollenti spiriti ormai assopiti o bruciare di invidia coetanee meno dotate, o piu’ pudiche. Passeggiano fra gli ombrelloni qua e la senza dare poi troppo nell’occhio, un filo interdentale fra le chiappe che non lascia neanche spazio all’immaginazione dato che piu’ scoperto di cosi’ é impossibile risucire a fare.

Eppure, quelle che tutti quanti ormai chiamano tette o zinne o pere o poppe che siano restano talvolta praticamente inosservate. Ormai pubblicita’, film, giornali e media trasmettono capezzoli come se piovessero e mettono in bella mostra le grazie femminili svendendo il senso del pudore con ogni tre per due.

Quasi un certo senso di imbarazzo aleggia fra chi guarda e si sente sfiorato pesantemente da immagini e messaggi discriminatori, classificatori e sicuramente molto molto troppo espliciti. Ma anche qui ci si fa l’abitudine. I primi tempi per me, antidiluviana, in cui andava in scena il Bagaglino, bisognava aver a portata di mano libri e cuscini per tappare gli occhi a noi piccini dopo le pose osé della Valeriona nazionale che mostrava chili e chili di carne ballonzolante senza alcunché di ritegno. Ma anche a questo ci si fa l’abitudine.

Quello che invece non sembra mai passar di moda é il leggero e punzecchiante fastidio da parte di chi non ricorda forse di essere stato piccino lui stesso ed attaccato al seno della madre.

Scene apocalittiche, madri che sono costrette a spostarsi dal tavolino del bar perche’ scoprono un centimetro di pelle e nutrono il figlioletto affamato, altre che vengono fatte sloggiare dal bordo piscina al prato per allattare, per non parlare poi di chi cortesemente viene invitata a rivestirsi (prego?) e allontanarsi.

Un sacco di balle, frottole e scuse per giustifcarsi: non é consono al luogo, non a tutti i presenti puo’ risultare un gesto indifferente, non é igienico, non non non. Un rituale al quale spesso gli opertatori sono obbligati ad attenersi per un’ignoranza del codice etico o ancor di piu’ delle normali leggi naturali. Un codice non scritto magari ma molto molto sottile che di certo non vieta ad un piccolo di nutrirsi dell’alimento di cui ha piu’ bisogno al mondo.
Jade, diventata madre dopo una mastectomia totale ha scelto di allattare il proprio figlio porgendo il biberon a seno scoperto dicendo che questo la faceva sentire piu’ vicina a suo figlio. commenti vari ed eventuali, situazioni molto imbarazzanti ed emozioni non pervenute da un pubblico troppo spesso gretto ed ignorante.

Si ricerca con il lanternino un bricioli di malizia anche dove in realta’ non se ne puo’ trovare nemmeno un briciolo. “Sono scene provocanti” Ma de che? Ci siamo che in questi casi il problema non é mica di chi agisce, ma di chi guarda??

Tutti di prodigano per la liberta’ di diritti vari ed eventuali, per i matrimoni misti, per le unioni di fatto per tanti tanti altri accenni all’evoluzione sociale buoni e giusti. Ce ne fossero. Eppure un tabu’ cosi’ semplice da rivedere sembra proprio un osso duro. Boh, ma a me sembra cosi’ lineare come cosa, molto semplice, diretta, pulita, e soprattuto lontana dall’essere annoverata nella lista dei gesti non casti e di disturbo pubblico.

Auguro una sportina di cavoli propri a tanti, piu’ pressione arteriosa decente per tutti e meno calcoli e gastriti a  molti. Eppoi per quanto mi riguarda: buona settimana dell’allattamento a tutte.

ps: se proprio vogliamo farci una chiacchieratina a proposito di tette parliamo delle ottantenni in spiaggia con orecchie de cocker a striscia’ la sabbia?

ok, basta cosi’, tanto prima o poi ce tocca (ma anche no)

BACIallattamento

CODEINA. Ritirati dal mercato alcuni medicinali per bambini che la contengono

E’ considerato un antidolorifico, é di origine oppiacea e di solito viene somministrato ai bambini dopo interventi chirurgici come l’asportazione delle tonsille.

La CODEINA é pero’ presente anche in alcuni farmaci.

E’ considerata PERICOLOSA;

ecco come si esprimeva l’FDA (Agenzia Italiana del Farmaco) alla fine di marzo 2013.

I bambini a cui è stata somministrata codeina per alleviare il dolore dopo un intervento chirurgico per rimuovere le tonsille o le adenoidi sono a rischio di overdose e di morte, secondo la Food and Drug Administration, che ha annunciato l’aggiunta di un nuovo “boxed warning” alle etichette di prodotti contenenti codeina per avvertire di questo pericolo.

La FDA ha espresso una raccomandazione contraria all’uso di codeina per gestire il dolore nei bambini a seguito di un intervento chirurgico per rimuovere le tonsille o adenoidi e suggerisce che i medici usino un metodo alternativo di sollievo del dolore. L’agenzia ha anche affermato che i genitori e gli operatori sanitari debbano essere consapevoli dei rischi e chiedere una medicina del dolore diversa se ai figli viene prescritta la codeina dopo la rimozione di tonsille o adenoidi.

La codeina è un farmaco oppiaceo (narcotico) usato per trattare dolore da lieve a moderato ed è spesso prescritto a bambini in seguito alle operazioni citate in precedenza. Tuttavia, alcuni bambini sono morti a seguito della somministrazione di codeina nel range di dosaggio raccomandato.

Nel mese di agosto 2012, la FDA ha avvertito del pericolo nei bambini che sono ” metabolizzatori ultra-rapidi” di codeina, il che significa che il loro fegato converte la codeina in morfina in quantità maggiore di quella normale. Alti livelli di morfina possono causare problemi respiratori potenzialmente fatali.

Da allora, una revisione di sicurezza da parte della FDA ha individuato 10 morti e tre overdose associati a codeina che si sono verificati tra i bambini negli Stati Uniti tra il 1969 e il maggio 2012. Molti di questi bambini si stavano recuperando da un intervento chirurgico per rimuovere le tonsille o adenoidi.

Tutti i bambini di età compresa tra 21 mesi a 9 anni di età, hanno ricevuto dosi di codeina entro il range di dosaggio normale. I segnali di una overdose di morfina si sono sviluppati uno o due giorni dopo che i bambini hanno cominciato ad assumere la codeina, ha comunicato l’FDA.

Codeina è disponibile dietro prescrizione medica sola o in combinazione con paracetamolo e aspirina, e in alcuni farmaci per la tosse e il raffreddore.

Quando prescritta per il trattamento del dolore, la codeina non deve essere somministrata ad orari fissi, ma solo quando un bambino ha bisogno di sollievo dal dolore. Non dovrebbero mai ricevere più di sei dosi in un giorno, hanno aggiunto gli esperti dell’FDA.
I bambini che ricevono la codeina per il dolore devono essere attentamente monitorati alla ricerca di segni di overdose di morfina. Questi includono: sonnolenza inusuale, come difficoltà a svegliarsi, confusione e disorientamento, problemi di respirazione, e azzurro sulle labbra o intorno alla bocca.

I genitori e gli operatori sanitari che notano segni dovrebbero smettere di dare codeina e immediatamente portare il bambino al pronto soccorso o chiamare i soccorsi sanitari, ha dichiarato il Dr. Bob Rappaport, direttore della divisione di anestesia, analgesia e prodotti da addizione presso il Center for Drug Evaluation and Research dell’FDA.

ecco il link di riferimento ufficiale

Questo pero’ é un comunicato di oggi:

COMUNICAZIONE URGENTE – Comunicazione relativa a divieto di utilizzo al di sotto dei 12 anni di età per i medicinali antidolorifici contenenti codeina e ritiro delle confezioni ad esclusivo uso in bambini al di sotto dei 12 anni.

 

L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha disposto, con decorrenza immediata, il ritiro delle seguenti confezioni di medicinali antidolorifici contenenti codeina ad esclusivo uso nei bambini al di sotto dei 12 anni:

 

TACHIDOL “Bambini 125 mg/5ml + 7,5 mg/5ml Sciroppo” – flacone da 120 ml

TACHIDOL “Bambini 125 mg/7,5 mg Granulato effervescente” – 10 bustine

LONARID “Bambini 200 mg + 5 mg Supposte” 6 supposte

PARACETAMOLO + CODEINA ANGENERICO “125 mg + 7,5 mg Granulato effervescente” 10 bustine

PARACETAMOLO + CODEINA ANGENERICO ”2,5 g + 0,150 g Sciroppo” flacone da 120 ml

 

Si chiede di verificare con urgenza le giacenze di reparto relative a TACHIDOL “Bambini 125 mg/5ml + 7,5 mg/5ml Sciroppo” – flacone da 120 ml; LONARID “Bambini 200 mg + 5 mg Supposte” 6 supposte e di rendere alla Farmacia tutti i lotti.

 

Si precisa inoltre che AIFA ha, altresì, disposto il divieto di utilizzo nei bambini al di sotto di 12 anni di tutti i medicinali antidolorifici contenenti codeina da sola o in associazione, con autorizzazione all’uso negli adulti.

Si ricorda, inoltre, che tali medicinali oltre a non dover essere usati in bambini al di sotto dei 12 anni di età; non devono essere usati in tutti i pazienti pediatrici (0-18 anni di età) che si sottopongono a interventi di tonsillectomia e/o adenoidectomia per la sindrome da apnea ostruttiva del sonno; non devono essere usati in pazienti, bambini e adulti, noti per essere metabolizzatori CYP2D6 ultra-rapidi; non devono essere usati in donne che allattano (perchè la codeina può passare al neonato attraverso il latte materno); non sono raccomandati in bambini, di età tra i 12 e i 18 anni, con compromissione della funzionalità respiratoria; devono essere usati alla dose minima efficace per il più breve periodo di tempo.

 

Si resta in attesa comunque di riscontro di avvenuta verifica.

Dunque la codeina non deve essere assunta da madri che allattano e bambini.

MEGLIO DIFFIDARE e soprattutto rivolgersi ad un medico nel caso abbiate queste medicine in casa, potete sostituirle con qualcos’altro.

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Nascere in casa si puo’: 6 giugno festa internazionale del parto a domicilio

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La festa internazionale del parto a domicilio é arrivata.

Riporto direttamente un’articolo scritto da Silvia Mori, ostetrica operante nel modenese.

Nell’immaginario collettivo il parto in casa è tuttora considerata una pratica alternativa e irresponsabile, mentre l’ospedale viene visto come l’unico luogo in grado di garantire sicurezza.

Quando si parla di parto in casa, infatti, la domanda più frequente è : «ma è sicuro?». Da vari studi, risulta che la nascita a domicilio pianificata e assistita da un’ostetrica risponde ai criteri di sicurezza standard e che eventuali esiti negativi sono paragonabili a quelli in ospedale.

Da un punto di vista relazionale e scientifico  sono stati stabiliti alcuni punti fermi riguardo al parto in casa:

–          per una donna a basso rischio è sicuro quanto quello in ospedale;

–          le donne che partoriscono a casa sono generalmente più soddisfatte dell’esperienza e dell’assistenza;

–          questa pratica ricolloca la nascita nel suo ambiente biosociale e restituisce alla triade (madre, padre e bambino) la possibilità di scelta  e il loro pieno protagonismo in questa esperienza;

–          offre alle donne e i loro bambini la tutela dei loro tempi e dei ritmi personali;

–          offre un ambiente intimo e protetto senza interventi farmacologici o strumentali, ad eccezione delle emergenze;

–          la possibilità di essere seguita dalla stessa figura professionale dalla gravidanza fin dopo il parto.

Inoltre, l’assistenza del parto a domicilio prevede un approccio globale alla maternità all’interno del quale la donna viene messa al centro del processo , come figura competente, in grado di partorire, gestire il dolore, accogliere il bambino, potersi esprimere e scoprire in se le proprie potenzialità.

In questo quadro, l’ostetrica ha il ruolo di accompagnare la coppia, proteggere il momento del parto e intervenire con le sue competenze tecniche in caso di necessità. Il tipo di assistenza offerta è quella basata sulla continuità attraverso la gravidanza, il parto e il puerperio e sull’instaurasi di una relazione di conoscenza reciproca tra l’operatore e la donna su cui si basa la corretta valutazione clinica e la condivisione delle responsabilità.

In Emilia Romagna la nascita a domicilio è tutelata dalla legge regionale n.26/1998 che stabilisce le norme per il parto nelle strutture ospedaliere, nelle case di maternità e a domicilio. La regione Emilia Romagna, inoltre, favorisce la libertà di scelta da parte della coppia riguardo al luogo del parto  garantendo un rimborso per le spese di assistenza.

Nella realtà di Modena, come in molte altre realtà, esistono ostetriche libere professioniste che hanno scelto di accompagnare le donne in questo percorso e che mettono il loro saper fare e saper essere a disposizione della coppia, cercando di venire incontro alle esigenze delle singole famiglie, anche in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo oggi in Italia.

Domani, 6 giugno è la festa Internazionale del parto in casa, per questo a Sassuolo presso il centro per le Famiglie alle 18.30 verrà proiettato il film documentario “Nascita…non disturbare”  al quale seguirà un dibattito accompagnato da un aperitivo. Durante la serata sarà presente  un’esposizione di foto riguardanti la maternità. Vi aspettiamo!

 

 

BIBLIOGRAFIA:

“Parto e nascita senza violenza” di L.Braibanti – Red edizioni.

“Il parto in casa, istruzioni per l’uso” di E.Malvagna – Red edizioni.

“Sono qui con te” di E.Balsamo – edizioni Il leone verde.

“Nascere nell’era della plastica” di M.Odent – Terra Nuova edizioni.

Rivista D&D n°65, giugno 2009 “Il parto a domicilio oggi” – Scuola Elementale di Arte Ostetrica.

 

Sicuramente domani saranno tantissime le associazioni che proporranno iniziative volte e sensibilizzare il parto in casa, niente di piu’ bello che accogliere i propri figli sentendosi a proprio agio. Consiglio a tutti di cercare, di informarsi, di fare domande e cercare di raggiugnere quello che si sogna, non fermativi ad accogliere ed abbracciare qualcosa che non sentite vostro come modalita’ e tempi, le donne possono riprendere in mano la nascita.

Un’associazione che promuove iniziative in merito é l’associazione  é nel mio paese natio, Modena.

www.nascereamodena.it

tel di riferimento Ostetrica Chiara Serafini 366.3174467

 

Taglio cesareo evitabile

Sono frequenti i casi di speculazione e di truffa e la maternita’ viene spesso presa di mira.

Ma come?

Per esempio agendo su una donna e una coppia nel momento di delicatezza piu’ incredibile del loro percorso umano.

Una motivazione futile, “il bambino si é messo in una posizione non adeguata” e si agisce.

Ma come, se fino a ieri era perfettamente cefalico, tutto procedeva bene.

Proprio oggi dobbiamo agire cosi’ repentinamente?

Proprio oggi si deve essere cosi’ interventisti? Non esistono altri modi per aiutare il piccolo a riposizionarsi (nel caso in cui avesse acquisito una posizione non cefalica), o ancora peggio: si puo’ smettere di giocare sulle emozioni  e stati d’animo altrui per fare soldi?

Buona lettura

cesareo non necessario

 

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L’episiotomia non va fatta!

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Un video che riassume molte piu’ parole di quelle che si possano leggere sui libri o volantini informativi.

Una donna che sente di aver subito violenza, un’altra che solo dopo cinque anni sente di poter riprendere in mano la sua vita totalmente, un’altra ancora che si sente ferita non solo nella parte piu’ sensibile di se’ ma anche nell’anima.

I primari intervistati, (che porca miseria, ci fosse una e dico una donna eh?!, ecco perche’ ammettono con cosi’ tanta spavalderia i numeri effettivi!) sembrano non capire veramente la gravita’ e le possibili conseguenze di un parto medicalizzato che loro definiscono “naturale”, e pensare che sono pure dei primari! 😉

L’episiotomia é un compromesso come viene definita? Ora, per far nascere mio figlio con chi devo scendere a patti? Devo forse vendere l’anima a qualcuno?

L’episiotomia é sicuramente un modo per evitare che in eta’ adulta la donna possa presentare un prolasso. Chi? Dove? Quando? E’ provato che l’episiotomia NON previene alcun prolasso ne’ della vescica ne’ dell’utero in quanto praticata verso la fasa espulsiva del parto, quindi se tanto mi da tanto, la donna ha gia’ iniziato la fase ultima con spinte proprie (si spera).

Insomma, un bel melange di testimonianze che fanno aprire un pochino gli occhi a riguardo.

Buona visione

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/05/06/news/mamme_in_italia_sala_parto-58167160/?inchiesta=%2Fit%2Frepubblica%2Frep-it%2F2013%2F05%2F06%2Fnews%2Fnon_un_paese_per_mamme-58177460%2F

Un parto piacevole puo’ essere realta’, non solo nei sogni. E non é questo!

Questa volta lo premetto, questo post é rivolto a tutte le donne, madri e non, e a tutti gli uomini che nella vita hanno o avranno a che fare con la nascita di un figlio e con la loro RInascita a genitori.  Ma questa volta sappiate che il contenuto delle immagini che ho scelto e deciso di aggiungere al post saranno molto veritiere, molto dirette.

Naturale? Cosa c’e’ di naturale in tutto questo?  Questo pezzo di video riporta un parto subito, un parto sopportato, un parto che tutto ha tranne la naturalezza, una nascita meccanizzata, strumentalizzata ed aggressiva.

Purtroppo in alcune strutture ospedaliere, ancora oggi, le donne non hanno possibilita’ di scegliere, non possono essere libere di concedrsi il tempo di godersi il parto, questo bel passaggio da donna a madre.

Si parla di violenza sulle donne, questa dove la si colloca? Io personalmente la inserisco nella lista. Un evento che non ha niente a che vedere con la velocita’, con l’indifferenza e con la strumentalizzazione viene spesso manipolato in modo ingiusto ed invasivo lasciando un ricordo triste, sofferente ed indelebile nella mente e nel cuore. Gli strascichi ovviamente saranno evidenti e le possibilita’ di complicazioni piu’ accentuate.

Mi piacerebbe sapere, se l’operatore in questione sia uomo o donna, ma forse potrei immaginare, e nel caso, se fosse madre o padre. Trovo freddo e distaccato anche il contatto che il medico ha con il bambino, preso, tirato per il collo letteralmente e appeso per i piedi, mi sembra giusto eh?

Mai sentito parlare di secondamento o nascita della placenta? Credo di no.

E’ triste e spiacevole vedere come in cosi’ poco tempo possa essere distrutta la poesia dei nove mesi di attesa, di scambio emozionale e di aspettative idilliache. Vero, se ci fossero complicazioni nessuno starebbe con le mani in mano a pettinare le manguste (cit.) ma di certo si cercherebbe di trovare il modo e la maniera migliore per non traumatizzare una situazione che ci si dovrebbe GODERE!

Una famiglia in divenire puo’ godersi il momento del parto, ce lo si puo’ assaporare minuto dopo minuto e contrazione dopo contrazione, il tempo magari sembrera’ andare lentissimo, non procedere, ma da quando in qua la natura é Spidy Gonzales? Solo in situazioni molto particolari ed anomale, sporadiche ed eccezionali.

Penso che ogni mamma dovrebbe riappropiarsi dell’autostima che é facile farsi sfilare da sotto il naso da incompetenti ed ancor prima di mettersi tra le grinfie del lupo meditare su cosa realmente si vorrebbe vivere. Le possibilita’ sono tante, e giorno dopo giorno l’informazione fa passi da gigante per comunicare in ogni dove che una scelta consapevole non é un voler andare controcorrente ma un prendere coscienza del proprio essere e realizzare un desiderio. Il desiderio di una nascita belle, estatica, piacevole, rispettata, naturale, dolce, lenta, amorevole sono possono essere realta’, e non solo in sogno!

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Il video termina passando una scritta che dice “cosi’ soffre una madre per darti il regalo piu’ bello, la vita”. Non condivido pienamente, in questo caso la madre ha sofferto, vero, troppo, questo video é una barbaria. Ma questa non é e non deve essere la regola! Questo non deve essere la maniera di approcciarsi ad un parto né da parte degli operatori che gestiscono il corpo come fosse plastilina (epidurale o meno che sia) e né della madre che sicuramente timorosa e sfiduciata non potrebbe averne un buon ricordo, e dopo tutto, come darle torto!

 

Cacchio, nascere é uan festa, é una gioia, un evento stupendo, ti senti una super eroina, ti senti su di giri e tocchi il cielo con un dito, te lo devi poter godere, te lo puoi godere e te lo godrai. Chiedi il rispetto di non essere toccata, a quello ci pensera’ tuo figlio

Birth Day, il giorno della nascita, un inizio felice

Ho trovato e condiviso sul social network facebook un video molto intenso, molto intimo che io personalmente ho visto come estremamente privato, ma credo che chi lo ha pubblicato, lo ha fatto con un fine ed un intento preciso: diffondere la certezza di una possiblita’ che ci viene data gratuitamente.

Un momento importante come la nascita, se naturale e fisiogica non si pianifica ma si ascolta, si capta. Una sensazione aleggia, una notte passata a riflettere e poi d’un tratto un messaggio chiaro, letto e riletto che pero’ questa volta si vive. Sembra neppur vero eppure lo é.

Ma come per le grandi feste anche la nascita ha diritto di essere accolta con gioia. Pensiamo al giorno del matrimonio, lunghi preparativi, particolari minuziosi, pensieri infiniti. Il primo benvenuto  di un figlio deve essere di certo memorabile! Modalita’ a parte credo che sia la partecipazione famigliare di coppia, emotiva e fisica che possa fare la differenza. Una differenza sostanziale, atavica e primordiale. Alcune donne si sentono piene di magia e straordinariamente attive. La nascita in alcuni casi diventa un vero e proprio atto d’amore in stretta connessione con il momento del concepimento che gli sposi o la coppia vive in intimita’ preparandosi al grande momento con il dovuto tempo e rispetto, come ogni festa che si rispetti!

Ho trovato navigando in rete questo video che reputo meraviglioso, un racconto di una nascita particolare sicuramente, intima ma coinvolgente a livello famigliare. Ne consiglio la visione se non altro per riempirsi di consapevolezza: scegliere é possibile.

 

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Le cose fatte con gioia sono quelle che riescono meglio

Le cose fatte con gioia sono quelle che riescono meglio, la frustrazione logora e non porta a nulla. Quindi se siamo felici, serene, consapevoli del dono ricevuto e sorridenti nel portarlo avanti ogni giorno con tutte le fatiche del caso perche’ ancora, dopo anni, il nostro non puo’ essere considerato IL lavoro per eccellenza?

La mamma ha forse un incarico poco importante? Non socialmente utile? Di impegno minimo? C’é forse bisogno di dover aggiungere aggettivi ridondanti e superflui alla parola gia’ ricca di ogni benevolenza e gratitudine che é “madre”?!

Ma ovvio, senza girarci troppo attorno, la societa’ di oggi non stima e non apprezza nemmeno un lavoro minuzioso, quotidiano, affettuoso e premuroso, una partecipazione costante ed in prima persona. Per essere utile devi produrre. Devi vestire i panni di quella che non sempre sei e armarti di buona lena anche quando non ne trovi un micron disponibile nemmeno nel reparto svendite, pero’ devi, per forza, perche’ se non produci, non vali niente.

Io credo che per il politico italiano medio (e non solo) una madre , e se quello che sto per dire non é vero mi affogo con l’ultimo pezzo di cocco che mi é rimasto mentre scrivo, sia alla pari di un nullafacente nel senso piu’ lato del termine: pancia all’aria, un pentolino sul fuoco e tabula rasa nel cervello dove anche il criceto in dotazione é stato comprato nel discount vicino.

Se vuoi godere di qualche straccio di rispetto agli occhi dell’intorno che con premura si preoccupa di mettere il naso nelle tue giornate gia’ belle piene devi farti in quattro, anzi in dodici, e ovviamente pagare.

Eh si, perche’ presentare al mondo dei figli maturi, rispettosi dell’altro, dell’intorno, educati e pronti per spiccare il volo autonomamente non vale niente. Niente.

Poi ovvio, tutti dopo a cercar con il lanternino il famoso “baciato dalla fortuna”, quello con la testa sulle spalle, l’unico capace di gestire situazioni complicate con integrita’ e pacatezza, con fermezza e nobilita’. Un dono sicuramente del cielo, ma che poi, dietro dietro, ci sia stato qualcuno che lo ha accompagnato? Io potrei scommetterci.

Ma anche qui, troppi ottusi incivili e spregiudicati, si spintonano alla fila del “butta anche tu il letame sulle casalinghe”. E’ questo il termine che tanto crea scalpore?

Che po, io casalinga nemmeno mi ci sento, io sono una donna e mamma fortunata numero uno, educatrice dei miei figli numero due e non mi fermerei al numero tre di certo. Casalinga where?

Ma la diplomata che sbaciucchia senza un briciolo di dignita’ un uomo potente che di nome fa Silvio e diventa ministro senza averne le facolta’ attitudinali e disciplinari deve sentirsi una ganza, eh si, lei si che é IN! si rINcretina!

Io se ne avessi facolta’, scriverei e parlerei a chi decide come gira la societa’ (trovarlo poi…) e gli direi che prima di tutto la scelta di diventare madre e di accogliere un dono non é un obbligo, non é che per forza tutte si deve avere figli. C’é chi accoglie un figlio e chi no. Inoltre sempre se potessi, vorrei tornare indietro nel tempo e chiedergli come mai il ruolo della mamma casaliga tanto screditato agli occhi dei potenti di oggi era invece di fondamentale importanza nelle prime ere storiche, dove le donne accudivano i figli ed erano detentrici della saggezza famigliare. Come gira adesso? Forse che la regola della lamentela vale sempre 100 punti e le cartucce sa sparare sono tante quante quelle di una mitragliatrice. Sicuramente se i cari intelligentoni (che poi sempre se potessi li vorrei sfidare ad un qualche test di logica) concedessero alle donne di poter allevare figli serenamente salvaguardando il posto di lavoro, la societa’ remerebbe controcorrente in maniera piu’ efficace, ed un’inversione di tendenza sarebbe una manna!

Se non altro aver la possibilita’ di decidere per il meglio, per quello che puo’ giovare alla persona e all’integrita’ del nucleo famigliare.

Pochi mesi per concederti al tuo domani, al figlio che hai messo al mondo volutamente e poi basta, devi produrre. In quei pochi mesi devi aver gettato le basi, tutto deve essere pronto, partenza via. Tutto fatto, devi produrre. Il figlio, d’altronde, l’hai prodotto, mica hai il tempo di allevarlo, non ti é concesso!

Ma se solo tutte potessero compiere serenamente una scelta di importanza vitale per il mondo di domani, io vorrei vivere ancora tra cent’anni, e scommetterei oggi, che lo sfacelo sarebbe acqua passata.

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Questo giusto per dire che se ogni donna potesse scegliere in prima persona, mettendoci anima e corpo, la finiremmo con pregiudizi anonimi, chi lavora é una che non c’é mai e chi non ha un mestiere retribuito deve passare per la Cenerentola della situazione. Io credo che di base ci debba essere il sorriso e che le scelte fatte con il mal di pancia non siano granche’.

Occorrono 70.000 cocciniglie per formare circa 500 gr di colorante E120

Occorrono 70.000 cocciniglie per formare circa 500 gr di colorante E120..il colorante rosso usato per alcuni gelati e torte…Sorpresi?
beh..questo è quello che mangiamo..
Voi cosa ne pensate?
10 punti a chi mi dice meglio la sua opinione
Forse lo si sapeva già o forse no, ma molti degli alimenti di largo consumo, fanno uso di coloranti di origine animale e non vegetale, infatti tra i vari coloranti l’E 120 é uno dei più costosi e tra i più richiesti, coloranti con variazioni rossastre prodotta dalla cocciniglie (cugina della coccinella)
L’estratto coccineale e’ estratto dalle uova dell’insetto Cocciniglia, che vive sui cactus del Peru’, delle Isole Canarie e altri luoghi.Il Carminio e’ un colorante più purificato fatto con le cocciniglie. In entrambi i casi la sostanza che fornisce il colore e’ l’acido carminico.Questi coloranti, che sono molto stabili, vengono usati in alcune caramelle rosse, rosa o viola, negli yogurt, nel Campari (no no ma fatevi pure l’aperitivo esagerato e di tendenza), gelati, bibite (tracannate pure litri e litri di robe rosse elettriche ) e altri cibi,  ma anche cosmetici e medicine.Questi coloranti hanno causato reazioni allergiche che vanno possono arrivare anche  a shock anafilattici quasi mortali.
Non si sa se esistano persone allergiche a queste sostanze, diciamo che lo si scopre vivendo (tipo roulette russa)La lavorazione: i delicati animaletti (ed i loro cugini che teniamo su un dito sentendoci fortunati) vengono allevati a dismisura e poi spesso uccisi (mica stanno ad attendere che invecchino, eh no eh?!)
L’E120 viene prodotto con l’estratto dalle carcasse

 

Nella sua forma solubile in acqua, è usata con “calcium carmine” nella produzione di bevande alcoliche , mentre la versione non solubile è utilizzata in una vasta gamma di prodotti.
Entrambe le forme assieme all’“ammonium carmine”, oltre che nelle bevande, viene usato nella preparazione di biscotti, dessert, diversi tipi di formaggi fondenti, farciture..salse e dolci.
Leggete le etichette delgli ingredienti, vi conviene, farete un favore a voi e a questi simpatici insetti.
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et voila’ la cocciniglia!

Torta soffice vegana alle mandorle

Un’altro dei miei esperimenti culinari che pero’, per fortuna, si aggiunge alla lista dei “meno male”!. Detta cosi’ sembra un pochino catastrofica ma devo dire  che non sempre il risultato é assicurato soprattutto in questo periodo in cui ho cambiato forno, devo prendere confidenza con il nuovo piccolino (che poi piccolino non é, potrebbe essere un buonissimo nascondiglio nelle gare di nascondino…giusto per dare l’idea di quanto é grande!).

Le varie voglie vanno in base a quello che so di avere a disposizione e in questo caso: un vaso pieno pieno di mandorle iper super bio raccolte il Italia. Non posso di certo lasciarle andare in malora! Inoltre amo le mandorle e il loro gusto leggero e non troppo dolce. Sono un frutto anche molto benefico, se mangiate per esempio a colazione aiutano a rallentare l’assorbimento dei carboidrati durante la giornate. Beh, brave mandorle!

Ma veniamo al dunque:

250 gr di mandorle pelate e tritate fini, per pelarle é utile metterle a bollire per circa cinque minuti. Prima di tritarle lasciatele seccare bene, almeno un giorno.

100 gr di latte di soia

300 gr farina

120 gr di zucchero di canna

mezzo bicchiere di olio di oliva

1 bustina di lievito per dolci meglio se naturale

Amalgamare tutti gli ingredienti secchi e piano piano aggiungere anche il latte di soia e l’olio. Il composto deve risultare omogeneo e corposo (il mio quasi non si staccava dal cucchiaio!), non liquido e non disomogeneo. Trovo sempre  molto pratico mescolare con il mixer velocemente per qualche minuto. In base a come risultera’ il vostro impasto regolatevi aggiungendo o meno altra farina o latte, le dosi di questi ingredienti dipendono infatti molto da quando sono secche le mandorle.

Ungere con olio una tegna (circa 20-24 cm, se ne scegliete una troppo piccola fatichera’  a cuocersi dentro) ed infornare con forno preriscaldato e venitilato a 180°.

Buona scorpacciata sana e golosa di mandorle!

ps: se accompagnate la torta con un pochino di fragole (e poi durante la festa della mamma) finirete per doverne prendere subito una seconda fetta!

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Disneyland Paris: una famiglia fantastica

Se ci sei gia’ stato non ci torni, é cosi’ grande il mondo per ritornare due volte nello stesso posto! Eh no, questo non vale se abiti nel raggio di due ore di strada da Disneyland Paris e se hai dei figli che rimangono con le bocche aperte e il naso all’insu’ per ore e ore!

Si sa, il battesimo del fuoco é sempre emozionante o meglio, la prima volta non si scorda mai ma le cosa da fare erano troppe e un piccolo hobbit della allegra compagnia era ancora piccolissimo. Ma dopo qualche mese (in cui di certo non ci siamo annoiati) abbiamo ritentato di varcare la porta magica, quella dentro la quale tu grandone con i piedi lunghi torni bambino e i bambini diventano cavalieri e principesse.

Un sogno che dura giornate intere, tutto a misura di fiaba, creato per sognare, artificiale si, ma ben fatto. Chi non conosce Dumbo? Ora, io ero rimansta alle classiche Biancaneve Cenerentola e Aurora ma mi sembra che in questi anni di crescita e di passaggio dalla giovane eta’ allo status di madre ne sia passata di acqua sotto i ponti! Son venute fuori come allegri funghi altre principesse dai capelli chilometrici e altre che parlano con ranocchi. I principi invece sono poverini sempre piu’ goffi e imbranati ma alla fin fine sempre allup….. ops… galantuomini. Il bacio finale resta sempre, cambiano i soggetti ma quello rimane di default. Beh si fa poi presto ad aggiornarsi su tutto, entri li e scopri miriadi di misteri favolosi.

Per il tempo che si rimane fra le mura di questo meraviglioso cartone animato fatto a realta’ ci si sente immersi in un mondo parallelo, in una dimensione straniera ma piacevole.

Bello é poter liberare i sogni e poterli toccare con mano. Bello é vivere da bambini con i bambini. Un salto all’indietro che non puo’ che far bene.

Per quanto riguarda la vita pratica: sostentamento, cambio ed accoglienza a non finire per i piccoli ospiti. Un servizio degno di un grande parco.

Abbiamo alloggiato all’hotel di Disneyland, che dire, una favola che continua anche di notte, anche mentre ti fai la doccia, all’ora della cena e della colazione la mattina dopo quando ti sei svegliato credendo di spegnere la classica sveglia delle 7 ed invece senti i tuoi figli dire “uauuuuuu” perche’ anche loro non credevano ai loro occhi: non é un sogno, é realta’!

Insomma, consiglio ma soprattutto auguro a tutti di poter passare ore piacevoli e spensierate la’, un vero bagno di fantasia e di gioia per tutti.

 

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In tutto questo non puoi far altro che toccare con mano quanto siano cresciuti in tuoi bimbi e quanto siano bravi: stando educatamente in fila raccontano avventure ad altri piccoli e socializzano in allegria. Ma si sa, viaggiare di fantasia e non solo stanca e i piccoli viaggiatori si appisolano sulla schiena come quando era piccini piccini. Beh, approfittiamone per guardare tutto con calma noi, loro dormono in fascia, e sicuramente faranno bei sogni.

Brioches soffici, senza burro senza uova e senza latte (vegane)

Una ricettina pronti partenza via davvero ottima!

Brioches leggere, sofficisse, molto buone e veloci da fare.

Ecco gli ingredienti

250 gr di farina 00

1 pîzzico di sale

12 gr di lievito di birra fresco

60 gr di olio di semi

130 gr di acqua tiepida

100 gr di zucchero ( io ho usato di canna )

Come fare

mescolate tutti gli ingredienti secchi (tranne il lievito che scioglierete nell’acqua) per bene e poi aggiungete olio e acqua con lievito sciolto dentro.

Mescolate tutto e otterrete un impasto molto appiccicoso e molle. Aggiungete solo la farina necessaria per lavorare un pochino ma tenete presente che l’impasto dovra’ rimanere comunque molto molle. Lasciate lievitare in un contenitore coperto da una pellicola per qualche ora. Io ho lasciato a riposo una nottata intera ma tre/quattro ore possono bastare. Stendete la pasta aiutandovi con la farina perche’ rimarra’ pur sempre molto molle e farcite a piacere. Infornate fino a doratuta in luogo preriscaldato a 180°. Forno ventilato o statico.

Buon appetito!

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Sculacciate: sono sante davvero?

Riporto anche chi per chi dei miei lettori non conoscesse questo sito  sul quale potrete trovare tanti spunti interesanti e con il quale collaboro con piccole partecipazioni.

Una riflessione che ho scritto e che ho deciso di condividere.

Buona lettura!

 

 

Sono sante

Quando ci vogliono, ci vogliono!

Cosa vuoi che sia! Deve pur imparare!

Lui/lei deve capire che sei tu che comandi.

Non ci si puo’ permettere di correre un rischio simile: farsi mettere i piedi in testa da un bimbo!

Per una sculacciata non é mai morto nessuno.

(…)

Le benedizioni, quello che arriva come una “classica manna dal cielo”, un’improvvisa sorpresa piacevole, un gesto educativo, normalmente e potendo generalizzare, non portano a reazioni sgomente, lacrime e chiusure emotive, anzi, tutt’altro. Tutto ciò che deve gratificare, colmare di gioia e bene non porta strascichi di pianto. Eppure ogni volta, la reazione è sempre quella. Io, personalmente, non ho mai visto un bambino che dopo una manata sulla guancia ringrazia per l’insegnamento ricevuto. Faccini tristi, lacrime, singhiozzi, raggomitolamenti per ore e incomprensione totale.

Di cosa siamo dotati come esseri umani? Abbiamo ricevuto il dono dell’ascolto, per tendere un orecchio a chi cerca di comunicare con noi anche attraverso, a volte, gesti bruschi, azioni distratte e veloci e che maldestramente vuole attirare su di sé l’attenzione. Il gran regalo della parola era compresa nel pacchetto “quando nasci ti sarà dato” e troppe volte pareti di plexyglass ci avvolgono le teste, non comunichiamo. Possiamo vedere, grazie agli occhi che abbiamo, osservare, imparare vedendo, comprenderci. Abbiamo le mani e i piedi che in ogni loro movimento vorrebbero e dovrebbero essere nobilitati da buone azioni, gesti amorevoli, carezze ed accoglienza.

Chi delle persone in lettura, genitori o no, vorrebbe essere un brutto ricordo agli occhi di un bambino? Quale genitore desidererebbe essere l’incubo del proprio figlio! E soprattutto, per quale ragione. Per insegnare, per segnalare, per marcare il territorio con ” qui comando io ” , per essere sempre visti come quelli da rispettare e verso cui la prole deve nutrire un melange di amore-sottomissione.

“Non si usano le mani” si predica a dito alzato e a voce alta e per far passare bene il messaggio si scaldano un pochino i palmi delle mani. Ora, io credo che a schiaffi in faccia non prenderei nemmeno un moscerino, ma parlo di me, e non sono la regola. Se è vero che i bambini, come credo, apprendono velocemente, assorbono e tante volte imitano ed emulano chi vive assieme a loro, un atteggiamento di questo tipo non può che creare disorientamento e confusione. Nella mente di un bimbo, secondo un ragionamento non poi così contorto ma molto lineare e diretto, un’immagine é ben fissa e chiara, in primo piano dire. Il genitore é la guida, colui verso cui tendere, colui che ci da un concreto di modello verso cui tendere.

Le parole a volte , soprattutto nei primi anni di vita non recano giustizia ai piccoli, ma molto di più i gesti che per diretta conseguenza saranno simili ai nostri. Ecco qui che nascono controindicazioni, inconvenienti scomodi, violenti.” Se lo fai tu con me, allora non é male, non é cattivo, posso farlo anche io” . Una distinzione certa, sicura, che noi stessi imbocchiamo. Ciò che è male e ciò che invece è bene lo insegniamo noi stessi, i “grandi” della situazione. Se dicessimo a nostro figli di toccare il fuoco, di camminare nudo per strada, di mangiare ciò che di più sporco esiste e dessimo noi per primi una prova di tutto questo, loro lo farebbero senza esitare, senza chiedersi perché, ma semplicemente catalogando e dividendo “bene” o “male” a seconda che il genitore dia il benestare oppure no.

Un esempio che vale una vita, perché una mente evolve, matura, ma non cancella. Un esempio diretto, vissuto sulla propria pelle e sulla propria faccia, brucia adesso come quarant’anni or sono. E ai saggi, che a questo punto direbbero “però me la ricordo!” chiederei se tanti anni fa avrebbero preferito un trattamento diverso, una spiegazione , un discorso importante. Sfido a trovar risposte negative. Come mai però i figli, una volta grandi, non sono più oggetto di ceffoni. Ti becchi magari una lavata di capoccia, una ramanzina di quelle epiche ma le mani non ti sfiorano. Sei colpito nell’animo e magari nell’orgoglio e questo ti basta per muovere dentro un amor proprio che ti fa ragionare sull’accaduto.

Se partiamo dal presupposto che anche i bambini, dotati di grande sensibilità ed attenzione, capiscono, comprendono e colgono, perché a loro le parole sono spesso negate? Si sceglie la scorciatoia, una via di fuga da un problema per il quale non si ha tempo da perdere e voglia da mettere a disposizione. Un bottone da schiacciare veloce perché la giornata che volge al termine è già stata abbastanza faticosa. Quindi agisci. Infierisci. Ma ora, la domanda che prima facevo ad un ex bambino cresciuto la farei al genitore “sei felice di questo?”. Forse si è solo sbagliato modo, non sto giudicando, non ho il merito per giudicare nemmeno me stessa, ma sono domande che da madre è lecito porre.

I canali comunicativi che si sceglie di percorrere sono tanti, sono vari, sono diversi e sono adattabili. In ogni periodo un genitore é libero di giocare con la fantasia, di attirare l’attenzione cantando, inventarsi un balletto, di spiegare con tanta voce ed inventiva. Ma ci si da troppo spesso per deboli, per incapaci di reggere la situazione e in un attimo la vena si chiude e parte il ceffone che lascia attonito ed impaurito chi lo riceve e un senso di liberazione-pentimento (spero) in chi lo da. Però come in tutte le iniziazioni, il più é partire, e in cascata libera ad ogni inghippo e intralcio volano sberle come se piovessero lasciando dietro solo una striscia di malcontento.

Zittisci, blocchi, fermi bruscamente, dai una scossa emotiva, un segnale forte. A che pro? Il gioco dei ruoli può essere un buon inizio per una riflessione, un punto di partenza. Se fossi al posto suo? I momenti critici, di faville io credo che siano noti a tutti, un bambino infatti é un essere dotato di un potenziale incredibile che per esprimersi può, certe volte, incappare nel canale comunicativo non adatto alla situazione. A noi, sta il compito di indirizzarlo verso quello idoneo non placando la sua naturale inclinazione e annientando il suo estro, ma solamente mostrandoci attivi e propositivi verso un nuovo modo di comunicare e interagire. Non di certo farlo stagnare nel dubbio, nella paura o magari nell’incertezza di sentirsi al posto sbagliato nel momento sbagliato. Se la famiglia non è il posto giusto per eccellenza…che Dio ci salvi!

 

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Il mistero della farina bianca: cosa c’é dietro e dentro!

Quanto di piu’ semplice appare, tanto di piu’ potenzialmente dannoso si cela.

Non si puo’ proprio mai stare sereni, tranquilli, fidarsi. Saremmo dovuti nascere senza il bisogno di nutrirci, di dover ingerire alimenti, aria, acqua perche’ in ogni dove si celano misteri.

Diffondo queste parole che trovo alquanto disarmanti e molto chiare.

Piuttosto che investire dunque denaro in alimenti che potremmo autoprodurre, eliminare o ridurre all’estremo, é meglio iniziare a considerare il costo a portata e dividere per il numero dei commensali. Iniziare a scegliere in base alla naturalezza, alla tipologia, alle specificita’ e perche’ no, in base agli effettivi bisogni.

Da quando sono espatriata non ho mai visto tante farine differenti in un reparto negozio, mille milioni, di tutti i tipi, arricchite, miscelate, gia’ preparate e non ma il 90% integrali.

Ma vediamo il mistero che si cela dietro la farina bianca:

LA FARINA BIANCA RAFFINATA

Per farina bianca raffinata intendo la farina che abitualmente è presente sulle nostre tavole sottoforma di pane, pasta e dolci.

Questo tipo di prodotto industriale che non ha quasi più niente di naturale è stato privato di 2 parti fondamentali del seme del grano: La crusca all’esterno ed il germe all’interno (l’embrione).

Una dieta basata principalmente su questo prodotto è la causa principale di malnutrizione, costipazione, stanchezza e numerose malattie croniche.

Se ci pensi bene si tratta di un prodotto abbastanza recente, il pane comune infatti fino a poco tempo fa esisteva esclusivamente in forma integrale.

Solo negli ultimi 50 – 60 anni è stato introdotto il pane bianco, simbolo di un progresso economico e tecnologico che non ha tenuto conto della salute degli esseri umani.

Un grano troppo impoverito

Negli anni ’50 inoltre il frumento è stato vittima di profonde trasformazioni genetiche da parte dei più grandi agronomi italiani. La ricerca genetica, di un frumento che garantisse grosse produzioni e resistentissimo agli eventi esterni, ha creato un grano troppo impoverito, quasi completamente privo di sostanze nutritive.

Farine arricchite

Addirittura sono nate delle farine arricchite proprio per soccorrere alla mancanza di questi nutrienti. Quindi le grosse industrie di raffinazione del grano aggiungono 4-5 vitamine e minerali inorganici, pensando così di compensare le 15-20 o più sostanze che si trovano nella crusca e nel germe. (senza considerare le fibre…)

Ma vediamo su cosa influisce il consumo eccessivo di farina bianca:

Più prodotti raffinati una persona mangia più insulina deve essere prodotta dall’organismo.

L’insulina favorisce il deposito di grasso, il passaggio ad un rapido aumento di peso e di trigliceridi elevati, che può portare a malattie cardiache. Nel tempo, il pancreas diventa così carico di lavoro che la produzione di insulina si blocca, e ipoglicemia (poco zucchero nel sangue) o diabete vengono a galla.

Non è un caso che il diabete sia una delle malattie più diffusenegli ultimi decenni. Ci sono bambini che nascono già diabetici negli Usa a causa degli errori alimentari dei loro genitori e in Italia la percentuale di celiachia e intolleranza al glutine(presente nel frumento) cresce ogni anno del 10 %.

Inoltre la farina di grano raffinata è il combustibile che alimenta le infezioni e gli alti livelli di zucchero nel sangue creando un terreno fertile per batteri dannosi ed un conseguente indebolimento del sistema immunitario.

Ma non è tutto qui, purtroppo la situazione è anche peggio.

Perché il colore del pane bianco è così bianco,

quando la farina di grano da cui è stato prelevato non lo è?

Il motivo è semplice: la farina usata per fare il pane bianco è sbiancata chimicamente, proprio come quando usi la candeggina per sbiancare i tuoi vestiti.

Così, quando mangi il pane bianco, mangi anche i residui chimici degli sbiancanti.

I mulini industriali usano prodotti chimici differenti per lo sbiancamento,  ma sono tutti abbastanza nocivi.

Eccone alcuni: l’ossido di azoto, di cloro e nitrosyl e perossido di benzoile miscelato con sali chimici vari.

Un agente sbiancante, l’ossido di cloro, combinato con le proteine qualunque siano, ancora rimaste nella farina, produce allossana.

L’allossana è velenosa, ed è stata utilizzata per produrre il diabete in animali da laboratorio. L’ossido di cloro serve anche ad allungare la durata di conservazione della farina, ma non è propriamente salutare.

Inoltre, nel processo di produzione di farina bianca, la metà degli acidi grassi insaturi, che sono ad alto valore alimentare, si perdono nel processo di fresatura , e praticamente tutta la vitamina E è perduta con la rimozione di germe di grano e crusca.

Come risultato, il resto della farina del pane bianco che si acquista, contiene solo proteine di scarsa qualità e amido modificato.

Ma non è tutto per quanto riguarda la perdita di sostanze nutritive.

Circa il 50% di tutto il calcio, il 70% di fosforo, l’80% di ferro, il 98% di magnesio, il 75% di manganese, il 50% di potassio, e il 65% del rame vengono distrutti.

Se questo non fosse abbastanza grave, circa l’80% di tiamina, il 60% di riboflavina, il 75% di niacina, il 50% di acido pantotenico, e circa il 50% di piridossina sono inoltre persi.

E non è ancora finita…

Gli zuccheri semplici e i carboidrati raffinati (farina bianca, pasta, lavorati, cibi devitalizzati, etc..) richiedono poco metabolismo ed entrano nel flusso sanguigno rapidamente.

Improvviso aumento di zuccheri

Il pancreas, l’organo che regola la quantità di insulina che viene rilasciata nel sangue, è indaffarato dall’ improvviso aumento di zuccheri.

Il risultato di tutto questo è una forte diminuzione della glicemia (solitamente entro un’ora), e una conseguente sensazione di letargia, confusione mentale, debolezza e senso falso di “fame!

Tutti questi problemi portano una forte acidità

che considero una delle cause principali di ogni malattia.

Come se non bastasse, questo fa in modo che lo zucchero causi l’aumento di peso, non solo a causa del suo innaturale contenuto calorico, ma in realtà perché altera il metabolismo!Che cosa significa ciò?

Ecco cosa significa: se due gruppi di persone sono alimentate con lo stesso numero esatto di calorie, ma un gruppo prende le sue calorie dello zucchero e da prodotti raffinati, mentre l’altro gruppo consuma le calorie sotto forma di cereali integrali, frutta e verdure, il primo gruppo aumenta di peso, mentre l’altro no.

 

Questa constatazione ci viene da studi pubblicati da parte del Ministero della Salute degli USA

 

Farina bianca  ”arricchita”

 

Come abbiamo visto quindi poche sostanze nutritive sintetiche sono aggiunte nuovamente alla farina bianca che viene poi chiamata “arricchita”.

 

In realtà non c’è stato alcun reale “arricchimento” del prodotto originale, ma l’inganno e la distruzione della vita di una delle tante creazioni perfette che troviamo in natura.

I ratti di laboratorio di solito muoiono in una settimana-dieci giorni,

quando sottoposti ad una dieta a farina bianca raffinata.

http://ilrisvegliodelpianeta.blogspot.com/2011/07/la-cruda-verita-lezione-3.html

Ecco io ho trovato tutto questo fonte di ulteriori meditazioni, spero possa essere se non altro spunto per cambiare rotta almeno un pochino. Piano piano.

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Panini al latte preparati in casa

Un altro tipo di panini che si addicono davvero bene a diversi usi: pic nic, feste, antipasto, per essere farciti e anche da passeggio!

Si preparano velocemente e non possono che piacere anche ai piccolini.

A noi sono venuti bene, strabene, morbidi dentro e  croccanti fuori. Li avevo fatti piccolini perche’ potessero essere presi in mano anche dai bimbi senza nessun problema. Insomma, accendo la ricetta e la confermo!

Ingredienti necessari per una decina di panini:

500 gr farina (potete anche farli integrali, non diventeranno lisci, ma non importa!)

25 gr di lievito di birra o 120 di pasta madre rinfrescata

8 gr di sale

50 gr di zucchero

40 gr di burro ( io ho usato quello di soia leggero)

300 ml di latte tiepido

Come fare:

sciogliere il lievito dentro meta’ latte a disposizione e poi aggiungere lo zucchero. Lasciate fermo il liquido per un pochino e poi aggiungetelo alla farina, al sale e al restante latte che servira’ per compattare tutti gli ingredienti. Mescolate ed impastate (se avete l’impastatrice tanto meglio) per una decina di minuti. Poi mettete la pasta a riposare dentro un contenitore che coprirete con un canovaccio umido in ambiente tiepido (l’ideale é il forno spento o acceso precedentemente per qualche minuto a 30° e poi spento quanto si introduce l’impasto). Lasciate che l’impasto raddoppi di volume dopodiche’ dividetelo in tante palline piu’ o meno uguali. Io invece di spennellare con l’uovo come consigliano tante ricette li ho spennellati con latte salato (a cui ho aggiunto un pochino di sale). Preriscaldate il forno a 200° e quanto infornate abbassate a 180° (190° se usate il forno statico). Quando diventano belli dirati potete spegnere! Sono pronti!

Chiamala merenda, chiamala spezzafame, chiamala pane da metter in tavola a pasto…a noi sono piaciuti molto!

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Bambini di successo o genitori fuori di testa?

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Ieri, 8 aprile, andava in onda su un canale condensato utile per gli espatriati (che poveri sfigati vedono la tv italiana per gentile concessione di Madre Patria una settimana o piu’ dopo la messa in onda), una puntata de “Le Iene” il famoso programma stana-talpe all’italiana. Devo dire che ieri sera la puntata mi ha lasciato un’amaro in bocca da mangiarsi un chilo di zucchero durante il sonno in particolare alcuni servizi: maltrattamenti, donne che si fingono vittime di un sistema che le sottomette e si fingono costrette a vendersi per poter riacquistare fiducia in loro stesse (sti cavoli, non vedevano l’ora di trovare un capro espiatorio), e donne che ora madri, sono rimaste con il cervello ai 12 anni, quando giocavano con le Bambole.

Un servizio di E.Lucci sui bambini di successo. Un’intervista portata avanti con lo stile della classica faccia da C.LO che lo contraddistingue e che sviscera elegantemente piaghe sociali. Bravissimo lui e da far cadere le braccia (per non dire altro) gli intervistati. Un carnaio formato da piccoli bambini travestiti da donne e uomini mal cresciuti che cantano e si muovono con atteggiamenti forzati, inculcati, imposti, ficcati nel cervello a suo di Veline e calendari. Si cerca di nascondere una montagna dietro un palmo di mano o peggio ancora dietro un dito, “é lui che vuole, é lei che desidera, loro hanno un talento innato e mi hanno pregato di accompagnarli”.

Ma de che?!

Ma a che gioco si sta giocando? E chi gioca? Un figlio diventa un valore monetario, una proprieta’ per incassare due soldi, un modo per arrivare chissa’ dove, farsi notare, farsi vedere. Un metro di paragone per genitori invasati, per ex bambini plagiati, bloccati, a cui sono state tagliate le ali e che ora sfogano voglie irrisolte sui loro bambini.

Possibile che a tanto sfacelo non si possa porre fine? Che giornali che portano avanti temi preziosi come la maternita’ abbiano bisogno di sfruttare vissuti e bambini che detestano tutto cio’ e che scimmiottano solo ed esclusivamente quello che a loro é stato detto essere “cosi’ che si fa”.

Ricatti, premi, competizioni, tutto impartito da  famiglie arriviste, che invece del sostegno delle inclinazioni personali dei loro bambini creano piccoli surrogati di cio’ che nel nostro paese é proprio considerato di basso livello. Un modella che gia’ da eta’ precocissime viene conficcato nella quotidianita’, sicuramente per gioco, con lo scherzo ma in oltremodo violento e potenzialmente molto pericoloso; quando questo stupido “gioco” esce dalla porta di casa ecco che scompare la specificita’ giocosa e compare il lato perverso. Piccole modelle crescono? Piccoli orgogli di famiglia? Io su tutto questo non posso far altro che storcere il naso, tutto puzza incredibilmente.

Sostenere, accompagnare, sorreggere nella quotidianita’ é ben altro che annientare, abbattare cio’ che di creativo e personale c’é nei nostri bimbi solo perché qualcosa di “conveniente” chiama: il “Dio” denaro fa anche questo…perche’ non si dica che lo si fa per la sola Gloria.

Abbiano la decenza di vendere la loro di faccia, non quella di piccoli minorenni che hanno disturbato loro stessi, non hanno chiesto da soli di esser messi al mondo!

Per chi volesse capire di cosa parlo cliccate pure qui dove troverete notizie in merito direttamente dal sito della trasmissione.

Pace e bene!

Biscotti vegani senza zucchero e senza lievito alla marmellata di miritilli.

In tanti mi chiedono come io faccia a sfornare dolci, pane e preparazioni varie cosi’ in fretta.

1 mi piace preparare

2 preferisco autoprodurre piuttosto che comprare fatto (e chissa’ in che modo)

3 ho una  famiglia e tanti amici

4 sperimentare mi piace da matti

avrei ancora altri infiniti motivi da scrivere, tra cui che oggi qui diluvia e che per tenere impegnate 4 manine veloci bisogna mettersi all’opera!

Beh, torniamo alla ricetta. Ottima.

Dei biscotti con il cuore morbido alla marmellata di mirtillo nero.

Non sono i classici biscotti da inzuppo ma si addico davvero benissimo a momenti “di puro godimento”.

Eccoli qui

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Vi é venuta fame? Ecco la ricetta :

200 gr di farina bianca

100 gr di farina di riso

50 gr di cocco rapé (farina)

2 cucchiai colmi di miele (io ho usato il tipo millefiori)

10 cl di olio di semi

latte di soia per amalgamare, QB (circa 20 / 30 ml)

Come procedere:

ho versato le due farine setacciate e le ho mescolate fra loro, ho aggiunto olio e miele e ho mescolato tutto velocemente per una decina di minuti. Non fatevi ingannare aggiungendo subito il latte, il miele scaldandosi con il contatto delle mani si scioglie e lega maggiormente la farina. Quando vi accorgete che il composto rimane sabbioso, iniziate ad aggiungere poco a poco il latte fino ad ottenere un panetto corposo e non appiccicoso. Deve infatti essere corposo e ben amalgamato.

Fare delle palline fra le mani ed appoggiarle su di una teglia rivestita di carta forno. Fare con un dito un buchino centrare senza forare la pasta, appiattire solamente e riempire con la marmellata.

Preriscaldare il forno a 180° ed infornare fino a che non assumono un “bel colorito” marroncino tipico della cottura.

Buonissima preparazione!

Brioches vegane senza zucchero. Una vera delizia!

Io sono del partito, orientamento alimentare a parte, che se posso evitare di aggiungere ingredienti inutile alla riuscita finale lo faccio volentieri! Pero’ bisogna provare, provare  e riprovare ancora fino a che non trovi la giusta dose, il mix che rende un esperimento una delizia! E questo che sto per scrivere é proprio una delizia. Delle piccole brioches croccanti e che tolgono il languorino da dolci. Possono essere congelate crude e poi scongelate e cotte nel forno nel momento necessario. Sono versatili: merenda, colazione, tappabuchi. Insomma, mi sono gia’ affezzionata a questa ricetta!

Ma prima per farvi venire un pochino di fame guardate qui!

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Veniamo dunque agli ingredienti

270 gr di farina adatta per dolci

30 gr di farina di riso

60 ml di olio di semi spremuti a freddo

acqua tiepida quanto basta (saranno circa 150 ml)

Come fare:

impastare 250 gr di farina con l’olio, impastare bene e se necessario aggiungere un pochino di acqua fino ad avere un panetto morbido ma raggruppato. Aggiungere gli altri 20 gr di fariana e 30 gr di farina di riso e continuare a mescolare aggiungendo l’acqua tiepida necessaria per ottenere un impasto corposo e morbido. Se usate l’impastatrice lasciate l’impasto a lavorare per una decina di minuti, differentemente…sfogatevi con le mani!

Lasciare l’impasto in una ciotola a temperatura ambiente coperta da un canovaccio, la temperatura ideale é di 20-22 gradi. Lasciar riposare per 15 minuti poi stendere con il mattarello la pasta e tirarla fino ad avere uno spessore di circa 3 mm.

Creare dei triangoli di pasta, tagliandoli, ed aggiungere alla base un cucchiaio di quello che volete, noi abbiamo messo crema di nocciole!

Io consiglio di arrotorarle come vedere nelle foto, cosi’ facendo la brioche rimarra’ croccante fuori ma piu’ tenera dentro!

Preriscaldate il forno statico a 180° e lasciare in cottura fino a che non vi sembrano pronte, non inscuriranno molto!

Si possono congelare non cotte e sucessivamente si possono preparare al momento!

Non c’é bisogno di mettere né lievito né zucchero, ma se per voi, fossero troppo poco dolci (per noi sono strabuone cosi’) potete aggiungerlo regolandovi con le dosi del resto. IO pero’ consiglio queste dosi e questa ricetta!

Fatemi sapere! e’ ottima!

 

Il dondolio, il cullare, l’oscillare dolcemente, tutto ricorda la vita prima della nascita.

Sono fermamente convinta che a pochi bimbi, pochissimi, non piaccia salire sull’altalena! E per quei pochissimi credo che la paura derivi da stress altrui, paure pregresse o approcci sbagliati.

Il dondolio e l’oscillare piace, libera la mente e io non posso fare a meno di non salire. Mi crederanno la sorella maggiore (modestia a parte sono un tipetto giovanile e sono pur sempre giovane eh?!….occhiatacce a chi dice il contrario), un’amica che supervisiona ma che mi importa. Vado su e giu e ogni volta che si sale lo stomaco traballa un pochino ma le tempie volano e si aggrappano alle nuvole. Come puo’ non piacere? Poi va bhe, si, piccolo dettaglio: tutto lievemente condito da “mamma voloooo” “piu’ forteeeee” eccccccc ecccccc

Beh, questo nei momenti di pile ON. Ma nei momenti di pile IN ESAURIMENTO una coccola fasciata ci sta! Abbiamo un angolino, qui in casa, molto particolare, molto panoramico e allo stesso tempo molto intimo. Si ammira il verde, un mulino che gira e i rami degli alberi. Due bimbi appoggiati alle fasce di mamma e papa’ si riposano prima del pisolino pomeridiano.

Uno spinge l’altro, dopo un po’ si reclama il “cambio” (ma va beh, ci sta tutto), e a sottofondo di “din don” cantato da me ci si dirige verso il relax totale.

I tessuti in questo caso le fasce portabebe’ che abbiamo sono sottoposte ad un lavoro intensivo ma vorrei esser io una di loro: abbracciare un corpicino che lentamente si assopisce é meraviglioso e ne so qualcosa! 😉

Una vita nuova anche per quei tessuti che inutilizzati stagnano negli armadi, a far nulla. Un divertimento ogni tanto, un simulatore di volo, di nuoto, di lancio. Un gioco, una sfida, un passatempo.

Il dondolio, il cullare, l’oscillare dolcemente, tutto ricorda la vita prima della nascita, il calore, il ritmo cadenzato e sensazioni piacevoli.

Il nostro angolino relax rimane un’invidia per noi genitori che li guardiamo beati e ci diciamo “che bello!”

 

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